Henri Pirenne.
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Storia economica e sociale del Medioevo.
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Titolo originale: Le mouvement conomique et social du 10e au 15e sicle. 1933.
Traduzione di: Maurizio Grasso.
1993. Newton Compton Editori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it
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Presentazione.
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Accolta con grande entusiasmo alla sua pubblicazione, recensita da studiosi come Marc Bloch e Lucien Febvre, la "Storia economica e sociale del Medioevo"  una delle opere pi significative di Pirenne e un modello fondamentale per tutta la successiva storiografia dell'"et di mezzo". Il punto d'avvio della sua ricerca  da rintracciare nell'individuazione della rottura dell'equilibrio economico dell'antichit con l'incontro-scontro tra arabi e occidentali: tale evento dette luogo a un nuovo rapporto di forze che modific la storia sociale, economica e politica di tutto il mondo allora conosciuto.
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L'autore.
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Henri Pirenne nacque a Vervies, in Belgio, nel 1862. A soli ventiquattro anni fu chiamato a ricoprire la cattedra di Storia medievale all'Universit di Gand. Quando, durante la prima guerra mondiale, il Belgio venne occupato dai tedeschi, fu tra i pi fermi sostenitori della necessit di ribellarsi all'invasione. Arrestato nel 1916, rimase prigioniero in Germania fino alla fine della guerra. Mor nel 1935. Di Henri Pirenne la Newton Compton ha pubblicato "Storia d'Europa dalle invasioni al sedicesimo secolo", "Le citt del Medioevo", "Storia economica e sociale del Medioevo", "Maometto e Carlomagno".
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Storia economica e sociale del Medioevo.
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Introduzione di Ludovico Gatto.
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La storia economica e sociale di Pirenne.
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Tra le varie opere che compongono la smisurata produzione di Henri Pirenne, prima di prendere in esame quella che qui presentiamo, diremo che un rilievo particolare rivestono - secondo quanto gi in altra sede ponemmo in luce - la Storia d'Europa dalle invasioni al sedicesimo secolo, giustamente e universalmente celebrata, e il Maometto e Carlo Magno, libro amato, criticato e divenuto, nonostante e forse anche grazie alle numerose polemiche, una pietra miliare della medievistica contemporanea.
Non minor successo, seppur in un contesto pi ristretto ebbero poi Le citt del Medioevo, ricerca anch'essa accreditata e largamente utilizzata non solo in ambito universitario.
A parte inoltre bisogna tener conto della poderosa Storia del Belgio, uno dei capolavori dello storico di Verviers, uscito in un ampio arco di tempo, fra il 1899 e il 1932, preceduto da una serie di contributi preliminari e sostanziosi fra i quali menzioneremo la Bibliographie de l'Histoire de Belgique ds origines  1830, del lontano 1893, Le soulvement de la Fiandre Maritime de 1323-1328, Documents publis avec une introduction, Bruxelles 1900, con cui l'autore elabor nella sua patria una storia nazionale elevata al rango di disciplina estremamente rigorosa, fondata su ricerche condotte a livello altamente professionale.
Tuttavia l'Histoire de Belgique non  propriamente un prodotto di storiografia nazionale nel senso pi autentico del termine, in quanto essa rappresenta un ampio quadro della storia europea snodatasi nell'arco di due millenni.  l'Europa infatti che per lo storico del Maometto rappresenta una sorta di macrocosmo in cui si riflette e si rispecchia il microcosmo belga, visto come la preziosa tessera di un mosaico ampio e variegato.
E se il dramma della vicenda continentale dalla fine dell'et romana e della dominazione barbarica sino alquindicesimo secolo port con s invasioni ripetute, conflitti drammatici, divisioni etniche oltre che linguistiche, esso si ripropose per intero e in tutta la sua possanza in un Belgio che conobbe ogni possibile dominazione straniera, venne violato e invaso da Oriente e da Occidente e fu oppresso dallo spirito nazionalista e dal particolarismo pi sfrenato di comunit differenti per lingua, cultura e tradizione.
Ponendo dunque l'obiettivo sulla realt belga, Pirenne riusc a comprendere pienamente il travaglio di un continente che lungamente aspir a conquistarsi una sua intima unit, pur rimanendo essenzialmente pluralista e diviso.
Scrivere la storia del Belgio dunque, volle dire per il nostro autore comporre una sorta di storia europea e per converso gli risult impossibile avvicinarsi agli eventi continentali senza partire da quelli a lui pi vicini, ovvero dalle vicende di casa sua. A lui sembr infatti che la storia del Belgio fosse gloriosissima proprio perch combaci e si confuse con l'Histoire d'Europe.
Il suo fu perci un intendimento nobile tradottosi in una trattazione stimolante e, a volte, grandiosa. La storia belga intesa allora a livello cos ampio, obblig lo studioso a farsi una preparazione davvero eccezionale che non pot in alcun modo prescindere dalla prof onda conoscenza della vicenda francese, della tedesca e dell'inglese, meno della italiana limitata essenzialmente a quella delle terre lombardo-padane.
A differenza dei suoi predecessori tuttavia il nostro autore non si content di annodare i vari eventi, l'uno giustapposto all'altro, attorno ai mutamenti politici e ai grandi personaggi. Egli si rifiut insomma di intrecciare in maniera pur sapida e complessa ma scontata, i complicati eventi della Fiandra e del Brabante, di Hainaut e di Namur, di Liegi e di Limburgo, del Lussemburgo, della Gheldria e di altri Stati minori.
Il suo intuito critico e l'esperienza di ricercatore infaticabile lo condussero invece a sviluppare l'indagine attorno alla storia economica dei singoli territori e soprattutto attorno alla loro storia sociale.
L'unit profonda del Belgio medievale - scrisse Pirenne - non deriv da una comunione di razze come accadde in Germania, o dall'azione centralizzata di una grande monarchia ereditaria, come avvenne in Francia o in Inghilterra, "mais de l'unite de la vie sociale". La storia politica - egli continu ancora - non avrebbe occupato dunque la maggior parte di un'opera volta invece a prendere di mira "les manifestations si varies de ntre vie sociale qu'apparat le plus clairissement ntre originalit".
Ecco pertanto qui indicata con sicurezza la strada maestra di una ricerca che indusse Louis Alphen a parlare di Pirenne come di "un incomparable magicien", capace di trasformare persino i dettagli di una storia frastagliata in un corpo armonioso che ebbe "une physionomie et une civilisation propres"; e proprio tal ricerca port il grande studioso verso la storia economica, il solo elemento capace di conferire una vera unit al suo lavoro scientifico e quindi lo sospinse verso l'Histoire conomique et sociale de l'Europe mdivale che ora presentiamo ai lettori italiani.
In origine, chiariremo subito, quella che poi and sotto il nome di Histoire conomique, apparve come una sezione dell'Histoire du Moyen Age ne l'Histoire gnrale del Glotz.
La fatica diretta con mano sicura - come test ricordato - da Gustav Glotz, usc a Parigi nel 1933 stampata nell'ambito delle Presses Universitaires de France e il titolo complessivo del Tomo - l'ottavoI - fu l'Histoire du Moyen Age du XIe au milieu du XVe sicle, mentre il saggio pirenniano fu intitolato Le mouvement conomique et social.
Il lavoro si apre con una Introduzione in cui, prima di dedicarsi a quello che venne definito il "redressement conomique" del secolo undicesimo, l'autore getta uno sguardo sul passato. Naturalmente il punto d'avvio  costituito dalla rottura dell'equilibrio economico dell'antichit e Pirenne, entrando subito in argomento, ribadisce che i Germani non hanno mutato la superficie della storia e meno che mai la profonda realt della vita economica e sociale. L'antichit insomma dura sino al settimo ottavo secolo e cesser soltanto quando gli Arabi si insedieranno nel Mediterraneo, spazzando via la ultramillenaria unit del mondo classico e rendendo in pratica isolato l'Occidente latino e cattolico. Il mondo carolingio, a sua volta, completamente rinnovato, assiste alla sparizione della precedente vita economica e commerciale, mentre vivr di una vita agraria quasi interamente definibile di autosufficienza. Le citt deperiscono, restano in prevalenza elementi di commercio occasionale, mercati locali, mentre prevale la Chiesa che si afferma secondo il suo ideale religioso che  a un tempo politico ed economico. La terra - si sottolinea nella stessa Introduzione - appare donata da Dio agli uomini, il cui scopo non  quello di arricchirsi ma quello di guadagnarsi la salvezza eterna. Proibito apparir dunque amare troppo il danaro e procacciarselo ad ogni costo; meno che mai si consentir la pratica dell'usura, riservata agli Ebrei che rispondendo a una diversa Chiesa e a una differente morale, non sono vincolati dallo stesso rigore volto a colpire i cattolici.
Nel primo capitolo viene posta in evidenza la Rinascita del commercio. Mentre dapprincipio citt, attivit imprenditoriali e monete sopravvivono solo a Bisanzio, con il secolo undicesimo ritornano gli scambi a lunga distanza dei mercanti e delle citt; si sviluppano Venezia, Pisa e Genova, si ravvivano i centri urbani situati sul Mare del Nord e quelli sulle coste scandinave, rinvigorite dalla presenza normanna, si intensificano i rapporti economici da e per l'Oriente e verso le terre del Nord. Con la I crociata, si riapriranno poi finalmente il Mediterraneo e le vie del commercio occidentale.
Nel secondo capitolo si prende in esame il problema del rinnovamento della vita urbana, venuta quasi del tutto meno sino all'ottavo secolo allorch i centri abitati avevano cessato di esistere come la maggior parte dei vecchi nuclei commerciali, divenuti piazzeforti e capoluoghi amministrativi. La stessa vita invece acquista nuova linfa dopo il Mille, nel momento in cui si operer una ripresa commerciale di citt che si appoggiano soltanto alle vecchie localizzazioni per svilupparsi in nuovi quartieri - i borghi - situati ai bordi del vecchio abitato. La classe mercantile allora si rafforza, trovando il suo punto di riferimento nella rinnovata esistenza cittadina. Con i commerci si svilupperanno poi la borghesia mercantile, il diritto, le istituzioni giudiziarie, le magistrature urbane.
Il terzo capitolo studia lo sviluppo della terra e delle classi rurali, sviluppo collocato nell'asse portante di quello che fu l'impero dei Franchi. Nasce allora il feudo articolatosi secondo prerogative che rinnovano la societ, trasformano l'agricoltura, le grandi propriet signorili, laiche ed ecclesiastiche. Cos la campagna continuer a influenzare le citt nonostante la ripresa cittadina faccia a sua volta sentire il suo peso sul mondo agricolo ove penetra l'azione del commercio e del denaro tornato, sia pur debolmente, a circolare dopo la stasi e lo sgretolamento del sistema monetario aureo in vigore durante l'et romana.
Il quarto capitolo  relativo invece al Movimento commerciale fino alla fine del tredicesimo secolo. Si illustrano qui lo sviluppo dei trasporti terrestri e marittimi, il progressivo ampliamento delle fiere e dei mercati, la diminuzione dei commerci occasionali. Sono queste le parti centrali del saggio pirenniano in cui si approfondisce la trattazione relativa alla moneta con il trionfo di quella argentea. Si illustrano pertanto i motivi che vietano di credere alle ragioni della continuit economica rispetto alla situazione precedente, mentre si ridimensionano gli effetti della moneta in epoca feudale e si poggia l'accento sulla ricomparsa dell'oro nell'undicesimo dodicesimo secolo; e con l'oro si affermer il credito nelle sue diverse forme - il cambio, le monetazioni, le rendite - e con questo il prestito a interesse, l'usura, il concorso dell'elemento ebraico nella composizione dell'economia occidentale, vuoi di "posizione ", vuoi a lunga distanza.
Dell'esplosione di quest'ultima si tratta poi nel quinto capitolo dedicato alle Importazioni ed esportazioni sino alla fine del tredicesimo secolo. Sono queste le pagine in cui si ricordano il commercio delle spezie, dei prodotti venuti dall'Oriente, delle stoffe, del vino e di tutte le derrate raccolte e smistate nell'ambito dei grandi porti del Nord - Bruges, ad esempio, e le citt dell'Hansa teutonica - dei centri tedeschi e inglesi, dei francesi e spagnoli. Il grande commercio porta con s l'affermazione del capitalismo legato in particolare agli scambi effettuati a lunga distanza.
Il sesto capitolo si ricollega all'Economia urbana e alla regolamentazione dell'industria. Nelle citt, organismo economico per eccellenza, si distinguono per le varie attivit esercitate, alto clero e nobilt, mentre la popolazione cresce di numero e si rafforza con l'affermazione di una politica alimentare cittadina, diretta ad accrescere la circolazione dei beni e delle derrate, quindi ad arricchire e a sostentare i burgenses, nati quasi a nuova vita con la rivitalizzazione delle citt e dei commerci. Con il rassodarsi delle attivit economiche e delle intraprese nascono e si consolidano le Corporazioni delle arti e dei mestieri, mentre saranno proprio i componenti delle corporazioni medesime a inserirsi con determinazione, oltre che nelle attivit economiche e sociali, nella vita amministrativa e politica controllata sempre pi in rapporto al miglioramento della situazione economica cittadina e dei ceti che tal progresso condizionano.
Il settimo capitolo infine  dedicato alle grandi Trasformazioni originatesi nel quattordicesimo e nel quindicesimo secolo quando, dopo lo sviluppo continuo e sicuro dei precedenti duecento anni, assistiamo a una serie di catastrofi e di turbamenti sociali. Sin dai primi decenni, il Trecento viene rivelandosi come il periodo delle carestie e della fame, sino a che con la peste del 1348 che colp a pi riprese quasi tutto l'Occidente sino alla fine del secolo, non si generer una vera e propria situazione di calamit sociale destinata a gettare nella miseria intere citt e campagne, spopolate, prive di braccia e quindi orbate di ogni possibilit di sviluppo commerciale. Con l'accrescersi dell'epidemia e la conseguente, grande miseria, si determineranno le prime massicce insurrezioni sociali. In primo luogo si tien conto allora del movimento insurrezionale inglese del 1381 e di molte rivoluzioni cittadine, collocate di preferenza nel nord Europa, specialmente nella Fiandra e in Francia, oltre che in Inghilterra. In questa situazione prender corpo pertanto il fenomeno pur politico, denominato del Compagnonnage, mentre il protezionismo costituir la risposta e in certo senso la riscoperta del capitalismo in tal modo deciso a superare scompensi e precedenti turbamenti economico-sociali. Si forma cos una nuova classe di capitalisti e specialmente prende vita un nuovo, vigoroso capitalismo di Stato, volto a domare le popolazioni che, dopo le rivolte del Trecento, nel Quattrocento giaceranno prive di slancio e di mordente di fronte alla ripresa del capitalismo. La fine del Medioevo e l'inizio dell'et moderna coincideranno allora con l'inasprimento di squilibri economico-sociali che provocheranno il progressivo impoverimento dei ceti pi umili e diseredati.
Giova mettere in chiaro, a questo punto, che appena il suddetto saggio venne alla luce, fu subito accolto con sincero calore. Fra le espressioni maggiormente favorevoli faremo pertanto riferimento alle pi sorprendenti, ovvero a quelle del grande Marc Bloch, giudice per solito severo e poco incline agli eccessivi riconoscimenti, il quale nelle "Annales" del 1935, settimo volume, pp. 79-80 us parole che, almeno in parte riportiamo o riassumiamo: "di fronte air ammirevole sintesi di storia economica scritta ora dal Pirenne, un autore di recensioni deve onestamente manifestare il suo imbarazzo.  necessario ripetere ancora una volta le grandi qualit che fanno di ciascuna delle opere del grande studioso belga nel senso pi vero del termine un classico della nostra letteratura storica?  necessario ribadire che ogni informazione data da questo scrittore potrebbe diventare una sorta di classico, di modello da offrire ai giovani apprendisti?  necessario sottolineare la chiarezza delle sue idee, del suo stile, invidia per chiunque eserciti il mestiere di scrittore? Noi dobbiamo esaminare queste cose? E a qual fine? Ognuno legger e le idee centrali colpiranno con tanto e tal rilievo da rimanere scolpite. Sar del pari opportuno esporre qualche dubbio? Nessuno, a dire il vero, perch nulla potr apparire pi conforme ai desideri di un maestro che spingere alla discussione e all'espansione della ricerca e ci sar conseguenza di questo libro. Come si potrebbe altres prendere posizione su pareri e ipotesi tanto profondamente e lungamente maturati e tanto solidamente sedimentati ed esposti? Questo sar invero il compito delle generazioni future di studiosi, in quanto ogni libro che si rispetti oltre a darci una lezione dovr essere un punto di partenza. Si pu assicurare pertanto per concludere che questo libro segner una data nei nostri studi e non verr meno al suo doppio ruolo: dar a tutti una lezione e costituir punto di avvio di nuove ricerche. Non ci resta dunque, a questo punto, che adottare la pi semplice delle soluzioni: ringraziare Pirenne".
Chiunque sia autore di libri pu comprendere e valutare adeguatamente l'importanza di una recensione come questa, significativa per l'autore che la scrisse - Marc Bloch - e il tono assolutamente laudativo del contenuto. Essa quindi si compone di elementi che ognuno di noi sognerebbe invano di avere per s, anche perch in questi ultimi decenni  purtroppo venuta meno la consuetudine delle recensioni impegnate, soprattutto dovute all'attenzione di grandi storici.
Pure negli anni Trenta tuttavia, nonostante fossero molto numerose le recensioni e le critiche suscitate dall'uscita di ogni libro di qualche importanza, la forza trainante delle riflessioni dell'autorevole storico de L'et feudale fu enorme. Tanto  vero che sulla scia di quel trionfale peana, rimasta vivissima nel corso degli anni successivi, si inserirono altri critici, fra i quali ne menzioneremo uno che vorremmo definire "di lusso" e il cui verdetto diveniva allo stesso tempo, come quello del Bloch, temuto e ambito: Lucien Febvre, il quale nella stessa qualificata sede - "Les Annales" - a venti anni di distanza, nel nono volume della nuova serie della rivista, nel 1954, pp. 145-146, si espresse nel seguente modo: "Dell'opera di un grande storico persistono le strutture, le ipotesi di un lavoro fecondo, punti di vista nuovi. E la lettera di cui il lavoro si compone? Essa resta intatta per lunghi anni. Guardate l'opera di Pirenne che vive nella misura stessa in cui, al pari di una grande impostazione uscita dalla mente di un genio, provoca le ricerche di un'altra decina di storici che la esplorano attentamente, la rettificano parzialmente, la verificano con accanimento e senza piet e ottengono solo che l'originale viva al di sopra di tutti loro e s'imponga sempre".
Nell'ambito dei giudizi eccellenti da tralasciare per ovvi motivi ricorder appena quello di Francois Ganshof, il quale scrisse che l'Histoire conomique "appartiene a quella schiera di opere di cui si pu dire che anche nel momento in cui in parte o nel loro insieme appaiono tecnicamente superate, continuano ad offrire agli uomini di studio e a tutti quelli che pensano preziosi insegnamenti. Pirenne  uno di quegli storici grazie ai quali ci si arricchisce lo spirito e, frequentando i cui scritti, si riesce a stabilire un appassionante dialogo".
L'esame critico da ultimo riportato risale al 1959 e si trova nel Tomo terzo  della Biographie Nationale, Supplment, T. 11, Bruxelles, pp. 671-723. Aggiungiamo ancora che per quanto attiene la vita e l'opera di Pirenne, maestro di Ganshof, il succitato esame contenuto nella stessa recensione,  sotto ogni riguardo ottimo, oltre che esauriente.
Su un piano differente porrei invece il Ricordo di Pirenne dovuto a Bryce Lyon, pubblicato nel venticinquennale della morte del maestro in "Moyen Age", 66, 1969, pp. 487-493. Bryce Lyon infatti si impegna a ripercorrere complessivamente le varie tappe della vita e della produzione dello storico del Maometto, collocandole ognuna al suo posto cronologico e storico, vedendole tutte in una prospettiva pi obiettiva e priva di esaltazione.
Ma allora, come riusciamo a spiegarci apprezzamenti a volte - ci si perdoni l'espressione che non vuol davvero suonare irrispettosa nei riguardi di uno storico illustre e di tanti illustri recensori - quasi "sopra le righe"? Come intenderemo insomma in giusto senso l'ammirazione per un libro che oggi, a una lettura spassionata, si presenta certo tutt'altro che privo di interesse, sorretto senza dubbio da un pensiero forte, complessivamente elaborato, non privo a tratti di slancio, ma tutto sommato in certo modo ripetitivo rispetto alle tesi contenute nella Storia d'Europa, nel Maometto e pure ne Le citt del Medioevo e l pi originalmente prospettate e arricchite di maggior fascino?
La risposta non  difficile ma va data perch, almeno cos ci sembra, serve a collocare in una pi giusta prospettiva l'insieme della produzione del belga e conferisce un significato pi preciso alle parole di Marc Bloch e di Luciene Febvre e forse anche a quelle di Francois Ganshof il quale ultimo oltre che portato all'elogio per il fatto di essere allievo affezionato di Pirenne e quindi difensore del suo maestro, al pari di Vercauteren e della Ennen, anche in Convegni e in Congressi scientifici nel corso dei quali le tesi pirenniane vennero sottoposte a verifica e quindi a critica, fu trascinato a lodi sperticate pure dal gorgo della precedente passione storica e dalla quasi stupefatta ammirazione di Bloch e di Febvre, espressisi in una sede prestigiosa come "Annales".
Ganshof - aggiungeremo subito - data la sua statura di studioso non giur mai in verba magistri e fu convinto assertore di tesi che lo persuasero e gli permisero di scrivere a sua volta pregevoli opere, con le quali super di parecchie spanne la produzione dovuta alla generazione di storici soprattutto germanici, preparatisi alla luce pressoch esclusiva della precedente scuola economico-giuridica (ancora in voga nei primi decenni e quasi fino alla met del nostro secolo) e quindi critici esagerati e quasi irriguardosi dell'autore della Storia economica.
Ma quanto vale a rendere giustizia e in qualche modo a ridimensionare le pagine di Ganshof non servirebbe a farci comprendere sino in fondo il tono e l'impostazione generale di Bloch n quelli di Febvre da spiegarsi altrimenti: infatti, come abbiamo in altra sede gi fatto presente", la vita e l'opera scientifico-culturale di Pirenne non mostrarono un percorso particolarmente accidentato, non conobbero brusche impennate, soste o rinvii se si eccettuino gli anni della guerra 1914-1918 durante i quali il belga fu prigioniero dei tedeschi e quindi costretto a sospendere quasi del tutto i suoi studi e le ricerche.
Proprio allora, invero, in occasione delle famose lezioni impartite ai suoi compagni di prigionia sulla vicenda storico-politica del nostro continente, ebbero luogo l'elaborazione e la stesura della Storia d'Europa. E tuttavia la produzione di Pirenne nel suo insieme cos armonicamente fusa e vorremmo dire quasi interamente predeterminata o quanto meno nel complesso intuita sin dagli scritti dei primissimi anni, conobbe una sorte non comune: ovvero quella di venire alla luce in modo quasi inconsueto e in momenti molto diversi e successivi rispetto a quelli della ricerca e della stesura.
Comunque, a osservare a posteriori il complesso dell'opera di Pirenne, non possono non rilevarsene la coerenza e il progressivo sviluppo, a partire dal primo saggio su Sedulius de Lige, pubblicato nel 1882 nei Mmoire de l'Acadmie Royale de Lige, sotto la direzione del Kurth, per giungere subito dopo alla sua tesi di dottorato sulla Histoire de la Constitution de la ville di Dinant au Moyen Age, uscita a Gand nel 1889.
In questo lavoro, ad esempio - rilev opportunamente Ferdinand Vercauteren - nonostante il titolo sembri riportarci verso la produzione di carattere istituzionale, l'autore espone con lucidit i suoi propositi e il suo modo di concepire la storia. Infatti a inizio d'opera egli dir di essersi mosso nell'intento di fare per una citt belga quanto precedentemente fatto per tante altre citt tedesche e francesi. Egli inoltre esprimer subito la sua pi ferma convinzione: ossia che quel che Dinant fu durante l'et medievale lo dovette al suo commercio. E con ci pertanto si afferm appieno la dottrina relativa all'origine economico-sociale delle citt medievali che poi Pirenne evidenzier in parecchie altre opere e nella sua Histoire conomique.
Sin dalle prime pagine insomma il nostro autore rivela il suo convincimento predominante relativo all'importanza dell'economia da considerarsi a tutti gli effetti una componente costitutiva e irrinunciabile della ricerca storica, unita all'altro caposaldo della sua concezione: ovvero che le vicende del Belgio vanno lette come una pagina di storia europea, per cui non si trova quasi soluzione di continuit fra molte espressioni de l'Histoire de Belgique e altrettante considerazioni de l'Histoire de l'Europe des invasions au XVIe sicle e allo stesso modo non poche pagine della Storia d'Europa sembrano riassumere corrispondenti capitoli della Storia del Belgio. L'ultimo volume della ricordata Histoire de Belgique, uscito nel 1932 riafferm poi visioni maturate durante una lunga e feconda carriera di ricercatore.
Tutto questo per non pu farci dimenticare che due fra le opere principali di Pirenne, certo le pi conosciute e celebrate, vennero alla luce in momenti diversi e con ritardo rispetto a quelli della elaborazione e della stesura.
La Storia d'Europa, nata in gran parte nel periodo della prigionia durante la guerra 1914-1918, fu lasciata incompiuta e portata a termine molto dopo. Come  noto, l'autore ebbe infatti seri dubbi prima di rimettervi definitivamente le mani, combattuto come fu fra il desiderio di darla alle stampe, tutto sommato convinto della sua validit scientifica oltre che della sua originalit, e quello di sottoporla a revisioni pi attente, in quanto opera nata in un periodo particolare, scritta in condizioni di emergenza, fuori dalle biblioteche e dagli archivi e senza alcuna possibilit di operare riscontri e necessari controlli.
Pirenne, a guerra ultimata, avrebbe potuto trasformare la precedente ricerca e farne uno studio pi criticamente sorretto da un apparato di note e di Appendici, ma forse, tutto ci avrebbe nuociuto a un libro spontaneo e limpidissimo, proprio perch sgorgato dalle riflessioni dello storico pi che dall'erudizione dello studioso.
Il dubbio - come si diceva - dovette essere forte e fondato e spesso prevalse il desiderio di lasciare inedita la grande, preziosa fatica. Per, nonostante i proponimenti censori, gi a partire dal gennaio 1917, trasferitosi a Kreuzburg, in Turingia, Pirenne cominci a stendere in veste definitiva l'Histoire, di cui non mut il primitivo, inconsueto impianto che la rese pi viva e vitale della Storia del Belgio, tanto poderosa ed esauriente quanto il capolavoro di Pirenne fu invece asciutto ed essenziale.
Tuttavia dell'Histoire ormai scritta e quasi terminata era rimasta praticamente ancora arenata in quanto l'autore non riusc a risolvere il problema dei riscontri critici e delle citazioni di fonti. Poteva uno storico della sua statura rinunciare del tutto al corredo bibliografico, alle date e ai riferimenti eruditi? In questo dilemma gli anni passarono e solo dopo la morte dell'autore, nel 1936, l'opera fu data alle stampe, postuma.
La stessa sorte dell'Histoire fu poi comune all'altro capolavoro, ossia al Maometto, anch'esso per pi riguardi gi noto e parzialmente annunciato in molteplici articoli e saggi usciti durante l'intera esistenza pirenniana, ma la cui completa stesura fu terminata il 4 maggio del 1935. Il 24 ottobre dello stesso anno Pirenne chiuse gli occhi per sempre e il suo Mahomet et Charlemagne usc anch'esso postumo e privo dell'ultima revisione di chi con tanto amore e certezza l'aveva pensato e redatto.
Tutto quanto fin qui rievocato, dette per luogo a una situazione come accennavo inconsueta, in forza della quale la critica storica, sino a quando Pirenne rimase in vita, ebbe la possibilit di conoscere un'infinit di suoi bei contributi, ma non pot giovarsi del valore determinante della sua produzione maggiormente qualificata. Se si escludono infatti gli studi su Les villes du Moyen Age e l'Histoire de Belgique, il lavoro di pi ampio respiro conosciuto dai critici, quindi anche da Bloch e da Febvre, fu l'Histoire conomique. E ci spiega senza ombra di dubbio la grande impressione che l'opera dovette esercitare su chi la lesse privo di parametri essenziali per una sua esatta valutazione, e privo dell'essenziale termine di confronto costituito dalla Storia d'Europa e dal Maometto.
Cos una vera emozione dovette pervadere sia Bloch che Febvre quando attraverso l'Histoire conomique entrarono per la prima volta compiutamente in contatto con il pensiero economico di Pirenne e quindi per questo reagirono forse in modo eccessivamente entusiastico rispetto a quanti giunsero alla considerazione di questo studio attraverso la precedente, determinante lettura della Storia d'Europa e del Maometto, e rispetto a quanti furono in qualche modo indotti a porre il lavoro essenzialmente economico dello storico belga in una prospettiva influenzata da testi nei primi anni Trenta sconosciuti e quindi non valutabili, ma ora presenti e perci da collocare in una obiettiva scansione di valori e risultati.
Tutto questo allora ridimensiona, a mio avviso, molte asserzioni di Bloch, giustifica appieno la sua meraviglia e in pari modo spiega il nostro giudizio positivo sull'Histoire conomique ma convinto di dover attribuire a quest'opera, nel complesso della produzione pirenniana, un peso minore rispetto a quello conferito alla Naissance e al Mahomet.
Per il lettore Bloch pertanto - un lettore eccezionale, estremamente avvertito e smaliziato in merito ai problemi economici dell'et di mezzo - la Storia economica nata prima di importanti studi allora sconosciuti, poi celebrati, acquis una valenza tutta particolare.
E tuttavia a Bloch sembr grande la produzione di Pirenne, anche perch consent alla storiografia francese e occidentale nel suo complesso di superare quella sorta di predominio scientifico-culturale fino ad allora detenuto ora a pieno diritto, ora meno, dalla produzione accademica tedesca e dai suoi numi tutelari: in special modo da Alphons Dopsch e dalle sue teorie connesse a diverse, quasi assiomatiche, valutazioni sulla crisi economico-politica dell'et merovingia e della carolingia.
Naturai und Gelwirtschaft in der Weltgeschichte di Dopsch, uscita a Vienna nel 1930, tradotta in italiano soltanto dopo l'ultima guerra nel 1949 con il titolo Economia naturale ed economia monetaria nella storia universale, preceduta dall'altro saggio di Dopsch Wirtschaftliche und Sociale Grundlagen der europaischen Kulturgeschichte aus der Zeit von Caesar bis auf Karl der Grossen, pubblicato a Vienna nel 1918-1920 in due volumi, vollero ancora una volta concedere la palma del rinnovamento all'Occidente, quindi non all'Oriente, nel momento del passaggio fra tardoantico e Medioevo, cio nell'epoca del trionfo dei popoli germanici e della loro indomita forza di invasori.
Tal valutazione tuttavia venne messa in dubbio e superata proprio dal Pirenne e dal suo lavoro di storico-economista e pure ci dovette convincere all'alto elogio Bloch il quale apprezz l'opposizione al verbo dopschiano Keine Zesur Immer Kontinuitt, aggravato dalla presunzione di voler ipotizzare una realt immutabile in cui trionfava una continuit storica, vuoi durante l'et merovingica, vuoi ancor pi in quella carolingia, da Pirenne valutata come il periodo massimo della crisi, da Dopsch invece come momento di rinnovamento e di rinascita.
Il che -  naturale - non signific adesione totale di Bloch alla sostanza della teoria di Pirenne, posta anche in dubbio, ad esempio, gi con l'articolo Le problme de l'Or au Moyen Age, comparso in "Annales" del 1933 e tradotto in Lavoro e tecnica nel Medioevo, Bari 1969, pp. 111-159. Ma se Bloch tenne a chiamarsi fuori dalla polemica spicciola fra i sostenitori della cesura e gli assertori del "continuismo", non per questo cess di collocare le ricerche economico-storiche di Pirenne nel posto che a loro competeva e non smise neppure di additare la produzione del belga come esemplare insuperato di grande storia comparata.
Con Pirenne - cos parve a Bloch - era poi definitivamente e felicemente superata l'annosa polemica sulla cosiddetta Periodisierung, da allora in poi considerata impossibile, la polemica insomma che consigliava lo storico della Kontinuitt di collocare ancora una volta il passaggio dal mondo antico al Medioevo durante l'invasione gota, la vandalica, la burgunda, e inoltre durante quella degli Avari, dei Bavari e degli Unni.
Pirenne invece, nell'esaminare i dati della situazione economica dei secoli dal settimo al nono rilev lucidamente che le invasioni germaniche pur con la loro carica dirompente non segnarono la parola fine n per l'unit mediterranea del mondo antico, n per quel che si poteva considerare essenziale nella cultura romana del v secolo e del periodo successivo. Il fatto nuovo dal punto di vista economico quindi politico e civile fu invece da ravvisarsi nell'incontro-scontro fra Arabi e occidentali.
Maometto e Carlo Magno infatti, proprio dopo il loro scontro avrebbero dato luogo a un nuovo rapporto di forze che, alla lunga, avrebbe modificato la storia di tutto il mondo allora conosciuto.
E Pirenne mostr proprio che l'elemento nuovo e originale posto all'inizio dell'et di mezzo fu determinato da questo fatto: allorch i Germani si posero come conquistatori dei Romani, il vincitore si era portato quasi spontaneamente verso il vinto; invece quando si deline l'affrmazione araba nel Mediterraneo si verific il contrario e fu il vinto ad andare verso il vincitore e ci in quanto gli Arabi - a differenza di quel che accadde nel mondo germanico per cui i Longobardi vincitori scriveranno nel 643 l'Editto di Rotari in latino, la lingua dei vinti - non furono assorbiti dai Romani. Proprio ci dunque dette vita a un nuovo rapporto e quindi al superamento dell'et antica.
I Germani inoltre non ebbero nulla da contrapporre al mondo romano, neppure dal punto di vista religioso e si contentarono di presentare il cristianesimo nella versione ariana diffusa dal goto Wulfila in seguito alla sua traduzione e diffusione della Bibbia in gotico, mentre gli Arabi furono esaltati da una nuova fede e tale elemento consent loro di imporre anche una politica e soprattutto nuovi parametri di carattere economico.
Tali princpi -  largamente noto - furono presentati con ampiezza di esemplificazioni e argomentazioni nel Maometto e Carlo Magno e pure nella Storia d'Europa, opere che tuttavia, allorch venne alla luce la Storia economica, erano pi che altro concetti espressi da Pirenne allo stato magmatico, qua e l, in altri suoi scritti e non avevano ricevuto ancora il crisma di una completa e meditata trattazione.
Pertanto fu la Storia economica il libro che per primo espresse con continuit soddisfacente tali princpi e lasci intuire il superamento delle teorie di Dopsch e di molti postulati del Sombart, contenuti questi ultimi specialmente nel classico Der moderne Kapitalismus, uscito a Leipzig nel 1902 e altres nel saggio del Weber, Die protestantische Ethik und der Kapitalismus, pubblicato a Tubingen nel 1922: la nuova traduzione italiana dell'opera del Weber, l'Etica protestante e lo spirito del capitalismo, fu data alle stampe a Firenze nel 1984.
Con lo stesso sunnominato libro Pirenne fece giustizia di molti facili sarcasmi di Max Weber che sin dal 1913 aveva superficialmente definito il nostro come un appena ricordato "medie-vista belga" il quale "non conosceva n la storia sociale, n la storia medievale".
Con l'opera che qui ora presentiamo, Pirenne fu insomma in grado di sostenere che gi a partire dal dodicesimo secolo era pi che legittimo parlare di capitalismo. Sulla traccia di queste riflessioni, pi tardi, Georges Espinas, Philippe Wolff, Raymond de Roover, Armando Sapori, Frederic C. Lane, Eilen Power e Michael Postan, approfondirono e rinnovarono i parametri della storia economica non solo medievale, in specie per quanto riguard il commercio internazionale, l'industria laniera e la tessile in genere.
Ritornando ancora a Bloch, dobbiamo aggiungere che egli nell'ipotesi economica pirenniana rinvenne una trattazione sia legata alla storia cittadina del nono undicesimo secolo, sia alla crisi connessa con quella dell'Impero e con l'avanzata araba che causarono la rapida decadenza delle citt occidentali le quali smisero di presentarsi come centri commerciali ed economici, per rimanere in sostanza - come gi accennato - essenzialmente piazzeforti e capoluoghi amministrativi, allorch l'unico tipo apprezzabile di economia fin per rimanere quello rurale.
Quindi nel complesso, seppure a nostro parere Mahomet e La Naissance restano ineguagliabili per inventiva e robustezza di pensiero, e molte delle loro parti compaiono al limite come ripetitive nella Storia economica,  innegabile il significato di grande novit assunto dalla stessa opera al suo primo apparire, significato che ancora oggi nell'ambito da noi precisato, rimane in qualche modo intatto e difficilmente superabile.
Infatti noi possiamo benissimo non apprezzare talune immagini e rappresentazioni pirenniane, ma  innegabile che esse contribuirono e contribuiscono a farci conoscere meglio la teoria economica del Medioevo e quantomeno il concetto che dell'economia medievale l'autore ebbe.
Allo stesso modo si pu non convenire sulla ricostruzione di un certo tipo di sviluppo agrario, ma chi dimenticher che i lunghi studi del belga, hanno contribuito in misura notevole ad abbattere la teorica tedesca della Markgenossenschaft e della Landsgemeinde agricola imperante e ingombrante agli inizi del Novecento? E cos potremo continuare a discutere sull'interpretazione del risveglio della vita cittadina, ma di certo la Storia economica ha chiarito molti aspetti relativi alla necessit del sistema signorile e della feudalit e cos si sono spiegate molte questioni economico-giuridiche, politiche e religiose, da allora in poi difficilmente infirmabili.
Ancor pi difficilmente poi potr mettersi in dubbio la crisi del quattordicesimo quindicesimo secolo e nonostante il concetto di capitalismo medievale spiaccia o sia spiaciuto a pi di uno storico, a Sombart come a Weber, bisogna riconoscere che pure in questo settore non  stato possibile far piazza pulita delle tesi di Pirenne
Come sempre accade nei riguardi del nostro studioso, anche la Storia economica come il Maometto e Le citt produsse il risultato di mettere in moto ricerche altrui; cos libri e saggi si sono succeduti nell'intento di approfondire e correggere le impostazioni dello storico di Verviers, pure in questo caso per mai completamente scalfite. Tutto ci pertanto ha completato gli studi intrapresi senza negarne l'intima vitalit.
Certo gli ultimi decenni hanno introdotto una metodologia tecnicamente e scientificamente pi scaltrita. Geografia, statistica, calcoli matematici hanno consentito di formulare un corredo pi ampio e sicuro di cognizioni e ricognizioni, a cui  complicato tuttavia conferire un significato diverso da quello assegnabile a una raccolta di fonti. Esse costituiscono dunque dati importanti che non cesseranno di essere tali, ma non diventeranno storica Darstellung se non saranno vivificati dal pensiero e non entreranno in un processo di complessivo ripensamento da cui si generi la rappresentazione, quindi la storia.
Cos pu dirsi anche in merito al rapporto fra l'economia e l'agricoltura nel tardo antico e nell'alto Medioevo, nonch in rapporto agli effetti della feudalit che, lungi dall'essere una forza distruttiva, ha finito per creare un sistema politico costruttivo e volto ad assicurare la stabilit e la pace necessarie al rinnovamento dell'undicesimo e del dodicesimo secolo.
Le pagine sulla tecnica dei commerci, sulla vita delle banche, sui traffici internazionali di stoffe e vini, sul prestito e l'usura, le arti e mestieri e le corporazioni - gi lo ricordavamo dianzi - lasciano forse meno colpiti se le rapportiamo a ricerche in certo modo pi ampiamente svolte dal nostro autore in altre opere, ma tuttavia non hanno qui perso e non perdono la loro generale importanza.
Facendo cenno alla rilevanza dei temi posti alla base dell'impostazione storico-economica di Pirenne e della sua sino adora permanente vitalit, non possiamo da ultimo fare a meno di ricordare ancora una volta le impegnate discussioni con le conseguenti messe a punto su Maometto e su Les Villes il cui teatro fu collocato nel corso di non poche Settimane di studi organizzate dal centro di Spoleto.
In proposito la relazione presentata da Roberto Sabatino Lopez alla Settimana spoletina del 1954, gli interventi critici ma costruttivi di Ernesto Sestan, Cinzio Violante e Gina Fasoli, l'attenta e intelligente difesa di Ganshof e Vercauteren lo mostrarono ampiamente. Alla suddetta Settimana spoletina e alle relazioni ora citate abbiamo fatto ampiamente cenno nella Introduzione a Le citt del Medioevo di Pirenne, uscita presso questa stessa collana.
Negli anni successivi poi il confronto spoletino  continuato ed  stato effettuato a tutto campo dallo stesso Roberto Sabatino Lopez, in occasione della venticinquesima Settimana di Studi Storici del 1977, allorch Cinzio Violante pronunci un'attenta relazione, in cui si tentarono addirittura una ridefinizione della nozione di commercio medievale e una definitiva messa a fuoco della teorica pirenniana. Va detto in proposito che Violante fra gli italiani  forse quello che ha esaminato con maggior distacco critico e nello stesso tempo costruttivo l'opera dello storico belga.
Non dimenticati in questa stessa occasione rimasero gli interventi critici dovuti a Ruiz Domenec, nonch le lezioni di Patlagean e di Chalmeta. Fecero poi seguito gli interventi relativi alla quarantesima Settimana di Spoleto relativa a Mercati e mercanti nell'alto Medioevo, l'area europea e l'area mediterranea, del 1992.
Ma se a Spoleto la discussione sui metodi di Pirenne e il contributo legato alla sua storiografia sono considerabili di casa e se i convegni svoltisi nella citt umbra hanno pi che mai messo in luce la centralit della concezione storica dell'autore del Mahomet, anche in sedi diverse non sono mancati altri fervidi dibattiti e momenti rievocativi ed esplorativi dedicati a Maometto e Carlo Magno, alle Citt e ali 'Economia medievale.
In questo senso la menzione spetta prima che ad altri interventi a quelli di Chris Wickham, di Jean Durliat e di G. Bois, per citare quelli da collocarsi nell'ambito di un animato dibattito nel corso del quale, in un modo o nell'altro, Pirenne  stato presente e pi vivo che mai, attestando con ci che la sua opera dalla prima met del Novecento fino ad ora ha avuto il merito di animare in gran parte la storiografia di un intero secolo.
E ora che del suddetto ventesimo secolo siamo in chiusura, tentando una rapidissima notazione - non  questa invero la sede per bilanci definitivi - possiamo dire che se la polemica accesa ma non astiosa dei decenni precedenti pare superata, non  ancora conclusa quella "in re ipsa ". E ci - cos mi pare - oltre a comprovare la sostanziale robustezza di opere per molto tempo e ancora adesso rimaste al centro dell'attenzione degli storici e delle Accademie, ci rivela l'intima importanza, prima che dei risultati discussi e discutibili raggiunti dal belga, della sua metodica da identificarsi soprattutto nella ricerca instancabile per rinvenire nessi significativi e chiarificatori relativi alle mutazioni nei rapporti fra produzione, moneta e scambio in et tardoantica e medievale.
Pertanto le tesi di Pirenne di cui molto si  discusso e ancora molto si discute, non possono tradursi nell'incapacit di ripensare in termini complessivamente attuali il fondamento di una problematica tanto considerevole e ponderosa. Cos, in questo senso almeno, dopo settanta e passa anni di discussioni critiche, attacchi, difese e giustificazioni,  Pirenne che vince, uno studioso da considerarsi, come disse bene l'erlindenfra gli Architects and Craftmen della storiografia dei nostri giorni. E con Pirenne a restare vittoriose sono ancora una volta la grande ricerca scientifica e la storia.
 difficile quindi che gli studiosi, alla fine del secondo millennio e alle soglie del terzo, cessino di occuparsi di problemi quali quelli posti al centro della Storia economica del Medioevo, considerati di importanza decisiva per consentire un approfondimento e una consona comprensione dell'et di mezzo e della societ che le appartiene; una societ da cui in gran parte discendiamo con le nostre problematiche irrisolte e con la nostra incontestabile appartenenza alla civilt occidentale, quella civilt studiata da PIRENNE che la incarn nel modo pi pieno e pi convinto nell'ambito della sua lunga carriera e della sua ancor pi lunga e sostanziosa produzione.
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LUDOVICO GATTO.
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Introduzione.
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1.

Per comprendere pienamente il risanamento economico che si  operato nell'Europa occidentale a partire dall'undicesimo secolo,  importante innanzitutto rivolgere uno sguardo al periodo precedente.

Rottura dell'equilibrio economico dell'antichit

Dal punto di vista in cui sar opportuno collocarci, appare subito chiaro che i regni barbarici fondati nel quinto secolo sul suolo dell'Europa occidentale avevano conservato il carattere pi evidente ed essenziale della civilt antica, il suo carattere mediterraneo. [[Questa verit oggi  generalmente riconosciuta, anche da quegli storici che ritengono che le invasioni del quinto secolo abbiano sconvolto e trasformato la civilt sotto ogni altro aspetto. Vedi F. LOT, Histoire du Moyen Age, t.I, Histoire gnrale, p. 347. dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen der Europischen Kulturenentwickelung aus der Zeit von Caesar bis auf Karl den Grossen, Vienna 1923-242, 2 voll., ha il merito di aver dimostrato che non esiste "cesura" nella storia economica tra il periodo anteriore all'insediamento dei Germani nell'Impero e quello che lo segue.]] Il mare interno, attorno al quale erano nate tutte le civilt del mondo antico e tramite il quale avevano comunicato le une con le altre, che era stato il veicolo delle loro idee e del loro commercio, che l'Impero romano aveva finito per inglobare interamente e verso cui convergeva l'attivit di tutte le sue province, dalla Bretagna all'Eufrate, anche dopo le invasioni barbariche non aveva cessato di svolgere la sua funzione tradizionale. Per i barbari stabilitisi in Italia, in Africa, in Spagna e in Gallia, quel mare restava la grande via di comunicazione con l'Impero bizantino, e le relazioni che sussistevano con quest'ultimo consentivano la continuazione di una vita economica nella quale  impossibile non vedere il diretto prolungamento di quella dell'antichit. Baster rammentare qui l'attivit della navigazione siriana dal quinto all'ottavo secolo tra i porti dell'Occidente e quelli dell'Egitto e dell'Asia minore, la conservazione da parte dei re germanici del Soldo aureo romano, insieme strumento e simbolo dell'unit economica del bacino mediterraneo, e infine l'orientamento generale del commercio verso le coste di questo mare che gli uomini avrebbero potuto ancora chiamare, con altrettante buone ragioni dei Romani, Mare nostrum.

Furono necessari il brusco ingresso in scena dell'Islam nel corso del settimo secolo e la sua conquista delle coste orientali, meridionali e occidentali del grande lago europeo per collocare quest'ultimo in una situazione completamente nuova, le cui conseguenze dovevano influire su tutto il corso ulteriore della storia. [[H. PIRENNE, Mahomet et Charlemagne e Un contraste conomique. Mrovingiens et Carolingiens, in "Revue belge de philologie et d'histoire", t. I (1922) e t. II (1923); e dello stesso: Les villes du Moyen Age, p. 7 sgg. (Bruxelles 1927). Questo punto di vista ha sollevato obiezioni che non  possibile prendere in esame in questa sede. Se ne trover un'esposizione in H. LAURENT, Les travaux de M. Henri PIRENNE sur la fin du monde antique et les dbuts du Moyen Age, in "Byzantion", t. VII (1932), p. 495 sgg.]] Ormai il Mediterraneo non  pi il legame millenario tra l'Oriente e l'Occidente che era stato fino ad allora:  diventato al contrario una barriera. Se l'Impero bizantino, grazie alla sua flotta armata, riesce a respingere l'offensiva musulmana dal mar Egeo, dall'Adriatico e dalle coste meridionali dell'Italia, in compenso il mar Tirreno finisce interamente in balia dei Saraceni. Tramite l'Africa e la Spagna costoro lo chiudono a sud e a ovest, mentre il possesso delle isole Baleari, della Corsica, della Sardegna e della Sicilia fornisce loro basi navali che finiscono per consolidarne il predominio. A partire dall'inizio dell'ottavo secolo, in questo grande quadrilatero marittimo il commercio europeo non ha pi storia. Il movimento economico si orienta ormai decisamente verso Baghdad. I cristiani, dir pittorescamente Ibn Khaldun, "non riescono pi a farvi galleggiare neanche una tavola". [[GEORGES MACAIS, in Histoire et historiens de l'Algerie, p. 212 (Parigi 1931), dice assai bene: "Dopo che la Berberia  diventata terra d'Islam, per tutta la durata del Medioevo, salvo eccezioni, i ponti tra essa e l'Europa cristiana sono quasi del tutto tagliati... Diviene una sorta di provincia del mondo orientale". Devo la conoscenza del testo di Ibn Khaldun a una cortese comunicazione del signor Marcais.]] Su queste sponde, che un tempo corrispondevano tra loro in una comunanza di costumi, bisogni e idee, si affrontano ora due civilt, o per meglio dire due mondi estranei e ostili, quello della Croce e quello della Mezzaluna. L'equilibrio economico dell'Antichit, che era sopravvissuto alle invasioni germaniche,  crollato sotto l'invasione dell'Islam. I Carolingi gli hanno impedito di estendersi a nord dei Pirenei, ma non hanno potuto, n d'altronde, consapevoli della loro impotenza, hanno tentato di riprendergli il mare. L'Impero di Carlo Magno, in netto contrasto con la Gallia romana e con la Gallia merovingia, sar un impero puramente terrestre o, se si vuole, continentale. E da questo grande fatto deriva necessariamente un ordine economico nuovo che  per l'appunto quello dell'alto Medioevo. [[H. PIRENNE, Un contraste conomique, cit.]]

Saraceni e cristiani in Occidente.

La storia successiva, che ci offre lo spettacolo di tanti debiti contratti dai cristiani con la superiore civilt dei Musulmani, non deve creare illusioni circa i rapporti che si sono instaurati inizialmente tra gli uni e gli altri.  vero che, dal nono secolo, i Bizantini e i loro avamposti sulle coste italiane, Napoli, Amalfi, Bari e soprattutto Venezia, hanno trafficato pi o meno attivamente con gli Arabi di Sicilia, Africa, Egitto e Asia minore. Ma in Europa occidentale le cose sono ben diverse. Qui, l'antagonismo delle due confessioni le mantiene, l'una nei confronti dell'altra, in costante assetto di guerra. I pirati saraceni infestano senza tregua il litorale del golfo del Leone, la riviera di Genova, le coste della Toscana e quelle della Catalogna. Saccheggiano Pisa nel 935 e nel 1004, distruggono Barcellona nel 985. Prima dell'inizio dell'undicesimo secolo, non si rileva la minima traccia di interscambio tra queste regioni e i porti saraceni della Spagna e dell'Africa. L'insicurezza delle coste  tale che il vescovado di Maguelonne deve essere ricondotto a Montpellier. Anche la terraferma non  al riparo dalle imprese del nemico.  noto che nel decimo secolo i Musulmani insediano nelle Alpi, a La Garde-Frainet, un avamposto militare da cui taglieggiano o massacrano i pellegrini e i viandanti che dalla Francia si recano in Italia. Il Rossiglione, alla stessa epoca, vive nel terrore per via delle scorrerie che essi spingono al di l dei Pirenei. Neil'846, bande saracene si erano inoltrate fino a Roma e avevano assediato Castel Sant'Angelo. In queste condizioni, la vicinanza dei Saraceni per i cristiani d'Occidente non poteva non comportare disastri irreparabili: troppo deboli per pensare di passare alla controffensiva, ripiegano pavidamente su se stessi e abbandonano agli avversari il mare sul quale non osano pi avventurarsi. Invero, dal nono all'undicesimo secolo l'Occidente  rimasto per cos dire "imbottigliato". Gli ambasciatori che di tanto in tanto sono ancora inviati a Costantinopoli, i pellegrini che in buon numero si dirigono ancora verso Gerusalemme, raggiungono tutti faticosamente la loro meta solo passando dall'Illiria e dalla Tracia, oppure scendendo fin nel sud dell'Italia, dove le navi greche di Bari li traghettano sulla sponda opposta dell'Adriatico. Non  dunque consentito, come talora si fa, addurre questi viaggi come prova della persistenza della navigazione mediterranea occidentale dopo l'espansione islamica. Questa navigazione  morta e sepolta.

Scomparsa del commercio in Occidente.

E il movimento commerciale non  sopravvissuto a questa navigazione, dal momento che essa ne era la vena feconda.  agevole dimostrare che, fintantoch  rimasta attiva,  stata la navigazione a mantenere in vita il traffico nei porti di Italia, Africa, Spagna e Gallia, come pure nel loro entroterra. Se si leggono i documenti di cui disponiamo, malauguratamente troppo rari, non si pu dubitare che, fino alla conquista araba, una classe di mercanti di professione sia stata in ogni regione lo strumento di un commercio di esportazione e di importazione di cui si pu discutere l'importanza, ma non l'esistenza. Grazie a essa, le citt romane sono rimaste i centri d'affari e i punti di concentrazione di una circolazione che, dalla costa, si propagava verso il Nord, almeno fino alla valle del Reno, facendovi penetrare il papiro, le spezie, i vini orientali e l'olio sbarcati sulle coste del Mediterraneo. [[P. SCHEFFER-BOICHROST, Die Syrer im Abendlande, in "Mitteilungen des Instituts fur Oesterreichische Geschichtforschung", t. VI, 1885, p. 521 sgg.; L. BEREHIER, Les colonies des Orientaux en Occident au commencement du Moyen Age, in "Byzantinische Zeitschrift", t. XII, 1903, p. 11 sgg.; J. EBERSOLT, Orient et Occident, p. 26 sgg. (Parigi 1929); H. PIRENNE, Le commerce du papyrus dans la Gaule mrovingienne, in Comptes rendus des sances de l'Acadmie des Inscriptions et Belles-Lettres, 1928, p. 178 sgg.; dello stesso, Le cellarium fisci. Une institution conomique des temps mrovingiens, in "Bulletin de l'Acadmie royale de Belgique", Classe des Lettres, 1930, p. 201 sgg]]

La chiusura di questo mare a causa dell'espansione islamica del settimo secolo ha avuto come necessaria conseguenza il rapidissimo deperimento di questa attivit. Nel corso dell'ottavo secolo, l'interruzione del commercio porta con s la scomparsa dei mercanti. La vita urbana, che si perpetuava proprio grazie a quei mercanti, svanisce insieme a loro. Le citt romane continuano indubbiamente a sopravvivere perch, in quanto centri dell'amministrazione diocesana, i vescovi vi mantengono la loro residenza e raccolgono attorno a s un numeroso clero; ma esse perdono ogni significato economico insieme alla loro amministrazione municipale. Si manifesta un impoverimento generale. Il numerario aureo sparisce per far posto alla moneta d'argento con cui i Carolingi sono costretti a sostituirlo. Il nuovo sistema monetario che istituiscono al posto del vecchio soldo aureo romano  la prova evidente della loro rottura con l'economia antica o, per meglio dire, con l'economia mediterranea.

Regresso economico sotto i Carolingi.

 un palese errore considerare il regno di Carlo Magno, come quasi sempre si fa, un'epoca di ascesa economica. Si tratta solo di un illusorio miraggio. In realt, paragonato al periodo merovingio, il periodo carolingio appare, dal punto di vista commerciale, un'epoca di decadenza o, se si preferisce, di regresso. [[L. HALPHEN, tudes critiques sur l'histoire de Charlemagne, p. 239 sgg. (Parigi 1921); H. PIRENNE, Mahomet et Charlemagne, cit.]] Quand'anche avesse tentato, Carlo Magno non avrebbe potuto impedire le conseguenze ineluttabili della scomparsa del traffico marittimo e della chiusura dei mari.

 verissimo che queste conseguenze non interessarono le regioni del Nord con la stessa intensit avvertita in quelle del Sud. Durante la prima met del nono secolo, i porti di Quentovic (oggi taples, sulla Canche) e di Duurstede (sul Reno, a nord di Utrecht) continuarono a essere piuttosto frequentati; la flotta mercantile frisona seguit a percorrere la Schelda, la Mosa e il Reno, e a dedicarsi al cabotaggio sulle rive del Mare del Nord. [[O. FLENGER, Quentowic, seine maritime Bedeutung unter Merowingern und Karolingern, in "Hansische Geschichtsbltter", 1907, p. 91 sgg.; H. PIRENNE, Draps de Frise ou draps de Fiandre?, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. VII, 1909, p. 308 sgg.; H. Poelman, Geschiedenis van den handel van Noordnederlandgedurende het Merowingische en Karolingische tijdperk (Amsterdam 1908).]] Ma bisogna guardarsi dal considerare questi fatti come sintomi di rinascita. Sono soltanto il prolungamento di un'attivit che risale all'Impero romano e che si era perpetuata in epoca merovingia. [[F. CUMONT, Comment la Belgiquefut romanise (Bruxelles 19192)]]  possibile, anzi probabile, che la presenza abituale della corte imperiale ad Aquisgrana e la necessit di approvvigionare il suo numerosissimo personale abbiano contribuito, non solo a sostenere, ma anche a sviluppare la circolazione nei territori circostanti e a fare di essi l'unica regione dell'Impero in cui si osserva ancora una certa attivit commerciale. Comunque sia, del resto, i Normanni non tardarono a mettere fine a quest'ultima sopravvivenza del passato. Quentovic e Duurstede furono da loro saccheggiate e distrutte prima della fine del nono secolo, con tanta pervicacia e scrupolosit che i due porti non riuscirono pi a risollevarsi dalla rovina.

Si potrebbe credere, e talvolta si  creduto, che la valle del Danubio si sia sostituita al Mediterraneo come grande via di comunicazione tra Oriente e Occidente. Avrebbe potuto, in effetti, se non fosse stata resa inaccessibile, prima dagli Avari e poi, subito dopo, dai Magiari. Tutto ci che i testi ci permettono di intravedere su questo versante europeo  la circolazione di poche imbarcazioni cariche di sale proveniente dalle saline di Salisburgo. Quanto al presunto commercio con gli Slavi pagani delle rive dell'Elba e della Saale, si limitava a losche operazioni di avventurieri, i quali cercavano di fornire armi a quei barbari o di comprare, per rivenderli poi come schiavi, i prigionieri di guerra che le truppe carolingie facevano fra quei pericolosi vicini dell'Impero. Basta leggere i capitolari per convincersi che su quei confini militari, dove l'insicurezza regnava in pianta stabile, non c'era alcun traffico normale e regolare.

2.

Carattere agricolo della societ dal nono secolo in poi.

Ci che appare in tutta evidenza  che, dalla fine dell'ottavo secolo, l'Europa occidentale  regredita allo stato di una regione puramente agricola. La terra  l'unica fonte di sostentamento e il solo requisito della ricchezza. Tutte le classi della popolazione, a partire dall'imperatore, il quale non ha altre rendite salvo quelle dei suoi possedimenti fondiari, fino al pi umile dei servi, vivono direttamente o indirettamente dei prodotti del suolo, sia che li ottengano col proprio lavoro, sia che si limitino a percepirli sotto forma di canoni e a consumarli. La ricchezza mobiliare non ha pi alcun impiego economico. Tutta l'esistenza sociale  fondata sulla propriet o sul possesso della terra. Donde l'impossibilit per lo Stato di mantenere un sistema militare e un'amministrazione che non poggino su di essa. L'esercito ormai si recluta soltanto tra i detentori di feudi, e i funzionari solo tra i grandi proprietari. In simili circostanze, diventa impossibile salvaguardare la sovranit del capo dello Stato. Se questa sovranit esiste in linea di principio, di fatto scompare. Il sistema feudale non  altro che lo sbriciolamento del potere pubblico tra le mani dei suoi funzionari che, per il fatto stesso di possedere ciascuno una parte del territorio, sono diventati indipendenti e considerano le loro attribuzioni come parte del loro patrimonio. In fin dei conti, la comparsa del feudalesimo in Europa occidentale nel corso del nono secolo  soltanto la ripercussione, nell'ordine politico, del ritorno della societ a una civilt puramente rurale.

I latifondi.

Dal punto di vista economico, il fenomeno pi evidente e pi caratteristico di questa civilt  il latifondo. Indubbiamente, la sua origine  molto pi antica ed  facile ricostruire la filiazione che lo ricollega a un passato assai remoto. Grandi proprietari esistevano in Gallia gi prima di Cesare, come ne esistevano in Germania prima delle invasioni. L'Impero romano ha lasciato sopravvivere i latifondi gallici, che con estrema rapidit si sono adattati all'organizzazione di quelli del popolo vincitore. La villa gallica dell'epoca imperiale, con la sua riserva devoluta al proprietario e i suoi innumerevoli censi di coloni, presenta il tipo di sfruttamento rurale descritto dagli agronomi italiani da Catone in poi. Cos com'era, essa ha attraversato indenne il periodo delle invasioni germaniche. La Francia merovingia l'ha conservata e la Chiesa l'ha introdotta al di l del Reno di pari passo con la conversione di quelle regioni al cristianesimo. [[Su tutto questo mi accontento di rinviare il lettore alle eccellenti pagine di M. BLOCH, Les caractres originaux de l'histoire rurale franaise, p. 67 sgg.]]

Assenza di sbocchi.

L'organizzazione feudale basata sul latifondo non costituisce una novit da nessun punto di vista. Ci che  nuovo , se cos si pu dire, il suo funzionamento come conseguenza dell'eclissi del commercio e delle citt. Fintantoch il primo era stato capace di trasportare i suoi prodotti e le seconde di offrirgli un mercato, il latifondo aveva disposto e conseguentemente approfittato di una vendita regolare all'esterno. Partecipava all'attivit economica generale come produttore di derrate alimentari e come consumatore di manufatti. In altri termini, si trovava in una situazione di mutuo scambio con il mondo esterno. D'un tratto la situazione cambia, perch non esistono pi n mercanti n una popolazione cittadina. A chi vendere, se non ci sono pi compratori? Dove smerciare una produzione che nessuno reclama, dal momento che nessuno ne ha pi bisogno? Ciascuno vive della sua terra, quindi non si preoccupa dell'intervento altrui, e per forza di cose, in assenza di domanda, il produttore terriero diventa il solo consumatore dei suoi prodotti. Cos, ogni possedimento si consacra a quel genere di economia che abbastanza impropriamente si designa col termine di economia dominicale chiusa, ma che invero altro non  che un'economia senza sbocchi.

A questo stato di cose non ci si rassegna di buon grado, ma coattivamente. Se non si vende pi, non  perch non si vuol vendere, ma perch non ci sono pi compratori disponibili. In mancanza di meglio, fu necessario adattarsi alla situazione. Il signore dovette arrangiarsi, non soltanto per vivere della sua riserva e delle prestazioni dei suoi contadini, ma anche per potersi procurare all'interno, visto che non avrebbe potuto farlo altrove, gli utensili e gli indumenti indispensabili alla coltivazione delle sue terre e all'abbigliamento dei suoi domestici. Da ci il sorgere di quei laboratori artigiani o di quei "ginecei" cos peculiari dell'organizzazione dominicale dell'alto Medioevo, e che non hanno altro scopo se non quello di supplire alla carenza del commercio e dell'industria.

Il commercio occasionale.

Va da s che un simile stato di cose  inevitabilmente esposto ai rischi del clima. Se un raccolto viene a mancare, le provviste accumulate nei granai in vista della carestia si esauriscono presto e bisogna ingegnarsi per procurarsi il grano indispensabile. Allora si inviano per il paese dei servi incaricati di farne rifornimento presso qualche vicino pi fortunato o in qualche regione dove regna l'abbondanza. Per munirli di denaro, il signore ha fatto fondere il vasellame nella pi vicina zecca, oppure si  indebitato con l'abate di un monastero dei dintorni. Si genera cos a tratti, sotto l'influsso dei fenomeni atmosferici, un commercio occasionale che continua a mantenere sulle strade e sui corsi d'acqua una circolazione intermittente. Pu altres capitare che, negli anni di prosperit, si cerchi con gli stessi mezzi di vendere all'esterno l'eccedenza della propria vendemmia o del proprio raccolto. Infine, un condimento necessario alla vita, il sale, si trova solo in certe regioni, dove si  dunque costretti ad andare pur di procurarselo. Ma, ancora una volta, in tutto questo non si pu ravvisare alcuna specifica attivit commerciale, n tantomeno professionale. Il mercante si improvvisa, se cos si pu dire, secondo le circostanze. La vendita e l'acquisto non sono l'occupazione normale di nessuno. Sono espedienti cui si fa ricorso quando la necessit lo impone.

Il commercio ha cessato completamente di essere uno dei rami dell'attivit sociale, al punto che ogni feudo si sforza di far fronte con i propri stessi fondi a ogni bisogno interno. Per questo si vedono le abbazie delle regioni prive di vigneti, come per esempio i Paesi Bassi, darsi da fare per ottenere la donazione di terre coltivate a vite, sia nel bacino della Senna, sia nelle valli del Reno e della Mosella, al fine di potersi cos assicurare ogni anno un rifornimento di vino. [[H. VAN WERVWKE, Comment les tablissements religieux belges se procuraientils du vin au haut Moyen Age?, in "Revue belge de philologie et d'histoire", t. II, 1923, p. 643 sgg.]]

I mercati locali.

L'abbondanza di mercati sembra a prima vista in contraddizione con la paralisi commerciale dell'epoca. Difatti, a partire dall'inizio del nono secolo, i mercati pullulano e se ne istituiscono continuamente di nuovi. Ma la loro stessa quantit  la prova della loro scarsa rilevanza. Solo la fiera di Saint-Denys, nei pressi di Parigi (fiera del Lendit), attira abbastanza da lontano, una volta all'anno, al tempo stesso pellegrini, venditori e compratori occasionali. Al di fuori di essa, si trova solo una moltitudine di piccoli mercati settimanali dove i contadini dei paraggi mettono in vendita qualche uovo, qualche pollo, qualche libbra di lana o qualche auna di rozzo panno tessuto in casa. La natura delle transazioni che vi si effettuano risulta con sufficiente chiarezza dal fatto che vi si vende per denaratas, vale a dire per quantit che non superano il valore di pochi denari. [[Edictus pistense, 20. boretius, Capitularia, t. II, p. 319.]] Insomma, l'utilit di questi piccoli assembramenti si limitava a soddisfare i bisogni familiari della popolazione circostante e, con ogni probabilit, come avviene ancora oggi presso i Cabili, anche a soddisfare quell'istinto di socievolezza che  proprio di tutti gli uomini. Essi costituivano l'unica distrazione offerta da una societ cristallizzata nel lavoro della terra. Il divieto, imposto da Carlo Magno ai servi dei suoi possedimenti, di "vagare per i mercati" dimostra che questi ultimi vi erano attirati assai pi dal desiderio di divertirsi che dalla smania degli affari. [[Capitulare de villis, 54. Ivi, t. I, p. 88.]]

Gli Ebrei.

Mercanti di professione, dunque, per quanto si cerchino, non se ne trovano, o meglio si trovano solo gli Ebrei. Soltanto loro, a partire dagli inizi dell'epoca carolingia, praticano regolarmente il commercio, tanto che, nella lingua del tempo, la parola Judaeus e la parola mercator appaiono quasi sinonimi. Un certo numero di essi risiede nel sud della Francia, ma la maggior parte proviene dai paesi musulmani del Mediterraneo, dai quali, attraverso la Spagna, raggiunge l'Occidente e il nord dell'Europa. Sono i Radaniti, perenni viaggiatori, il tramite che mantiene ancora un superficiale contatto con le regioni orientali. [[Vedere in proposito il Livre des routes et des pays di ibn khordadbek (850 ca.), nella traduzione di BARBIER DE MAYNARD, Journal asiatique, 1865.]] D'altronde, il commercio cui si dedicano riguarda esclusivamente le spezie e le stoffe pregiate che laboriosamente trasportano dalla Siria, dall'Egitto e da Bisanzio nell'Impero carolingio. Grazie a loro, le chiese possono procurarsi l'incenso indispensabile alla celebrazione delle funzioni e, di tanto in tanto, quelle ricche stoffe di cui i tesori delle cattedrali hanno conservato fino ai giorni nostri rari esemplari. Importano pepe, condimento divenuto cos raro e cos costoso che talvolta lo si impiega come moneta, e smalti o avori di fabbricazione orientale, che costituiscono il lusso dell'aristocrazia. I commercianti ebrei si rivolgono dunque a una clientela assai ristretta. I profitti da loro realizzati dovettero essere assai considerevoli ma, a conti fatti, il loro ruolo economico deve essere considerato secondario. Con la loro scomparsa, l'ordine sociale non avrebbe perso nulla di essenziale.

Carattere della societ dal nono secolo.

E cos, da qualunque angolazione la si esamini, a partire dal nono secolo l'Europa occidentale ci appare come una societ essenzialmente rurale e in cui lo scambio e la circolazione dei beni sono ridotti al livello pi basso mai raggiunto. La classe mercantile  scomparsa. A determinare la condizione degli uomini, sono ora i loro rapporti con la terra. Una minoranza di proprietari ecclesiastici o laici ne detiene la propriet; sotto di loro, una moltitudine di tributari si ripartisce l'ambito dei feudi. Chi ha la terra ha insieme a essa la libert e la potenza: il proprietario ne  al tempo stesso il signore; chi ne  privo  ridotto alla servit: il termine villano designa infatti tanto il contadino di un feudo (villa) quanto il servo. Poco importa che qua e l, nella popolazione contadina, pochi individui abbiano conservato per buona sorte la loro terra e conseguentemente la loro libert personale. In linea di massima, la servit  la normale condizione della popolazione agricola, ossia di tutta la popolazione. Indubbiamente le sfumature sono numerose in questa servit, nella quale si incontrano, accanto a uomini ancora assai vicini all'antica schiavit, i discendenti di piccoli proprietari spossessati o che sono entrati volontariamente nella clientela dei grandi. Il fatto essenziale non  tanto la condizione giuridica quanto quella sociale, e quest'ultima riduce al ruolo di dipendenti, di sfruttati, ma al tempo stesso di protetti, tutti coloro che vivono sulle terre signorili.

Preponderanza della Chiesa.

In questo mondo rigorosamente gerarchizzato, il primo e pi importante posto spetta alla Chiesa. Essa vi possiede sia il potere economico che l'ascendente morale. I suoi innumerevoli possedimenti superano per estensione quelli della nobilt, cos come anche le  superiore la sua istruzione. Per giunta, soltanto la Chiesa dispone, grazie alle oblazioni dei fedeli e alle elemosine dei pellegrini, di una fortuna monetaria che in tempo di carestia le consente di prestare denaro ai laici bisognosi. Infine, in una societ ricaduta nell'ignoranza generale, essa sola detiene due strumenti indispensabili della cultura, ossia la lettura e la scrittura, e nel suo seno i re devono necessariamente reclutare i cancellieri, i segretari, i "notai", insomma tutto quel personale colto di cui non possono assolutamente fare a meno. Dal nono all'undicesimo secolo, tutta l'alta amministrazione  di fatto nelle sue mani. Il suo spirito vi domina come domina nelle arti. L'organizzazione dei suoi feudi  un modello che invano i feudi della nobilt cercheranno di emulare, poich solo nella Chiesa si trovano uomini capaci di redigere polittici, di tenere registri contabili, di calcolare entrate e spese e, pertanto, di mantenerle in pareggio. Dunque la Chiesa non  soltanto la grande autorit morale di quel tempo, ne  anche la grande potenza finanziaria.

Ideale economico della Chiesa.

E la concezione ecclesiastica del mondo si adatta meravigliosamente alle condizioni economiche di quell'epoca, in cui la terra  il solo fondamento dell'ordine sociale. Infatti la terra  stata data da Dio agli uomini per metterli in grado di vivere in questo mondo in vista della salvezza eterna. Lo scopo del lavoro non  di arricchirsi, ma di mantenersi nella condizione in cui si  nati, in attesa del passaggio dalla vita mortale alla vita eterna. La rinuncia monastica  l'ideale al quale tutta la societ deve tendere. Ambire alla fortuna equivale a cadere nel peccato di avarizia. La povert ha un'origine divina e un precetto provvidenziale. Sta ai ricchi alleviarla con la carit, di cui i monasteri danno loro l'esempio. Che l'eccedenza dei loro raccolti sia dunque messa da parte per poter essere ripartita gratuitamente, come le abbazie anticipano gratuitamente le somme che i nobili chiedono loro in prestito in caso di bisogno.

Proibizione dell'usura.

"Mutuum date nihil inde sperantes". Il prestito a interesse o, per usare il termine tecnico che lo designa e che da allora assume il significato peggiorativo conservato ancora ai nostri giorni, l'usura,  un abominio. Proibita da sempre al clero, dal nono secolo la Chiesa  riuscita a farla interdire anche ai laici, riservandone la giurisdizione ai propri tribunali. D'altronde, il commercio in genere non  meno degno di condanna del commercio di denaro. Anch'esso  pernicioso per l'anima poich la distoglie dal suo fine ultimo. "Homo mercator vix aut nunquam potest Deo piacere." [[L. GOLDSCHIMDT, Universalgeschichte des Handelsrechts, t. I, p. 139 (Stoccarda 1891).]]

 facile osservare l'armoniosa corrispondenza di questi princpi con i fatti e quanto l'ideale ecclesiastico si adatti alla realt. Questo ideale giustifica lo stato di cose da cui la Chiesa stessa  la prima a trarre vantaggio. La condanna dell'usura, del commercio, del profitto per il profitto: cosa c' di pi naturale e, in questi secoli in cui ogni feudo basta a se stesso e costituisce normalmente un piccolo mondo chiuso, cosa di pi benefico se si pensa che solo la carestia costringe a rivolgersi agli altri e quindi esporrebbe a tutti gli abusi della speculazione, dell'usura, dell'accaparramento, insomma alla tentazione fin troppo forte di sfruttare il bisogno, se proprio questi abusi non fossero condannati dalla morale religiosa? Naturalmente, dalla teoria alla pratica ce ne corre, e gli stessi monasteri non si sono fatti scrupolo di trasgredire assai spesso i divieti della Chiesa. Ci non toglie tuttavia che essa abbia cos profondamente pervaso il mondo del suo spirito che gli occorreranno lunghi secoli per abituarsi alle nuove pratiche che la futura rinascita economica a venire reclamer e per imparare ad accettare senza troppe riserve la legittimit dei profitti commerciali, dell'investimento del capitale e del prestito a interesse.

Primo. La rinascita del commercio.

1. IL MEDITERRANEO.

Prosegue il commercio mediterraneo nell'Italia bizantina.

L'irruzione dell'Islam nel bacino del Mediterraneo aveva chiuso nel settimo secolo il mare ai cristiani d'Occidente, ma non l'aveva chiuso a tutti i cristiani. Soltanto il Tirreno era diventato un lago musulmano. Non era cos n per le acque che bagnano l'Italia meridionale, n per l'Adriatico, n per il mar Egeo. Si  gi detto che, in quei tratti di mare, le flotte bizantine erano riuscite a respingere l'invasione araba. Dopo lo smacco dell'assedio di Costantinopoli nel 719, la Mezzaluna non si era pi fatta viva nel Bosforo. Tuttavia la lotta tra le due confessioni rivali, con un'alternanza di successi e di rovesci, prosegu. Padroni dell'Africa, gli Arabi si accanirono nella conquista della Sicilia, dove il loro dominio fu totale dopo la presa di Siracusa avvenuta nell'878. Ma i loro insediamenti non andarono oltre. Le citt del sud dell'Italia, Napoli, Gaeta, Amalfi, e Salerno a ovest, Bari a est, continuarono a riconoscere l'imperatore di Costantinopoli. E lo stesso fu per Venezia che, in fondo all'Adriatico, non dovette mai temere seriamente l'espansione saracena.

Indubbiamente, il legame che univa questi porti all'Impero bizantino non era solidissimo e, con l'andar del tempo, si indebol sempre pi. L'insediamento dei Normanni in Italia e in Sicilia (1029-1091) lo ruppe definitivamente in questa regione. Quanto a Venezia, che i Carolingi non erano riusciti a conquistare nel nono secolo, aveva continuato a rimanere volentieri sotto l'autorit del basileus, tanto pi che quest'ultimo evitava prudentemente di fargliela pesare, e lasciava che la citt si trasformasse a poco a poco in una repubblica indipendente. Del resto, se i rapporti politici dell'Impero con le sue lontane appendici italiane non erano molto attivi, in compenso esso manteneva con loro un traffico assai intenso. Sotto questo aspetto esse gravitavano nella sua orbita e, per cos dire, voltavano le spalle all'Occidente per rivolgersi a Oriente. Il vettovagliamento di Costantinopoli, la cui popolazione era di circa un milione di abitanti, sosteneva le loro esportazioni. In cambio, le fabbriche e i bazar di quella capitale fornivano loro le sete e le spezie di cui non potevano fare a meno. Infatti la vita urbana, con tutti i bisogni di lusso che comporta, non era scomparsa nell'Impero bizantino come era invece accaduto nell'Impero carolingio. Passando dal secondo al primo, in realt si passava in un altro mondo. Nel mondo bizantino, l'evoluzione economica non era stata bruscamente interrotta dall'irruzione dell'Islam. La navigazione marittima continuava ad alimentare un commercio importante e a mantenere citt popolate da artigiani e da mercanti di professione. Non si pu immaginare contrasto pi evidente di quello tra l'Europa occidentale, dove la terra era tutto e il commercio non era niente, e Venezia, citt senza terra e che viveva unicamente dei suoi traffici.

Commercio dell'Italia bizantina e di Venezia con l'Islam.

Costantinopoli e i porti cristiani d'Oriente avevano presto cessato di essere i soli obiettivi delle flotte delle citt bizantine d'Italia e di Venezia. In esse lo spirito di iniziativa e la ricerca del guadagno erano troppo potenti e troppo indispensabili perch semplici scrupoli religiosi potessero impedire loro a lungo di riannodare le antiche relazioni d'affari con l'Africa e la Siria, bench queste ultime fossero ora in mano agli infedeli. A partire dalla fine del nono secolo, si assiste alla rinascita di queste relazioni, all'inizio solo abbozzate, poi sempre pi attive. Per i Veneziani ha poca importanza la religione dei loro clienti, purch paghino. L'amore del profitto, che la Chiesa condanna e stigmatizza col nome di avarizia, si manifesta qui nella sua forma pi brutale. I Veneziani esportano verso gli harem d'Egitto e di Siria giovani Slavi rapiti o comprati sulla costa dalmata, e questo traffico di "schiavi" [[Come  noto, il termine schiavo equivale al termine slavo.]] ha indubbiamente contribuito in larga misura alla loro nascente prosperit, cos come la tratta dei negri contribu nel diciottesimo secolo a quella di tanti armatori di Francia e d'Inghilterra. A ci si aggiunga il trasporto del legname da costruzione e del ferro, di cui i paesi islamici sono privi. Eppure non ci sono dubbi che quel legname servir a costruire navi e quel ferro a forgiare armi che saranno impiegate contro i cristiani, probabilmente contro gli stessi marinai di Venezia. Il mercante, qui come sempre, pensa solo all'interesse immediato e a concludere un buon affare. Per quanto il papa minacci di scomunica i venditori di schiavi cristiani, per quanto l'imperatore proibisca il rifornimento degli infedeli con oggetti suscettibili di essere usati per la guerra, le cose non cambiano. Venezia, dove nel nono secolo alcuni mercanti hanno riportato da Alessandria le reliquie di san Marco, conta sulla loro protezione per permettersi tutto e considera il costante progresso della propria ricchezza come la giusta ricompensa della venerazione che tributa loro.

Sviluppo economico di Venezia.

E questa ricchezza si sviluppa ininterrottamente. La citt della laguna si impegna, con tutti i mezzi, con un'energia e un'attivit sorprendenti, a promuovere quel commercio marittimo che  condizione stessa della sua esistenza. Si pu dire che tutta la popolazione vi si dedichi e ne dipenda, come sul continente gli uomini dipendono dalla terra. La servit, conseguenza ineluttabile della civilt rurale dei contadini di quel tempo,  sconosciuta in questa citt di marinai, di artigiani e di mercanti. Soltanto il patrimonio stabilisce fra loro differenze sociali, indipendenti dalla condizione giuridica. I profitti commerciali non hanno tardato a far sorgere una classe di ricchi trafficanti, le cui operazioni presentano gi incontestabilmente un carattere capitalistico. La forma societaria della commenda appare fin dal decimo secolo, mutuata evidentemente dalle pratiche del diritto consuetudinario del mondo bizantino.

Il progresso economico  testimoniato indiscutibilmente dall'uso della scrittura, indispensabile in ogni attivit affaristica di una certa importanza. Un chierico amanuense fa parte dell'equipaggio di ogni nave che fa rotta verso paesi stranieri, e se ne deve dedurre che gli armatori hanno rapidamente imparato a tenere i propri conti da s e a corrispondere epistolarmente con i propri interlocutori commerciali. [[R. HEYNEN, Zur Entstehung des Kapitalismus in Venedig, cit., p. 82. L'esempio pi antico che sia citato di questa pratica risale al 1110. Ma essa era evidentemente anteriore.]] A dire il vero, l'esercizio del grande commercio non  affatto oggetto di condanna. Le famiglie pi importanti vi si consacrano; gli stessi dogi ne danno esempio, e tutto questo, cosa che sembra quasi incredibile per dei contemporanei di Ludovico il Pio, in pieno nono secolo. Nel 1007, Pietro secondo Orseolo destina a istituti caritatevoli i profitti di una somma di 1250 lire che ha investito negli affari. Alla fine dell'undicesimo secolo, la citt trabocca di opulenti patrizi, proprietari di un gran numero di partecipazioni nell'armamento di navi (sortes), i cui magazzini e imbarcaderi (stationes) sorgono uno accanto all'altro lungo il rivo-alto e i moli si estendono sempre pi lontano lungo le isole della laguna.

L'espansione veneziana.

Venezia  gi allora una grande potenza marittima. Ancor prima del 1100  riuscita a liberare l'Adriatico dai pirati dalmati che lo infestavano e a imporre saldamente la sua egemonia su tutta la costa orientale di questo mare, che considera una sua propriet e che tale rester per secoli. Per conservare il controllo sullo sbocco dell'Adriatico nel Mediterraneo, nel 1002 coopera con la flotta bizantina all'espulsione dei Saraceni da Bari. Settantanni dopo, quando lo Stato normanno fondato da Roberto il Guiscardo nell'Italia meridionale la minaccia con una concorrenza marittima pericolosa tanto per essa quanto per l'Impero greco, si unisce di nuovo a quest'ultimo per combattere il pericolo e averne la meglio. Dopo la morte di Roberto (1076), i tentativi di espansione mediterranea che questo principe geniale aveva concepito non hanno pi seguito. La guerra  volta a favore di Venezia, che si  liberata in un sol colpo della rivalit di Napoli, Gaeta, Salerno e soprattutto Amalfi, le quali, assorbite dallo Stato nemico, sono trascinate nella sua disfatta e abbandonano ormai ai navigatori di Venezia i mercati di Costantinopoli e dell'Oriente.

Venezia e l'Impero bizantino.

Gi da tempo, del resto, i Veneziani vi godevano di una preponderanza incontestabile. Nel 992, il doge Pietro secondo Orseolo aveva ottenuto dagli imperatori Basilio e Costantino una crisobolla che esentava i vascelli veneziani dalle esazioni cui fino ad allora avevano dovuto sottostare alla dogana di Abido. Le relazioni tra il porto della laguna e quello del Bosforo erano cos attive che una colonia veneziana si era stabilita in quest'ultimo, dove poteva contare su privilegi giuridici ratificati dagli imperatori. Negli anni seguenti, altre colonie erano state fondate a Laodicea, Antiochia, Mamistra, Adana, Tarso, Satalia, Efeso, Chio, Focea, Selembria, Eraclea, Rodosto, Adrianopoli, Salonicco, Demetriade, Atene, Tebe, Corone, Modone, Corf. In ogni regione dell'Impero, la flotta veneziana disponeva dunque di basi di rifornimento e di penetrazione che ne assicuravano la supremazia. Si pu dire che, dalla fine dell'undicesimo secolo, essa detiene praticamente il monopolio dei trasporti in tutte le province dell'Europa e dell'Asia che sono ancora sotto la sovranit di Costantinopoli.

E gli imperatori non cercano di opporsi a una situazione che non potrebbero contrastare se non a proprio danno. Il privilegio accordato da Alessio Comneno al doge nel maggio 1082 pu essere considerato la consacrazione definitiva dell'egemonia veneziana nei loro Stati. Ormai i Veneziani sono affrancati in tutto l'Impero da ogni sorta di tasse commerciali. Sono dunque in una situazione di vantaggio rispetto agli stessi sudditi del basileus. Il contratto che stabilisce gli obblighi che i Veneziani devono adempiere nel caso in cui trasportino merci straniere dimostra in modo definitivo che da allora essi sono i veri padroni di tutto il traffico marittimo nella parte orientale del Mediterraneo. Difatti, se  vero che si possiedono scarse notizie sui progressi delle loro relazioni con i paesi islamici dal decimo secolo in poi, tutto indica che queste relazioni hanno continuato a svilupparsi parallelamente alle altre, se non proprio con il medesimo vigore.

[[Bibliografia: W. HEYD, Histoire du commerce du Levant, ed. franc. a cura di FURCY-RAINAUD (Lipsia 1885-1886), 2 voll., ristampa nel 1923; trad. it., Storia del commercio del Levante nel Medioevo (Torino 1913); H. SCHAUBE, Handelsgeschichte der Romanischen Vlker des Mittelmeergebiets bis zum Ende der Kreuzzuge (Monaco-Berlino 1906), trad. it., Storia del commercio dei popoli latini del Mediterraneo sino alla fine delle Crociate (Torino 1915); H. KRETSCHAYR, Geschichte von Venedig (Gotha 1905-1920), 2 voll.; R. heynen, Zur Entstehung des Kapitalismus in Venedig (Stoccarda-Berlino 1905); L. BRENTANO, Die Byzantinische Volkswirtschaft, in "Jahrbuch fr Gesetzgebung, Verwaltung etc", t. XLI, 1917; H. PIRENNE, Les villes du Moyen Age. Essai d'histoire conomique et sociale (Bruxelles 1927), trad. it., Le citt del Medioevo (Roma, Newton & Compton, 1997).]]

2. IL MARE DEL NORD E IL MAR BALTICO.

I due mari interni, il Mare del Nord e il mar Baltico, che bagnano le coste dell'Europa settentrionale come il Mediterraneo, cui fanno riscontro, ne bagna le coste meridionali, dalla met del nono secolo fino alla met dell'undicesimo secolo offrono uno spettacolo che, bench profondamente diverso da quello che si  appena tratteggiato, vi si accosta tuttavia nei suoi caratteri essenziali. Anche qui, in effetti, troviamo sulle sponde e, per cos dire, ai margini del continente un'attivit marittima e commerciale che contrasta clamorosamente con l'economia agricola di quest'ultimo.

Le incursioni normanne.

Si  visto in precedenza che l'attivit dei porti di Quentovic e di Duurstede non era sopravvissuta all'invasione normanna del nono secolo. L'Impero carolingio, privo di una flotta, non aveva potuto difendersi contro l'irruzione dei barbari del Nord come l'Impero bizantino aveva fatto nei confronti dell'invasione musulmana. Questo suo punto debole era stato sfruttato fin troppo bene dagli energici Scandinavi che, per pi di mezzo secolo, lo sottoposero a una sistematica spoliazione, giungendo non solo attraverso gli estuari dei fiumi del Nord, ma anche attraverso quelli atlantici. L'espressione spoliazione  qui impiegata di proposito, in quanto nessun'altra corrisponderebbe con altrettanta esattezza alla realt.

Infatti, non bisogna raffigurarsi i Normanni come semplici predoni. Padroni del mare, potevano concertare le loro aggressioni, e non mancarono di farlo. Il loro scopo non era e non poteva essere la conquista. Il massimo che fecero fu di assicurarsi tanto nel continente quanto nelle isole britanniche alcuni territori di insediamento. Ma le incursioni che spinsero cos in profondit nella terra ferma presentano, in fondo, il carattere di grandi razzie. Si sviluppano secondo un metodo ben sperimentato. Li si vede partire da un centro organizzato come campo fortificato e dove andr ad accumularsi il bottino raccolto nelle regioni vicine, in attesa di essere trasportato verso la Danimarca e la Norvegia. I Vichinghi sono dunque, tutto sommato, dei pirati, e si sa che la pirateria  la prima tappa del commercio. Ci  talmente vero che, dalla fine del nono secolo, quando cessano i loro saccheggi, questo popolo si trasforma in un popolo di mercanti.

L'espansione commerciale degli Scandinavi.

Per comprendere l'espansione scandinava,  importante inoltre osservare che essa non si  orientata interamente verso l'Occidente. Se i Danesi e i Norvegesi si sono scagliati sull'Impero carolingio, l'Inghilterra, la Scozia e l'Irlanda, in compenso i loro vicini Svedesi si sono diretti verso la Russia. Se siano stati chiamati in aiuto dai principi slavi della valle del Dnepr in lotta con i Peceneghi oppure se, in cerca di profitto, si siano spinti spontaneamente verso le rive bizantine del Mar Nero attraverso la grande via naturale che, fin dai tempi pi remoti, i commercianti greci del Chersoneso o del Ponto Eusino avevano seguito per approvvigionarsi di ambra del mar Baltico, non  questa la sede per appurarlo. Qui ci accontenteremo di constatare che, dalla met del nono secolo, essi hanno creato, lungo il corso del Dnepr e dei suoi affluenti, campi trincerati analoghi a quelli che i loro fratelli danesi e norvegesi fondavano nella stessa epoca nei bacini della Schelda, della Mosa e della Senna. Costruite a una cos grande distanza dalla madre patria, queste cinte murarie o, per impiegare il termine slavo, questi gorod, divennero per gli invasori piazzeforti permanenti da cui estesero la loro dominazione e il loro sfruttamento ai popoli poco bellicosi che li circondavano. L ammassavano i tributi imposti ai vinti, gli schiavi che facevano tra di essi, come pure il miele e le pelli di cui si rifornivano nelle foreste vergini. Ma la situazione in cui si trovavano doveva presto indurli a praticare un'economia di scambio.

Il commercio scandinavo in Russia.

La Russia meridionale, dove si erano insediati, si trovava infatti situata tra due aree di civilt superiore. A est, al di l del mar Caspio, si estendeva il califfato di Baghdad; a sud, il Mar Nero bagnava le coste dell'Impero bizantino e conduceva verso Costantinopoli. Gli Scandinavi del bacino del Dnepr furono subito sensibili a quella duplice attrazione. I mercanti arabi, ebrei e bizantini che frequentavano gi quella regione al momento del loro arrivo mostrarono loro la via da seguire, ed essi non esitarono ad avventurarvisi. Il paese conquistato metteva a loro disposizione prodotti particolarmente adatti al commercio con imperi ricchi e dalla vita raffinata: il miele, le pellicce e soprattutto gli schiavi, grazie ai quali gli harem musulmani, ma anche le grandi propriet terriere e le fabbriche bizantine, assicuravano loro profitti estremamente allettanti, come si  gi visto con l'esempio di Venezia.

Nel decimo secolo, Costantino Porfirogenito ci mostra che gli Scandinavi - o meglio i Russi, volendoli chiamare col nome che diedero loro gli Slavi - ogni anno, dopo lo scioglimento dei ghiacci, radunano le loro navi a Kiev. La flottiglia discende lentamente il corso del Dnepr, le cui numerose cateratte le oppongono ostacoli che bisogna aggirare trascinando le imbarcazioni lungo la sponda. [[W. THOMSEN, Der Ursprung des russischen Staates, p. 55 sgg. (Gotha 1879). Cfr. E. J. ARNE, La Sude et l'Orient, in Archives d'tudes orientales pubblicati da J.-A. Lundell (Uppsala, Parigi, Lipsia 1914).]] Raggiunto il mare, veleggiano lungo le coste in direzione di Costantinopoli, meta del lontano e pericoloso viaggio. I Russi vi possiedono un proprio quartiere, e trattati, il pi antico dei quali risale al nono secolo, regolano i loro commerci con la grande citt. Si sa quale influenza essa avrebbe presto esercitato su di essi. Da Costantinopoli ricevettero il cristianesimo (957-1015), presero in prestito l'arte, la scrittura, l'uso della moneta e buona parte della loro organizzazione. Basta questo per attestare l'importanza del commercio che intrattenevano con il Bosforo.

Nello stesso tempo, attraverso la valle del Volga, si dirigevano verso il Caspio e trafficavano con i mercanti ebrei e arabi che ne frequentavano i porti.

Il commercio scandinavo nel Baltico.

Ma la loro attivit non si limitava a questo. Infatti gli Scandinavi esportavano verso il Nord merci di ogni genere: spezie, vini, seta, oreficeria ecc. di cui si approvvigionavano in cambio del loro miele, di pellicce e schiavi. La stupefacente quantit di monete arabe e bizantine scoperte in Russia segna con una linea punteggiata d'argento le vie commerciali che la attraversavano, convergendo dal corso del Volga e da quello del Dnepr, verso la Dvina e i laghi collegati con il golfo di Botnia. L, la corrente commerciale proveniente dal Caspio e dal Mar Nero raggiungeva il Baltico proseguendo in esso. Attraverso le immense distese della Russia continentale, essa congiungeva cos la navigazione scandinava al mondo orientale. [[Per i ritrovamenti di monete arabe e bizantine in Russia, si veda ARNE, La Sude et l'Orient, cit. e R. VASMER, Ein im Dorfe Staryi in Weissrusland gemachter Fund Kufischer Mnzen (Fornvnnen dell'Accademia di Storia di Stoccolma, 1929).]]

L'isola di Gotland, il cui suolo, ancor pi di quello russo, nasconde sterminati depositi di monete islamiche o greche, sembra essere stata la prima grande tappa di questo traffico e il suo punto di contatto con l'Europa settentrionale.  un'ipotesi seducente credere che il bottino fatto dai Normanni in Inghilterra e in Francia vi fosse oggetto di scambio con le preziose derrate provenienti dalla Russia.

In ogni caso, non ci possono essere dubbi sul ruolo di intermediazione svolto dalla Scandinavia, quando si constatano gli straordinari progressi della sua navigazione nel decimo e nell'undicesimo secolo, ossia nell'epoca successiva alle invasioni dei Danesi e dei Norvegesi in Occidente. Incontestabilmente questi ultimi, cessando di essere pirati, si sono trasformati in mercanti a esempio dei loro fratelli svedesi. Mercanti barbari,  vero, e sempre pronti a diventare nuovamente predoni, non appena se ne presenti l'occasione, ma comunque mercanti e, per di pi, mercanti di lungo corso. [[Il lettore trover interessanti particolari sul commercio degli Svedesi nel secolo nono in . DEMOREAU, Saint Anschaire (Lovanio 1930).]]

Il commercio scandinavo nel Mare del Nord.

Le loro imbarcazioni prive di ponte trasportano ora in ogni direzione gli oggetti del traffico che approda a Gotland. Sorgono insediamenti commerciali sulla costa svedese e su quelle, all'epoca ancora slave, del litorale che si estende dall'Elba alla Vistola; nel sud della Danimarca, recenti scavi fatti a Haithabu (a nord di Kiel) hanno rivelato l'esistenza di un emporium, le cui rovine attestano l'importanza che certamente ebbe fino all'undicesimo secolo. [[O. SCHEEL e P. PAULSEN, Quellen zur Frage Schleswig-Haithabu im Rahmen der frnkischen, schsischen und nordischen Beziehungen (Kiel 1930).]] L'attivit si estende naturalmente ai porti del Mare del Nord, ben noti ai navigatori settentrionali, che ne hanno devastato l'entroterra per cos lungo tempo. Amburgo sull'Elba, Tiel sul Waal diventano, nel decimo secolo, porti assiduamente frequentati dai vascelli normanni. L'Inghilterra li riceve in numero ancora maggiore, e il commercio che gli Scandinavi vi praticano conferisce loro una superiorit cui gli Anglosassoni non possono resistere, e che tocca il suo apogeo quando Canuto il Grande (1017-1035) riunisce in un effimero impero la grande isola alla Danimarca e alla Norvegia. Il diritto reciproco di accesso ai porti che si pratica dalle foci del Tamigi e del Reno a quella della Dvina e al golfo di Botnia  testimoniato dai ritrovamenti di monete inglesi, fiamminghe e tedesche nei bacini del Baltico e del Mare del Nord. Le saghe scandinave, malgrado la data avanzata della loro redazione, serbano ancora il ricordo delle avventure vissute da quei navigatori intrepidi che si arrischiavano fin nelle lontane regioni dell'Islanda e della Groenlandia. Giovani coraggiosi andavano a raggiungere i loro compatrioti della Russia meridionale; a Costantinopoli, nella guardia degli imperatori, si trovavano Anglosassoni e Scandinavi. Insomma, in quei tempi i popoli nordici diedero prova di un'energia e di uno spirito di iniziativa che rammenta quello dei Greci dell'epoca omerica. La loro arte  caratterizzata da un'originalit barbara, in cui si ravvisa tuttavia l'influenza di quell'Oriente con cui il loro commercio li metteva in comunicazione. Ma l'energia dispiegata dagli Scandinavi non poteva avere avvenire. Troppo poco numerosi per conservare il predominio dell'immensa distesa marina che solcavano con i loro vascelli, erano destinati a cedere il posto a rivali pi potenti allorch la diffusione del commercio, raggiungendo il continente, vi avrebbe suscitato a sua volta una navigazione concorrente alla loro.

[[Bibliografia: A. BUGGE, Die Nordeuropischen Verkehrswege im frhen Mittelalter und die Bedeutung der Wikinger fr die Entwickelung des europischen Handels und der europischen Schiffahrt, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. IV, 1906; W. VOGEL, Geschichte der deutschen Seeschiffahrt (Berlino 1925); J. KULISCHER, Russische Wirtschaftsgeschichte, t. I (Berlino 1915); E. BABELON, Du commerce des Arabes dans le nord de l'Europe avant les croisades, in "Athne oriental" (Parigi 1882); O. MONTELIUS, Kulturgeschichte Schwedens (Lipsia 1906); K.T. STRASSER, Wikinger und Normannen (Amburgo 1928).]]

3. LA RINASCITA DEL COMMERCIO.

Era impossibile che l'Europa continentale non avvertisse ben presto la pressione dei due grandi movimenti commerciali che si manifestavano nella sua periferia, uno nel Mediterraneo occidentale e nell'Adriatico, l'altro nel Baltico e nel Mare del Nord. Rispondendo alla sete di avventure e al fascino del guadagno insiti nell'indole umana, l'attivit commerciale  per sua stessa natura contagiosa. D'altronde, essa  di per s troppo invadente per non imporsi agli stessi individui che sfrutta. Peraltro, dipende a sua volta da questi ultimi per i rapporti di scambio che istituisce e i bisogni che suscita. Per di pi, il commercio non  concepibile senza l'agricoltura in quanto, essendo di per s sterile, attraverso quest'ultima deve procurarsi di che nutrire le persone che occupa e che arricchisce.

Primi rapporti economici di Venezia con l'Occidente.

Questa necessit ineluttabile si era imposta a Venezia fin dalla sua stessa fondazione nelle sabbiose isolette della sua laguna, sulle quali non cresce nulla. Per vivere, i suoi primi abitanti erano stati dunque costretti a scambiare con i loro vicini del continente il sale e il pesce forniti loro dal mare contro il grano, il vino e la carne che non avrebbero potuto procurarsi altrimenti.

Ma questi primitivi scambi si erano fatalmente sviluppati a mano a mano che il commercio della citt, arricchendo e moltiplicando la popolazione, l'aveva resa pi esigente e pi intraprendente. Alla fine del nono secolo, Venezia aveva il controllo del territorio di Verona e soprattutto di quello della valle del Po, zone che le fornivano una facile via di penetrazione in Italia. Un secolo pi tardi, le sue relazioni si erano ormai estese a un gran numero di citt della costa e della terraferma: Pavia, Treviso, Vicenza, Ravenna, Cesena, Ancona e molte altre.

 evidente che i Veneziani, portando con s la pratica del commercio, la "seminarono", se cos si pu dire, in tutti i luoghi che frequentavano: a poco a poco i loro mercanti trovarono emuli.  assolutamente impossibile, in assenza di documenti, cogliere i vari momenti della crescita, in seno alla popolazione agricola, dei germi gettati dal commercio. Senza dubbio la Chiesa, ostile al commercio, contrast questa crescita, e non v'era luogo in cui i suoi vescovi fossero pi numerosi e pi potenti che a sud delle Alpi.

La Chiesa e i mercanti.

Un curioso episodio della vita di san Geraldo d'Aurillac (m. 909) ci mostra in modo lampante l'incompatibilit della morale ecclesiastica con l'idea del profitto, vale a dire col senso degli affari. Di ritorno da un pellegrinaggio a Roma, il pio abate incontr a Pavia certi mercanti veneziani che lo sollecitarono a comprare tessuti orientali e spezie. Ora, lui stesso aveva acquistato a Roma un magnifico pallium che ebbe occasione di mostrare a quei mercanti, dicendo loro al contempo quanto l'aveva pagato. Complimentato da questi ultimi per l'ottimo prezzo spuntato che, a loro dire, sarebbe stato assai pi elevato a Costantinopoli, Geraldo, rimproverandosi di aver defraudato il venditore, si affrett a fargli pervenire la differenza, di cui non credeva di poter beneficiare senza cadere nel peccato di avarizia. [[Vita S. Geraldi aureliacensis (scritta da ODDONE DI CLUNY attorno al 925), in MIGNE, Patrologia latina, t. CXXXIII, col. 658. Su questo testo, cfr. lo studio di M.F.L. GANSHOF, in Mlanges Iorga, p. 295 (Parigi 1933).]]

Questo aneddoto illustra mirabilmente il conflitto morale che la rinascita del commercio dovette provocare un po' ovunque. Effettivamente, questo conflitto sarebbe durato per tutto il Medioevo. La Chiesa non cess mai di considerare perniciosi per la salvezza dell'anima i profitti commerciali. Il suo ideale ascetico, che si sposava cos perfettamente con la civilt agricola, la rese sempre diffidente e sospettosa riguardo alle trasformazioni sociali che del resto le era impossibile impedire, alle quali la necessit la costrinse perfino a sottomettersi, ma con cui non si riconcili mai pienamente. Il suo divieto di prestare a interesse doveva pesare sulla vita economica dei secoli successivi. Esso impediva ai mercanti di arricchirsi in piena libert di coscienza e di conciliare la pratica degli affari con le prescrizioni della religione. A provarlo bastano i testamenti di tanti banchieri e speculatori, testamenti in cui costoro ordinavano di rimborsare i poveri che avevano defraudato e destinavano al clero una parte dei loro beni cio di quello che in fondo al cuore consideravano maltolto. Se non potevano astenersi dal peccare, almeno la loro fede restava intatta; contavano su di essa per ottenere l'assoluzione nel giorno del giudizio.

Pisa e Genova.

Non si pu fare a meno di constatare, d'altronde, che l'ardore di questa fede non manc di contribuire ampiamente all'espansione economica dell'Occidente. La fede ebbe infatti molta parte nell'offensiva che Pisani e Genovesi sferrarono contro l'Islam a partire dall'inizio dell'undicesimo secolo. A differenza dei Veneziani, in cui l'idea del profitto prevaleva su tutto il resto, nei primi l'odio verso l'infedele faceva lega con lo spirito di iniziativa per spingerli a strappare ai Saraceni il dominio del Tirreno.

La lotta tra le due religioni che vi si fronteggiavano era senza quartiere. Nei primi tempi l'esito era sempre stato favorevole ai maomettani che nel 935, e poi nel 1004, avevano saccheggiato Pisa, certamente con l'intento di stroncarvi quell'espansione marittima che la citt, sia pure a fatica, preparava. Ma i Pisani erano ben decisi a emergere. L'anno successivo, sconfiggevano una flotta saracena nello stretto di Messina. Il nemico si era vendicato nel 1011 invadendo e distruggendo il porto di quegli audaci concorrenti. Ma costoro, esortati dai papi e allettati dalle ricchezze degli avversari, erano fermamente risoluti a perseverare in una guerra che era al tempo stesso una guerra di religione e una guerra commerciale. Insieme ai Genovesi, attaccano la Sardegna e finiscono per stabilirvisi (1015). Incoraggiati da quel successo, nel 1034 non temono di avventurarsi fino alle coste africane e occupano temporaneamente Bona. Poco tempo dopo, i loro mercanti cominciano a frequentare la Sicilia, e nel 1052, per proteggerli, una flotta pisana forza l'imbocco del porto di Palermo e ne distrugge l'arsenale.

Da quel momento, la sorte volge decisamente a favore dei cristiani. Nel 1087, una spedizione, cui la presenza del vescovo di Modena aggiunge il prestigio della Chiesa, si dirige verso Mehdia. I marinai vedono in cielo l'arcangelo Gabriele e san Pietro che li guidano in battaglia; si impadroniscono della citt, massacrano i "preti di Maometto", saccheggiano la moschea e non riprendono il mare se non dopo aver imposto agli sconfitti un vantaggioso trattato commerciale. La cattedrale di Pisa, costruita dopo quel trionfo, simboleggia mirabilmente il misticismo dei Pisani e la ricchezza che le loro vittorie cominciano a far affluire verso di loro. Per la sua decorazione furono utilizzate colonne, marmi pregiati, opere di oreficeria, tessuti d'oro e di porpora sottratti a Palermo e a Mehdia. Sembra che, con tutto quello splendore, si sia voluta affermare la rivincita del cristianesimo su quei Saraceni la cui opulenza era a un tempo oggetto di scandalo e di invidia. [[Un focoso poema coevo pubblicato da E. DU MRIL, Posies populaires latines du Moyen Age, p. 251 (Parigi 1847) permette di valutare il grande ruolo avuto dall'entusiasmo religioso nell'espansione pisana.]]

La prima crociata.

Dinanzi al contrattacco cristiano, l'Islam indietreggia e si lascia sfuggire il controllo di quel Tirreno di cui aveva fatto un lago musulmano. La prima crociata, bandita nel 1096, doveva segnare il definitivo capovolgimento della sua fortuna. Gi nel 1097, Genova inviava una flotta con rinforzi e viveri per i crociati che assediavano Antiochia, e l'anno successivo vi otteneva da Boemondo di Taranto un fondaco munito di privilegi commerciali, primo di una lunga serie di insediamenti che le citt marinare avrebbero in seguito ottenuto sulle coste della Terrasanta. Dopo la presa di Gerusalemme, i rapporti di Genova con il Mediterraneo orientale si moltiplicano rapidamente. Nel 1104 possiede una colonia a San Giovanni d'Acri, alla quale il re Baldovino cede un terzo della citt, una strada sul mare e una rendita di seicento bisanti d'oro sul teloneo. Dal canto suo, Pisa si dedica con crescente ardore al rifornimento degli Stati fondati in Siria dai crociati. E il movimento commerciale partito dalle coste d'Italia si trasmette ben presto a quelle della Provenza. Nel 1136, Marsiglia vi occupa gi un posto di rilievo, dal momento che anche i suoi borghesi hanno fondato un proprio insediamento a San Giovanni d'Acri. Sulla sponda opposta del golfo del Leone, Barcellona fa presagire gi la sua prosperit futura e, cos come un tempo i Musulmani si dedicavano alla tratta degli schiavi cristiani, schiavi mori catturati in Spagna forniscono alla citt catalana uno degli oggetti del suo traffico.

Riapertura del Mediterraneo al commercio occidentale.

Cos, tutto il Mediterraneo si apre, o meglio si riapre alla navigazione occidentale. Come in epoca romana, la reciprocit del diritto marittimo si ristabilisce da un estremo all'altro di questo mare essenzialmente europeo. Il predominio dell'Islam sulle sue acque ha avuto fine. I cristiani hanno tolto agli infedeli quelle isole il cui possesso ne garantisce il controllo: la Sardegna nel 1022, la Corsica nel 1091, la Sicilia nel 1058-1090. Poco importa che i Turchi abbiano ben presto distrutto gli effimeri principati fondati dai crociati, che la contea di Edessa sia stata riconquistata dalla Mezzaluna nel 1144, Damasco nel 1154, che il Saladino abbia preso Aleppo nel 1183 e poi, nel 1187, Acri, Nazareth, Cesarea, Sidone, Beirut, Ascalona e infine Gerusalemme, e che, malgrado tutti i loro sforzi, i cristiani non abbiano mai pi recuperato, prima dei nostri giorni, il dominio della Siria che la prima crociata le aveva consegnato. L'irruzione turca, per quanta importanza abbia avuto nella storia generale e per quanto abbia da allora pesato sui destini del mondo, non ha scosso la posizione che le citt italiane si erano conquistate nel Levante. La nuova offensiva dell'Islam si limit alla terraferma. I Turchi non avevano una flotta, n tentarono di crearsene una. Lungi dal nuocer loro, il commercio degli Italiani con le coste dell'Asia minore tornava invece a loro vantaggio. Grazie a esso si perpetuava il traffico verso Occidente delle spezie portate dalle carovane della Cina e dell'India verso le regioni siriane, da cui le imbarcazioni italiane le trasportavano. Dunque non c'era nulla di pi profittevole della persistenza di una navigazione che serviva a mantenere viva l'attivit economica delle regioni turche e mongole.

Le crociate e la navigazione italiana.

Indubbiamente, le flotte italiane non mancarono di cooperare, anzi di cooperare sempre pi attivamente alle crociate, fino al giorno in cui lo scacco di san Luigi davanti a Tunisi (1270) vi pose definitivamente termine e ne consacr il fallimento sul piano politico e religioso. Si pu perfino affermare che, senza l'appoggio di Venezia, Pisa e Genova, sarebbe stato impossibile perseverare cos a lungo in quelle vane imprese.

Soltanto la prima crociata, in effetti, si era effettuata via terra, poich il trasporto via mare di ingenti masse umane in marcia verso Gerusalemme all'epoca era ancora irrealizzabile. Le navi italiane contribuirono limitandosi a rifornire i suoi eserciti. Ma  incontestabile che lo sviluppo delle flotte, largamente sollecitato dai crociati, prende subito un incredibile slancio. I benefici realizzati dai fornitori di materiali bellici sono stati particolarmente abbondanti in ogni epoca, e non ci sono motivi per dubitare che, arricchitisi tanto repentinamente, Veneziani, Pisani, Genovesi e Provenzali si siano affrettati a mettere in cantiere nuove navi. La fondazione dei principati cristiani in Siria assicur da allora l'impiego regolare di quei mezzi di trasporto, senza i quali i Franchi d'Oriente non avrebbero potuto sopravvivere. E cos questi ultimi si mostrarono prodighi di privilegi nei confronti di quelle citt i cui servigi erano loro indispensabili. A partire dalla fine dell'undicesimo secolo, le aiutano a disseminare dei loro fondachi, dei loro "scali", le coste della Palestina, dell'Asia minore e delle isole del mar Egeo.

Assai presto finiscono anche per utilizzarle in operazioni militari. Durante la seconda crociata, le navi italiane conducono lungo le rive dell'Anatolia, verso la Terrasanta, le truppe di Luigi settimo e di Corrado terzo. La terza fornisce una prova singolare dell'aumento del tonnellaggio italiano e provenzale, divenuto gi abbastanza considerevole da trasportare le truppe di Riccardo Cuor di Leone e di Filippo Augusto. Da allora, tutte le spedizioni successive si effettuano esclusivamente via mare. Come  noto, i Veneziani sfruttarono la situazione portando a Costantinopoli la flotta equipaggiata per la quarta crociata; i capi crociati, impossibilitati a pagare il prezzo convenuto per il trasporto, furono costretti a cedere ai Veneziani la direzione dell'impresa, e questi ultimi trassero profitto dalla flotta per assediare ed espugnare finalmente Costantinopoli. L'effimero Impero latino eretto allora sulle rive del Bosforo fu in gran parte una creazione della politica veneziana e, quando scomparve (1261), Venezia dovette rassegnarsi a lasciare che i Genovesi - i quali, per danneggiarla, avevano lavorato energicamente alla restaurazione di Michele Paleologo - le contendessero il primato economico nel Levante.

Egemonia italiana nel Mediterraneo.

Insomma, si pu concludere che il risultato duraturo e d'altronde essenziale delle crociate fu di aver assegnato alle citt italiane, e in minor misura a quelle di Provenza e di Catalogna, il controllo del Mediterraneo. Se esse non riuscirono a strappare i luoghi santi all'Islam, se delle conquiste fatte all'inizio non rimasero che pochi avamposti sulle coste dell'Asia minore e nelle isole, quanto meno quelle imprese permisero al commercio marittimo dell'Europa occidentale, non solo di monopolizzare a proprio vantaggio tutto il traffico dal Bosforo e dalla Siria allo stretto di Gibilterra, ma anche di svilupparvi un'attivit economica e, volendo usare il termine esatto, capitalistica, la quale doveva a poco a poco trasmettersi a tutte le regioni situate a nord delle Alpi.

Declino della navigazione bizantina.

Dinanzi a questa espansione vittoriosa, l'Islam non avrebbe reagito prima del quindicesimo secolo, e l'Impero bizantino, incapace di contrastarla, fu costretto a sottomettervisi. A partire dal dodicesimo secolo, la supremazia che esso ancora esercitava nel Mediterraneo orientale ha termine. Questo mare finisce rapidamente nella sfera di influenza delle citt marittime, che ora vi dispongono a proprio piacimento delle importazioni come delle esportazioni. Per scuotere il giogo, l'imperatore intraprende qualche tentativo di opporre i Pisani o i Genovesi ai Veneziani, oppure lascia che il popolino massacri indifferentemente questi odiosi stranieri, come per esempio nel 1182, ma non pu fare a meno di loro e, a ogni buon conto, abbandona il suo commercio nelle loro mani in misura ben maggiore di quanto la Spagna del diciassettesimo secolo avrebbe abbandonato il suo agli Olandesi, agli Inglesi e ai Francesi.

Il commercio dell'Italia
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La fioritura del commercio marittimo  stata accompagnata fin dall'inizio dalla sua penetrazione nell'entroterra. Non solo l'agricoltura, sollecitata dalla domanda dei suoi prodotti, si accosta ormai a un'economia di scambio destinata a rinnovarne l'organizzazione, ma si assiste anche alla nascita di un'industria orientata verso l'esportazione. Mirabilmente situata fra quei potenti centri commerciali che sono Venezia, Pisa e Genova, la pianura lombarda  la prima ad animarsi. La campagna e le citt partecipano ugualmente alla produzione, la prima con il grano e i vini, le seconde con i tessuti di lino e di lana. Gi nel dodicesimo secolo, Lucca fabbrica stoffe di seta la cui materia prima le arriva per via marittima. In Toscana, Siena e Firenze corrispondono con Pisa attraverso la valle dell'Arno e avvertono gli effluvi della sua prosperit. Alle spalle di Genova, il movimento commerciale si comunica alla costa del golfo del Leone e raggiunge il bacino del Rodano. In Provenza, i porti di Marsiglia, di Montpellier, di Narbona irradiano la loro influenza, come Barcellona irradia la sua in tutta la Catalogna.

L'espansione di queste regioni marittime  talmente forte che, a partire dall'undicesimo secolo, si dilata verso il Nord e comincia a straripare attraverso i passi alpini che nel decimo secolo i Saraceni di La Garde-Frainet bloccavano tanto minacciosamente. Attraverso il Brennero, sale da Venezia verso la Germania, attraverso il passo di Settimo e il San Bernardo raggiunge le valli della Saona e del Reno, per il Moncenisio quella del Rodano. Il San Gottardo, a lungo invalicabile, diventer anch'esso una via di transito dopo che un ponte sospeso tra le rocce delle sue gole ne consentir il passaggio. [[ il primo ponte sospeso di cui si abbia notizia. Esso risale probabilmente all'inizio del tredicesimo secolo.]] Fin dalla seconda met dell'undicesimo secolo, Italiani sono segnalati in Francia.  pi che probabile che le fiere della Champagne fossero gi frequentate da loro a quell'epoca e che essi vi incrociassero la corrente commerciale che, partita dalle coste della Fiandra, si dirigeva verso il Sud. [[La lettera scritta da Gregorio settimo a Manasse di Reims nel 1074, nella quale il papa stigmatizza la condotta del re Filippo primo, accusa quest'ultimo di aver sottratto "mercatoribus qui de multis terrarum partibus ad forum quoddam in Francia nuper convenerant... more praedonis infinitam pecuniam" ("ai mercanti che da molte parti della terra erano convenuti a qualche fiera in Francia... un'infinit di denaro alla maniera di un bandito".) P. JAFF, Monumenta Gregoriana, p. 115). In una seconda lettera, il papa chiama questi mercanti "Italiae negociatores" (ivi, p. 132); in una terza, parla di "Italis et aliarum provinciarum mercatoribus" ("ai mercanti italiani e di altre regioni") (ivi, p. 147). La sua insistenza pu essere considerata una prova dello sviluppo raggiunto gi in quell'epoca dal commercio internazionale. Se, come ritiene SCHUBE, Handelsgeschichte der Romanischen Vlker des Mittelmeergebiets bis zum Ende der Kreuzzuge, cit, p. 91, il fatto  davvero accaduto nella modesta fiera del Lendit, riesce difficile concepire le grandi perdite subite dai mercanti.]]

Il commercio a nord delle Alpi.

Alla rinascita economica che abbiamo visto compiersi nel Mediterraneo, corrisponde in effetti, sulle sponde del Mare del Nord, un fenomeno che, sia pure diverso per ampiezza e modalit,  tuttavia originato dalle stesse cause e produce le stesse conseguenze. Si  visto in precedenza che la navigazione nordica aveva stabilito, nell'estuario formato dai corsi del Reno, della Mosa e della Schelda, una tappa la cui attrazione, seguendo il percorso dei fiumi, non tard a espandersi molto. Nell'undicesimo secolo, Tiel si rivela gi una piazza commerciale frequentata da numerosi mercanti e collegata, attraverso la valle del Reno, con Colonia e Magonza, dove gi allora si distinguono indizi inconfutabili di attivit. A provarlo bastano i seicento mercatores opulentissimi menzionati nel 1074 nella prima di queste citt da Lamberto di Hersfeld, quantunque si possano nutrire dubbi sulla cifra addotta e non sia possibile sapere quale fosse l'idea di opulenza che aveva questo cronista. [[Lamperti Hersfeldensis opera, a cura di O. HOLDER-EGGER, p. 192.]] Nella stessa epoca, nella valle della Mosa si sviluppa un traffico che, attraverso Maastricht, Liegi, Huy e Dinant, si spinge fino a Verdun. La Schelda mette in comunicazione Cambrai, Valenciennes, Tournai, Gand e Anversa con il mare e i grandi fiumi che sfociano mescolando le loro acque tra le isole della Zelanda. In fondo al golfo dello Zwyn, insenatura oggi interrata a nord della costa fiamminga, le imbarcazioni trovavano a Bruges un porto cos comodo che, dalla fine dell'undicesimo secolo, vi si diressero di preferenza a detrimento di Tiel e gli assicurarono un glorioso avvenire.

 certo che alla fine del decimo secolo la Fiandra manteneva, tramite la navigazione scandinava, strette relazioni con le regioni bagnate dalle acque del Mare del Nord e del Baltico. Monete coniate dai conti Arnolfo n e Baldovino IV sono state rinvenute in Danimarca, in Prussia e perfino in Russia. Naturalmente il commercio fiammingo era pi attivo ancora con l'Inghilterra. Il tariffario del teloneo di Londra, tra il 991 e il 1002, menziona i Fiamminghi tra gli stranieri che commerciano in citt. [[F, LIEBERMAN, Die Gesetze der Angelsachsen, t. I, p. 232.]]

La Manica era meno frequentata del Mare del Nord. Vi si rileva tuttavia un interscambio regolare tra la costa normanna e la costa inglese, attraverso Rouen e l'estuario della Senna. Di l, il movimento risaliva lungo il fiume fino a Parigi, per propagarsi fino ai confini della Champagne e della Borgogna. La Loira e la Garonna, avvertirono solo pi tardi, a causa della loro lontananza, gli effetti del rinnovamento commerciale che si manifestava nei mari del Nord.

L'industria tessile fiamminga.

La regione fiamminga occup presto una posizione privilegiata che doveva conservare sino alla fine del Medioevo. Proprio qui si riscontra un fattore nuovo, l'industria, la cui azione non si constata in nessun altro luogo in un'epoca tanto precoce e con risultati tanto sorprendenti.

Fin dall'epoca celtica, i Morini e i Menapi delle valli della Lys e della Schelda lavoravano la lana di pecora, animale diffusissimo in quel paese di umide praterie. La loro primitiva manifattura si era perfezionata durante la lunga occupazione romana, iniziandosi ai metodi della tecnica mediterranea che i vincitori avevano fatto loro conoscere. I suoi progressi erano stati cos rapidi che, durante il il secolo della nostra era, la Fiandra esportava i suoi tessuti perfino in Italia.1 [[CAMILLE JULLIAN, Histoire de la Gaule, t. II, p. 282 sgg.]] I Franchi, che invasero la regione nel v secolo, continuarono la tradizione dei loro predecessori. Fino alle invasioni normanne del nono secolo, i battellieri frisoni non cessarono di trasportare, attraverso i fiumi dei Paesi Bassi e sotto il nome di pallia fresonica, le stoffe tessute nella Fiandra; i loro splendidi colori assicuravano a quelle stoffe un tale successo che Carlo Magno non trov niente di meglio da inviare in dono al califfo Harun al-Rashld. [[H. PIRENNE, Draps de Frise ou draps de Fiandre?, cit.]]

L'annientamento del commercio provocato dalle invasioni degli Scandinavi interruppe naturalmente questa esportazione. Tuttavia, quando nel corso del decimo secolo i saccheggiatori si trasformarono in navigatori e i loro battelli, in cerca di mercanzie, riapparvero sulle acque della Mosa, del Reno e della Schelda, l'industria tessile ritrov sbocchi verso i quali i suoi prodotti non tardarono a dirigersi. La loro raffinatezza li fece presto apprezzare lungo tutte le coste frequentate dai marinai del Nord. Sollecitata da una continua domanda, la loro fabbricazione fu incrementata in proporzioni mai raggiunte in precedenza. Era cos ingente che alla fine del decimo secolo la lana indigena non era pi sufficiente, e fu necessario approvvigionarsi in Inghilterra.

Il commercio dei tessuti di lana.

La qualit superiore della lana inglese fin naturalmente col migliorare quella dei tessuti, la cui fama crescente ne ampli ulteriormente la diffusione. Nel corso del dodicesimo secolo, la Fiandra intera si trasforma in un paese di tessitori e di follatori. La lavorazione della lana, che fino ad allora era stata praticata nelle campagne, si concentra in centri commerciali che si creano un po' ovunque e vi alimenta un commercio in costante sviluppo.  questo commercio a fare la ricchezza nascente di citt come Gand, Bruges, Ypres, Lilla, Douai e Arras. I suoi prodotti sono gi allora un elemento essenziale del traffico marittimo e cominciano a determinare un potente flusso di traffico terrestre. A partire dall'inizio del dodicesimo secolo, i tessuti fiamminghi raggiungono la fiera di Novgorod. [[H. PIRENNE, Draps d'Ypres  Novgorod au commencement du XIIe sicle, in "Revue belge de philol. et d'histoire", t. nono, 1930, p. 563.]] Nella stessa epoca, mercanti italiani attratti dalla loro rinomanza si recano sul posto per scambiarli con le spezie, la seta e gli oggetti preziosi che importano a sud delle Alpi. Ma anche i Fiamminghi frequentano le famose fiere della Champagne dove incontrano, a met strada tra il Mare del Nord e le montagne, i compratori della Lombardia e della Toscana. Grazie all'intermediazione di questi ultimi, le loro stoffe sono avviate in quantit sorprendenti verso il porto di Genova, dal quale le navi le esportano fino agli scali del Levante, sotto il nome di panni francesi.

Indubbiamente, l'industria tessile non  stata praticata esclusivamente nella Fiandra. La tessitura della lana  per sua natura un lavoro domestico, la cui esistenza  dimostrata gi in tempi preistorici e che si trova ovunque ci sia disponibilit di lana, vale dire in tutti i paesi. Era dunque sufficiente attivarne la produzione e perfezionarne la tecnica per farne lo strumento di una vera industria. Fu proprio ci che avvenne. Dal dodicesimo secolo in poi, gli atti dei notai genovesi citano un gran numero di citt i cui tessuti approvvigionano il porto: Amiens, Beauvais, Cambrai, Liegi, Montreuil, Provins, Tournai, Chlons ecc.

Tuttavia, la Fiandra, e subito dopo il vicino Brabante, godettero di un assoluto primato nei confronti dei loro emuli. La loro vicinanza all'Inghilterra li metteva in condizione di procurarsi, pi a buon mercato e in quantit superiori rispetto a quelli, l'eccellente materia prima che la grande isola forniva ai loro artigiani. Nel tredicesimo secolo, la loro supremazia diventa schiacciante.  possibile farsene un'idea osservando quanta ammirazione la loro industria susciti negli stranieri. Nell'Europa del Medioevo, nessun'altra regione manifester sino in fondo quel carattere di paese industriale che contraddistingue il bacino della Schelda. A tale riguardo, esso presenta nei confronti dell'Europa un contrasto che fa pensare all'Inghilterra dei secoli 18esimo e 19esimo. Non c' luogo in cui si sia capaci di uguagliare la rifinitura, la flessuosit, la morbidezza, la tinta di quelle stoffe. Invero, la manifattura tessile fiamminga e brabantina  stata una manifattura di lusso.  questo l'aspetto che ne ha decretato il successo e che le ha assicurato un'espansione mondiale. In un'epoca in cui i mezzi di trasporto erano troppo poco sviluppati per adattarsi alla circolazione massiccia di prodotti a buon mercato, il primo posto nel grande commercio era occupato dalle merci di grande valore e di peso modesto. La fortuna dei panni di Fiandra si spiega, insomma, come quella delle spezie, col prezzo elevato e la facilit di esportazione.

In aperto contrasto con le citt italiane, la Fiandra e il Brabante, a mano a mano che si intensificava la loro industrializzazione, si sono a poco a poco disinteressati del commercio marittimo, al quale peraltro la loro situazione geografica sembrava destinarli. L'hanno abbandonato ai marinai stranieri, che la loro industria attirava in sempre maggior numero nel porto di Bruges, marinai scandinavi nell'undicesimo secolo, poi, pi tardi, marinai della Hansa teutonica. E sotto questo aspetto non ci si pu impedire di paragonare queste due regioni al Belgio moderno, nei limiti in cui  lecito paragonare, relativamente allo sviluppo economico, il Medioevo con la nostra epoca. Negli stessi territori, il Belgio odierno non presenta, in effetti, lo stesso paradossale spettacolo di una produttivit industriale straordinaria che coesiste con una rilevanza proporzionalmente insignificante della marina nazionale?

[[Bibliografia: vedere le opere di W. HEYD, A. SCHAUBE, H. KRETSCHMAYR, H. PIRENNE citate nella bibliografia del  1 di questo capitolo; E. MANFRONI, Storia della marina italiana dalle invasioni barbariche al trattato di Ninfeo, t. I (Livorno 1899); G. CARO, Genua und die Mchte am Mittelmeer (Halle 1895-1899, 2 voli.), trad. it., Genova eia supremazia italiana nel Mediterraneo (1257-1311), Genova 1974-75; G.-J. BRATIANU, Recherches sur le commerce gnois dans la mer Noire au XIIIe sicle (Parigi 1929); E.H. BYRNE, Genoese shipping in the twelfth and thirteenth century (Cambridge, Mass., 1930); R. DAVIDSOHON, Geschichte von Florenz, t.1 (Berlino 1896), trad. it., Storia di Firenze, Firenze 1907-12, 1956-68, 1981, 8 voll.; A. SAYOUS, Le commerce des Europens  Tunis depuis le XIIe sicle (Parigi, 1929); E.H. BYRNE, Genoese colonies in Syria, in The crusades and other historical essays presented to D.-C. Munro (New York 1928); L. DE MASLATRIE, Traits de paix et de commerce... concernant les relations des chrtiens avec les Arabes de l'Afrique septentrionale au Moyen Age (Parigi 1866); H. PIRENNE, Histoire de Belgique, t. I, (Bruxelles 19295); R. HPKE, Brgges Entwicklung zum mittelalterlichen Weltmarkt (Berlino 1908); H. PIRENNE, Draps de Frise ou draps de Fiandre?, cit.; R.L. REYNOLDS, Merchants of Arras and the over land trade with Genoa, in "Revue belge de philol. et d'histoire", t. IX, 1930; ID., The market for Northern textiles in Genoa, 1179-1200, ivi, t. VIII, 1929; F. ROUSSEAU, La Meuse et le pays mosan en Belgique, in "Annales de la socit archologique de Namour", t. XXXIX, 1930.]]

SECONDO. Le citt.

1. RINASCITA DELLA VITA URBANA.

Scomparsa della vita urbana nell'ottavo secolo.

Fintantoch il commercio mediterraneo aveva continuato ad attrarre nella sua orbita l'Europa occidentale, la vita urbana non aveva cessato di manifestarsi, tanto in Gallia quanto in Italia, in Spagna e in Africa. Ma quando l'invasione islamica ebbe bloccato i porti del Tirreno dopo aver sottomesso la costa africana e la costa spagnola, l'attivit municipale si estinse con estrema rapidit. Eccezion fatta per l'Italia meridionale e per Venezia, dove si mantenne grazie al traffico bizantino, la vediamo scomparire in ogni altro luogo. Materialmente le citt sopravvissero, ma persero la loro popolazione di artigiani e di commercianti e con essa tutto ci che ancora resisteva dell'organizzazione municipale dell'Impero romano.

Le citt vescovili.

Le "citt", in ciascuna delle quali risiedeva un vescovo, rimasero soltanto centri dell'amministrazione ecclesiastica delle relative diocesi. Conservarono perci una certa importanza, certamente grande dal punto di vista religioso, ma inconsistente dal punto di vista economico. Era gi tanto se c'era un piccolo mercato locale, approvvigionato dai contadini dei dintorni, per sovvenire ai bisogni quotidiani del numeroso clero della cattedrale, delle chiese o dei monasteri raggruppati attorno a essa, nonch a quelli dei servi addetti al loro servizio. In occasione delle grandi festivit religiose, l'afflusso della popolazione diocesana e dei pellegrini vi manteneva un certo movimento. Ma in tutto questo non si pu ravvisare il minimo germe di rinnovamento. In realt, le citt vescovili sopravvivevano solo grazie alla campagna. Le rendite e le prestazioni dei possedimenti appartenenti al vescovo o agli abati residenti entro le loro mura erano la sola fonte di sostentamento di costoro. Dunque la loro sussistenza si fondava essenzialmente sull'agricoltura. Oltre che centri di amministrazione religiosa, esse erano anche centri di amministrazione dominicale.

I borghi.

In tempo di guerra, le loro vecchie cinte murarie fornivano un rifugio alla popolazione del circondario. Ma durante il periodo di insicurezza che si apre con la dissoluzione dell'Impero carolingio, il bisogno di protezione, divenuto bisogno primario delle genti vessate a Sud dalle incursioni saracene, a Nord e a Ovest da quelle normanne, cui si aggiunsero all'inizio del decimo secolo le terribili scorrerie dei cavalieri ungari, rese ovunque necessaria la costruzione di nuovi luoghi di asilo. In quest'epoca, l'Europa occidentale si ricopre di roccheforti edificate dai principi feudali per dare riparo ai loro uomini. Questi castelli o, per impiegare il termine che solitamente li indica, questi "borghi", si compongono normalmente di un bastione di terra o di pietre, circondato da un fossato sul quale si aprono alcune porte. I contadini dei dintorni sono cooptati per la sua costruzione e la sua manutenzione. All'interno,  insediata permanentemente una guarnigione di cavalieri. Un torrione fa da abitazione al signore del luogo; una chiesa provvede ai bisogni del culto; infine, ci sono granai e altri locali per immagazzinare il grano, la carne affumicata e gli altri canoni in natura d'ogni specie prelevati presso i contadini del feudo, ossia le derrate che assicurano il sostentamento della guarnigione e delle altre persone che, in caso di pericolo, vanno a rifugiarsi nella fortezza con il loro bestiame. Cos, sia il borgo laico che la citt ecclesiastica sopravvivono soltanto grazie alla terra.

Non hanno alcuna attivit economica propria. L'uno e l'altra sono legati alla civilt agricola. Lungi dal contrastarla, si pu anzi dire che si danno da fare per difenderla.

I primi agglomerati mercantili.

La ripresa del commercio non doveva tardare a modificare profondamente il carattere di questi insediamenti. I primi sintomi della sua azione si constatano nel corso della seconda met del decimo secolo. La loro vita errante, i rischi d'ogni genere ai quali erano sottoposti in un'epoca in cui la rapina costituiva uno dei mezzi regolari di sostentamento della piccola nobilt, indussero i mercanti a cercare fin dall'origine la protezione delle cinte murarie disseminate lungo il corso dei fiumi o lungo le vie naturali che percorrevano. Durante l'estate le utilizzavano come stazioni di sosta; nella cattiva stagione vi svernavano. Quelle dotate di una migliore situazione geografica, sia che fosse in fondo a un estuario o a una baia, oppure alla confluenza di due fiumi, o nel punto in cui un corso d'acqua cessava di essere navigabile e il carico dei battelli doveva essere scaricato per continuare il suo viaggio, divennero cos luoghi di transito e di soggiorno per i mercanti e per le loro merci.

Assai presto, lo spazio che citt e borghi potevano offrire a questi nuovi venuti, sempre pi numerosi e ingombranti a mano a mano che la circolazione si intensificava, non bast pi a contenerli. I mercanti furono dunque costretti a uscire fuori dalle mura e a edificare accanto al vecchio borgo un borgo nuovo o, per impiegare l'espressione che da allora lo indic con grande esattezza, un "sobborgo" (faubourg), vale a dire un borgo esterno (forisburgus). Cos, accanto alle citt ecclesiastiche o alle fortezze feudali, nacquero agglomerati mercantili i cui abitanti si dedicavano a un genere di vita in pieno contrasto con quello che conducevano gli uomini della citt vecchia.

I "porti".

La parola portus, che nei documenti del decimo e dell'undicesimo secolo  spesso usata per designare insediamenti del genere, caratterizza in modo quanto mai felice la loro natura. [[H. PIRENNE, Les villes flamandes avant le XIIe sicle, cit., t. I.]] In effetti, non sta tanto a significare un porto nel senso moderno del termine, quanto un luogo tramite il quale si trasportano merci, dunque un punto di transito particolarmente attivo. Questo il motivo per cui nella Fiandra e in Inghilterra gli abitanti del port hanno ricevuto il nome di poorters o portmen, rimasto a lungo sinonimo di borghesi e che, tutto sommato, si addiceva meglio di quest'ultimo alla loro natura, poich la borghesia primitiva si compone esclusivamente di uomini che vivono di commercio. Se tuttavia, gi prima della fine dell'undicesimo secolo, essa  stata chiamata borghesia, termine che sarebbe molto pi adatto per indicare gli abitanti dei vecchi borghi ai cui piedi essa si concentr, fu perch lo stesso agglomerato mercantile non tard a circondarsi di un muro o di una palizzata indispensabili alla sua sicurezza, divenendo cos un "borgo" a sua volta. L'estensione del significato si comprende tanto meglio in quanto il borgo nuovo ha presto prevalso su quello antico. Nei centri pi attivi della vita commerciale, a Bruges per esempio, esso racchiude gi completamente, all'inizio del dodicesimo secolo, la fortezza che in origine gli era servita come punto di concentrazione. L'elemento accessorio  divenuto quello essenziale, i nuovi venuti si sono imposti sui vecchi abitanti. In tal senso, corrisponde rigorosamente a verit affermare che la citt del Medioevo e, conseguentemente, quella moderna, ha avuto come culla il sobborgo della citt o del borgo che ne ha determinato l'ubicazione.

Concentrazione dell'industria nelle citt.

L'afflusso dei mercanti nei siti pi favorevoli vi ha presto suscitato l'afflusso degli artigiani. La concentrazione industriale  un fenomeno antico quanto la concentrazione commerciale. Nella regione fiamminga lo si pu osservare con particolare chiarezza. La manifattura dei panni, che inizialmente vi era stata praticata nelle campagne, migr spontaneamente verso i luoghi di mercato che si offrivano ai suoi prodotti. I tessitori vi trovavano la lana importata dai mercanti; i follatori e i tintori, il sapone e le materie coloranti. Un'autentica rivoluzione, di cui sfortunatamente non siamo in grado di cogliere i particolari, accompagn questa trasformazione dell'industria rurale in industria urbana. La tessitura, occupazione riservata fino a quel momento alle donne, pass nelle mani degli uomini; nello stesso tempo, ai vecchi pallia di ridotta dimensione si sostituirono, in quanto meglio rispondenti alle necessit dell'esportazione, i tessuti di grande lunghezza, rimasti in uso nella fabbricazione fino ai nostri giorni. E si pu legittimamente supporre che, nella medesima epoca, un nuovo dispositivo tecnico si sia imposto nel mestiere di tessitore, se non altro per consentire l'avvolgimento sul subbio di filati d'ordito che misuravano da 20 a 60 aune.

Nell'industria metallurgica della valle della Mosa, si pu constatare un'evoluzione analoga a quella dell'industria tessile fiamminga. La battitura del rame, che si pu forse considerare derivata da quella del bronzo, sviluppatasi attivamente in quella regione all'epoca dell'occupazione romana, vi riceve un energico impulso non appena il risveglio della navigazione sul fiume le apre la possibilit di produrre per l'esportazione. Nello stesso periodo, essa si concentra a Namur, a Huy e soprattutto a Dinant, citt i cui "mercanti battitori", nell'undicesimo secolo, vanno ad approvvigionarsi di rame nelle miniere di Sassonia. [[Vedi F. ROUSSEAU, La Meuse et le pays mosan en Belgique, cit., p. 89 sgg.]] In modo assai simile, anche la lavorazione degli ottimi marmi di cui abbonda la regione di Tournai si localizza nella citt. La fabbricazione delle fonti battesimali vi prende un tale slancio che i suoi prodotti si ritrovano perfino a Southampton e a Winchester. [[P. ROLLAND, L'expansion tournaisienne aux XIe et XIIe sicles. Art et commerce dela pierre, in "Annales de l'Acadmie royale d'Archeologie de Belgique", 1924.]] In Italia, stesso scenario. La tessitura della seta importata via mare dai paesi orientali si concentra a Lucca. Milano e le citt della Lombardia, presto imitate dalla Toscana, si dedicano a quella del fustagno.

[[Bibliografia: H. PIRENNE, Les villes du Moyen Age, cit.; G. VON BELOW, Der Ursprung der deutschen Stadtverfassung (Dusseldorf 1892); K. HEGEL, Stadte und Gilden der Germanischen Vlker im Mittelalter (Lipsia 1891, 2 voll.); ID., Die Entstehung des deutschen Stadtewesens (Lipsia 1898); F. KEUTGEN, Untersuchungen uber den Ursprung der deutschen Stadtverfassung (Lipsia 1895); S. RIETSCHEL, Die Civitas auf deutschen Boden (Lipsia 1894); ID., Markt und Stadt in ihrem rechtlichen Verhltniss (Lipsia 1897); VON. BEYERLE, Burgus u. Burgenses, in "Zeitschrift fr Rechtsgeschichte", Germ. Abth., 1929; G. ESPINAS, La vie urbaine de Douai au Moyen Age (Parigi, 4 voll., 1913); E. GROSS, The Gild Merchant (Oxford 1890, 2 voll.); F. W. MAITLAND, Township and Borough (Cambridge 1898); E. PETITDUTAILLIS, L'origine des villes en Angleterre, nella trad. frane, di W. STUBBS, Histoire constitutionnelle de l'Angleterre, t. I (Parigi 1907); E. STEPHENSON, The origin of the English towns, in "American historical review", t. XXXII, 1926; ID., The Anglo-Saxon borough, in "English historical review", 1930; ID, Borough and town, a study of urban origins in England (Cambridge, Mass., 1933); H. PIRENNE, Les villes flarnandes avant le XIIe sicle, in "Annales de l'Est et du Nord", t. I, 1905; ID., Les anciennes dmocraties des Pays-Bas (Parigi 1910); G. DES MAREZ, tude sur la propriet fondere dans les villes du Moyen Age et spcialement en Fiandre (Gand 1898); L. VON HENEMANN, Zur Entstehung der Stadtverfassung in Italien (Lipsia 1896); G. MENGOZZI, La citt italiana nell'alto medio evo, (Firenze 19312).]]

2. I MERCANTI E LA BORGHESIA.

Ipotesi sull'origine della classe mercantile nell'ambito feudale.

La differenza essenziale che contrappone i mercanti e gli artigiani delle citt nascenti alla societ agricola in seno alla quale fanno la loro comparsa sta nel fatto che il loro genere di vita non  pi determinato dal loro legame con la terra. In tal senso essi costituiscono, nel pieno significato della parola, una classe di sradicati. L'attivit commerciale e l'attivit industriale, che fino ad allora erano state soltanto occupazioni accessorie o intermittenti di addetti feudali, la cui esistenza era assicurata dai latifondisti che li avevano alle proprie dipendenze, diventano ora professioni indipendenti. Coloro che le esercitano sono incontestabilmente "uomini nuovi". Per molto tempo ci si  sforzati di stabilire un legame di filiazione fra questi ultimi e il personale servile addetto agli opifici domestici delle "corti" signorili, o i servi incaricati del vettovagliamento delle corti stesse in tempo di carestia, e della vendita all'esterno dei prodotti eccedenti in tempo di abbondanza. [[R. EBERSTADT, Der Ursprung des Zunftwesens und die lteren Handwerkerverbnde des Mittelalters (Lipsia 1915) e, in senso meno assoluto, F. KEUTGEN, Aemter und Zunfte (Iena 1903).]] N i documenti, n la stessa verosimiglianza consentono di accreditare questa presunta evoluzione. Indubbiamente, qua e l i signori proprietari dei fondi hanno conservato a lungo, nelle citt nascenti, prerogative economiche quali l'obbligo imposto alla borghesia di servirsi dei loro forni e dei loro mulini, il monopolio della vendita del vino nei giorni successivi alla vendemmia, oppure certe prestazioni a loro vantaggio dovute dalle corporazioni dei mestieri. Ma le vestigia locali di questi diritti non provano minimamente l'origine feudale dell'economia urbana. Al contrario, si constata ovunque che, allorch questa economia si manifesta, si manifesta nella libert. Tuttavia si pone subito una domanda. Come spiegare in seno a una societ esclusivamente rurale e in cui la servit  la condizione normale della popolazione, la formazione di una classe di mercanti e di artigiani liberi? Le scarse notizie di cui siamo in possesso non ci permettono di rispondere con tutta la precisione che la seriet del quesito esigerebbe. Nondimeno  possibile indicarne i fattori principali.

Avventurieri e mercanti.

In primo luogo,  incontestabile che in origine il commercio e l'industria debbano aver fatto proseliti tra gli uomini privi di terra e che vivevano per cos dire ai margini di una societ in cui solo la terra garantiva l'esistenza. 'Ora, uomini del genere erano numerosissimi, senza contare quelli che, in tempo di carestia o di guerra, abbandonavano il suolo natale per cercare altrove mezzi di sussistenza e non tornavano pi, oppure tutti gli individui che la stessa organizzazione feudale non riusciva a sfamare. Gli appezzamenti concessi ai contadini erano di dimensioni tali da assicurare la regolare fornitura delle prestazioni che gravavano su di essi. Poteva dunque accadere che i figli pi giovani di un contadino con una famiglia troppo numerosa si trovassero nella necessit di lasciare il padre per consentirgli di adempiere ai propri obblighi verso il signore. E cos andavano a ingrossare la massa di quelle creature erranti che vagavano per il paese, andando di abbazia in abbazia a prendere la loro parte di elemosine riservate ai poveri, offrendo per denaro le proprie braccia ai contadini all'epoca della mietitura o della vendemmia, arruolandosi come mercenari negli eserciti feudali in tempo di guerra.

Questi individui non mancarono di trarre profitto dai nuovi mezzi di sussistenza offerti dall'arrivo delle navi e dei mercanti lungo le coste o agli estuari dei fiumi. Aiutati da una buona dose di spirito d'avventura, molti certamente si imbarcarono sui battelli veneziani e scandinavi in cerca di equipaggio; altri si aggregarono alle carovane di mercanti che, sempre pi frequenti, si dirigevano verso i "porti". Col favore della sorte, i migliori di loro non potevano non cogliere quelle occasioni di fare fortuna che la vita commerciale offre a profusione ai vagabondi e ai poveri diavoli che vi si gettano con energia e intelligenza. Tutto questo sarebbe gi di per s convincente per la sua verosimiglianza, se la storia di san Godrico di Finchal non ci desse un prezioso esempio del modo in cui si creavano allora i "nuovi ricchi". [[Su questo personaggio storico si veda l'articolo di VOGEL, menzionato nella bibliografia indicata nella nota 5 di questo capitolo. Il Libellus de vita et miraculis S. Godrici, heremitae de Finchale, auctore Reginaldo monacho Dunelmensi.  stato pubblicato a Londra nel 1847 da Stevenson per la Surtees Society.]]

Godrico di Finchal.

Godrico era nato verso la fine dell'undicesimo secolo nel Lincolnshire, da poveri contadini; costretto con ogni probabilit ad abbandonare la terra coltivata dai genitori, dovette ingegnarsi per guadagnarsi di che vivere. Come molti altri miserabili di ogni epoca, setacci le spiagge a caccia di relitti restituiti dalle onde. I naufragi erano numerosi, sicch, un bel giorno, un fortuito ritrovamento gli permise di improvvisarsi venditore ambulante. Aveva accumulato un piccolo gruzzolo di denaro allorch gli si present l'occasione di unirsi a un gruppo di mercanti. Gli affari prosperavano, al punto che Godrico dispose rapidamente di utili abbastanza considerevoli da permettergli di associarsi con dei compagni, di noleggiare una nave in comune con loro e di intraprendere il cabotaggio lungo le coste dell'Inghilterra, della Scozia, della Fiandra e della Danimarca. La societ andava a gonfie vele. Le sue operazioni consistevano nel trasportare all'estero derrate che notoriamente vi scarseggiavano e di acquistarvi in cambio mercanzie che ci si curava poi di rivendere nei luoghi in cui la loro domanda era pi forte e dove, conseguentemente, si potevano realizzare guadagni pi cospicui.

I primi utili commerciali.

La storia di Godrico  stata certamente simile a quella di molti altri. In un'epoca in cui le carestie locali erano continue, bastava procurarsi una modesta quantit di grano a buon mercato nelle regioni in cui abbondava per realizzare guadagni favolosi, che in seguito era facile moltiplicare con lo stesso metodo. La speculazione, che era il punto di partenza di questo genere di affari, ha dunque contribuito largamente alla formazione delle prime fortune commerciali. I risparmi di un piccolo venditore ambulante, di un marinaio o di un battelliere, di uno scaricatore, costituivano un capitale iniziale sufficiente: bastava sapersene servire. [[Per alcuni esempi, il cui numero si potrebbe accrescere agevolmente, si veda il mio lavoro: Les priodes de l'histoire sociale du capitalisme, nel "Bulletin de Classe des Lettres de l'Acadmie Royale de Belgique", 1914.]]

Allo stesso modo, pu essere accaduto che certi proprietari terrieri abbiano impegnato una parte delle loro rendite nel commercio marittimo.  pressoch certo che i nobili della costa ligure abbiano anticipato i fondi necessari per la costruzione delle navi genovesi e partecipato ai profitti della vendita dei loro carichi nei porti mediterranei. Lo stesso evento deve essersi verificato in altre citt italiane; si  quanto meno tentati di ammetterlo quando si osserva che in Italia gran parte della nobilt ha sempre dimorato nelle citt, a differenza di quella a nord delle Alpi. Perci,  pi che naturale supporre che alcuni suoi membri si siano in qualche modo interessati al rinnovamento economico che si sviluppava attorno a loro. In questi casi, il capitale fondiario ha indubbiamente contribuito alla formazione del capitale mobiliare. Quanto al resto, la sua partecipazione rimane secondaria e, se esso ha approfittato della ripresa commerciale, non l'ha certamente provocata.

Influenza della navigazione sul commercio.

Il primo impulso  partito alle due estremit del continente europeo: a Sud dalla navigazione veneziana, a Nord dalla navigazione scandinava. Non si capisce come avrebbe potuto l'Europa occidentale, cristallizzata nella sua civilt agricola, iniziarsi da s e tanto rapidamente a una vita nuova, non fosse stato per l'incitamento e per l'esempio che le venivano dall'esterno. L'atteggiamento verso il commercio, non soltanto passivo ma addirittura ostile della Chiesa, la pi formidabile potenza feudale di quel tempo, ne fornisce la prova pi convincente.

Se le primissime origini del capitalismo commerciale restano in parte confuse,  assai pi facile seguire la sua evoluzione nel corso del dodicesimo secolo. Senza esagerare, la si potrebbe paragonare, per la rapidit e il vigore del suo sviluppo, a quella che il diciannovesimo secolo doveva veder compiersi nel campo della grande industria. Il nuovo genere di vita che si offriva alla massa errante degli uomini senza terra esercit su di essi un'attrazione irresistibile grazie agli allettanti guadagni che prometteva.

Ne risult un vero movimento di emigrazione dalle campagne verso le citt nascenti. Presto, non furono solo i vagabondi del genere di Godrico a dirigersi verso queste citt. La tentazione era troppo grande perch parecchi servi non si decidessero ad abbandonare i feudi in cui erano nati per andare a stabilirvisi, vuoi come artigiani, vuoi come impiegati dei ricchi mercanti la cui fama si diffondeva nel paese. I signori davano loro la caccia e li riconducevano nelle loro terre quando riuscivano a metterci le mani su. Ma molti sfuggivano alle loro ricerche e, a mano a mano che la popolazione urbana aumentava, diventava pericoloso pretendere di strapparle quei fuggiaschi cui essa assicurava la sua protezione.

Le prime fortune commerciali.

Concentrandosi nelle citt, l'industria suscit una costante crescita dell'esportazione. I suoi progressi moltiplicarono il numero dei mercanti e incrementarono l'importanza e i profitti dei loro affari. In quel tempo di slancio commerciale, non era difficile per un giovane trovare impiego come aiutante presso qualche ricco padrone, essere associato ai suoi affari e finire per fare fortuna a sua volta. Le Gesta dei vescovi di Cambrai ci riferiscono con dovizia di particolari la storia di un certo Werimbold che, sotto il vescovo Burcardo (1114-1130), entrato al servizio di un opulento commerciante, ne spos la figlia e fece prosperare a tal punto i traffici del suocero che si arricch, tanto da poter comprare in citt una grande estensione di terre, da farsi costruire un "palazzo", da riscattare il teloneo riscosso presso una delle porte e da costruire un ponte a sue spese; e per finire lasci alla Chiesa la maggior parte dei suoi beni. [[Gesta episcoporum carrieracensium, a cura di CH. DE SMEDT, p. 125.]]

Indubbiamente, la formazione di grandi fortune fu in quell'epoca un fenomeno comune in tutti i centri in cui si svilupp il commercio d'esportazione. Come i latifondisti avevano un tempo colmato i monasteri di donazioni di terre, cos i mercanti approfittarono della loro fortuna per fondare chiese parrocchiali, ospedali, asili, insomma per moltiplicare, in vista della propria salvezza eterna, le opere religiose o caritatevoli in favore dei loro concittadini.

Si pu perfino credere che il misticismo sia stato in molti di loro un pungolo nella ricerca di una fortuna che volevano consacrare al servizio di Dio. Non bisogna dimenticare che Pietro Valdo, il fondatore nel 1173 dei Poveri di Lione, da cui doveva presto sorgere la setta dei Valdesi, era un mercante e che, quasi negli stessi anni, san Francesco nasceva ad Assisi nella casa di un altro mercante. [[La Vita di S. Guido (XI sec.) riferisce che il santo si dedic al commercio per poter disporre di maggior denaro per le sue elemosine. "Acta Sanct. Boll.", sett., t. IV, p. 42.]] Altri arricchiti, pi sensibili alle ambizioni terrene, cercavano di elevarsi nella gerarchia sociale dando le proprie figlie in spose a dei cavalieri. E la loro fortuna doveva essere davvero considerevole per aver messo a tacere in questi ultimi le repulsioni dello spirito nobiliare. Questi grandi mercanti o, per meglio dire, questi nuovi ricchi sono stati naturalmente i capi della borghesia, poich la borghesia stessa altro non  che una creazione della rinascita commerciale, e in principio le parole mercator e burgensis sono usate come sinonimi. Ma, proprio mentre si sviluppa come classe sociale, la borghesia si costituisce anche come classe giuridica, di cui  ora necessario riconoscere la natura altamente originale.

[[Bibliografia: si veda quella indicata nella nota 1 di questo capitolo, e inoltre W. VOGEL, Ein Seefahrender Kaufmann um 1100, in "Hansische Geschichtsbltter", t. XVIII, 1912; H. PIRENNE, Les priodes de l'histoire sociale du capitalisme, in "Bulletin de l'Acadmie Royale de Belgique", Classe des Lettres, 1914.]]

3. ISTITUZIONI E DIRITTO URBANI.

La borghesia e la societ agricola.

I bisogni e le aspirazioni della borghesia erano troppo incompatibili con l'organizzazione tradizionale dell'Europa occidentale per non aver sollevato fin dall'inizio vivaci resistenze. Essi si scontravano frontalmente con interessi e idee di una societ dominata materialmente dai detentori della grande propriet fondiaria e spiritualmente dalla Chiesa, la cui avversione per il commercio era invincibile. Sarebbe ingiusto attribuire, come tante volte si  fatto, alla "tirannia feudale" o alla "arroganza sacerdotale" un'opposizione che ha in s ogni plausibile spiegazione. Come sempre, coloro che beneficiavano di quello stato di cose si sono impegnati a difenderlo, non solo perch garantiva i loro interessi, ma anche perch sembrava loro indispensabile alla conservazione dell'ordine sociale.

Dinanzi a questa societ, del resto, la borghesia  ben lontana dall'assumere un atteggiamento rivoluzionario. Non protesta n contro l'autorit dei principi locali, n contro i privilegi della nobilt, n soprattutto contro la Chiesa. Ne professa anzi la morale ascetica, che pure  in cos aperta contraddizione con il suo genere di vita. Non chiede altro che la possibilit di avere un proprio posto nella societ, e le sue rivendicazioni non vanno oltre i suoi bisogni pi indispensabili.

Libert della borghesia.

Di questi bisogni, il pi indispensabile  il bisogno di libert. Senza libert, difatti, ossia senza la facolt di spostarsi, di impegnarsi, di disporre dei propri beni, facolt di cui la servit esclude l'esercizio, come sarebbe possibile il commercio? Se dunque si reclama questa libert,  unicamente per i vantaggi che conferisce. Nulla  pi estraneo allo spirito dei borghesi di considerarla alla stregua di un diritto naturale: ai loro occhi  soltanto un diritto utile. D'altronde, molti di loro di fatto la possiedono: tutti gli immigrati venuti da troppo lontano perch se ne possa conoscere il padrone e che, per forza di cose, dato che la condizione servile non si pu presumere, passano per uomini liberi, bench nati da genitori che non lo erano. Ma la situazione di fatto deve necessariamente trasformarsi in situazione di diritto. I contadini che vengono a stabilirsi nelle citt per trovarvi abbondanti mezzi di sostentamento devono sentirvisi al sicuro, nessuno di loro deve temere di essere ricondotto con la forza nel feudo da cui  fuggito, n paventare le corv n, soprattutto, quegli odiosi diritti che gravano sulla popolazione servile, come l'obbligo di sposare soltanto una donna della medesima condizione e soprattutto di lasciare al signore una parte della successione.

Volente o nolente, nel corso del dodicesimo secolo si dovette cedere a rivendicazioni che spesso furono sostenute da pericolose rivolte. I conservatori pi ostinati, come Guiberto di Nogent nel 1115, per esempio, sono ridotti a vendicarsi a parole degli "odiosi comuni" eretti dai servi contro i loro signori per sottrarsi alla loro autorit e strappare loro i diritti pi legittimi. [[GUILBERTO DI NOGENT, Histoire de sa vie, a cura di G. Bourgin, p. 156 (Parigi 1907). All'inizio del terdicesimo secolo, Jacques de Vitry predica ancora contro le "violente et pestifere communitates". A. GIRY, Documents sur les relations de la royaut avec les villes en France, p. 59 (Parigi 1885). In modo simile si esprime, in Inghilterra, Richard de Devizes: "Communia est tumor plebis, timor regni, tepor sacerdotii". W. DTUBBS, Selectcharters, p. 252 (Oxford 1890).]] La libert diviene la condizione giuridica della borghesia. Lo diviene al punto che non si limita pi a essere un privilegio della persona, ma un privilegio territoriale intrinseco del suolo urbano, come la servit  condizione intrinseca del suolo feudale. Ormai per goderne basta aver abitato per un anno e un giorno entro la cinta muraria della citt. "Die Stadtluft macht frei", dice il proverbio tedesco: l'aria cittadina rende liberi.

Trasformazione del diritto urbano.

Se la libert  il primo bisogno dei borghesi, essi ne hanno d'altronde molti altri. Il diritto tradizionale, con la sue procedure rigidamente formaliste, le sue ordalie, i suoi duelli giudiziari, i suoi giudici reclutati in seno alla popolazione rurale e che non conoscono altro costume se non quello elaborato a poco a poco per regolare le relazioni tra uomini che vivono del lavoro o del possesso della terra, non pu bastare a una popolazione la cui esistenza si fonda sul commercio e sulla pratica dei mestieri. Sono dunque necessari un diritto pi sbrigativo, strumenti di prova pi rapidi e pi indipendenti dal caso, e infine giudici che, impegnati anch'essi nelle occupazioni professionali dei loro giudicati, possano risolvere le contestazioni con cognizione di causa.

Assai presto, al pi tardi dall'inizio dell'undicesimo secolo, si  originato per forza di cose uno jus mercatorum, vale a dire un diritto commerciale in embrione.  un insieme di usanze nate dalla pratica, una sorta di costume internazionale che i mercanti applicano reciprocamente nelle loro transazioni. Privo com' di qualunque consacrazione legale, non pu essere invocato dinanzi alle giurisdizioni esistenti, dimodoch i mercanti si accordano per scegliere fra loro arbitri che abbiano la competenza necessaria per comprendere e per dirimere le loro dispute.  qui che bisogna cercare l'origine di quelle corti che il diritto inglese chiama, con un'espressione pittoresca, courts ofpiepowders, ossia "corti dei piedi polverosi", perch i mercanti che ricorrono a esse per ottenere pronta giustizia hanno i piedi ancora ricoperti dalla polvere delle strade. [["Extraneus mercator vel aliquis transiens per regnum, non habens certam mansionem infra vicecomitatum sed vagans, qui vocatur piepowdrous" (1124-1153). E. GROSS, The Court of piepowder, in "The Quarterly Journal of Economics", t. XX, 1906, p. 231, n 4.]]

Autonomia giudiziaria e autonomia amministrativa delle citt.

Questa giurisdizione di circostanza non tarda a trasformarsi in una giurisdizione permanente e riconosciuta dal potere pubblico. Gi nel 1116, a Ypres, il conte di Fiandra ha soppresso il duello giudiziario, ed  certo che, in quegli stessi anni, ha tollerato nella maggior parte delle sue citt l'istituzione di scabinati locali, composti da borghesi e unici competenti a giudicarli. Prima o poi,  quanto avviene in tutti gli altri paesi. In Italia, in Francia, in Germania, in Inghilterra, le citt ottengono l'autonomia giudiziaria che fa di esse tante isole giuridiche indipendenti dalle usanze territoriali.

E alla loro autonomia giudiziaria corrisponde un'autonomia amministrativa. Difatti, la formazione degli agglomerati urbani porta con s un gran numero di lavori di sistemazione e di difesa cui essi stessi devono far fronte per supplire alle lacune delle autorit tradizionali, che non hanno n i mezzi n il desiderio di aiutarli. Questo fatto testimonia significativamente l'energia e lo spirito innovatore delle borghesie, che sono riuscite a mettere in piedi con la loro sola iniziativa l'organizzazione municipale, i cui primi lineamenti si vedono apparire gi nell'undicesimo secolo, e che nel dodicesimo secolo  gi in possesso dei suoi organi essenziali. L'opera da esse realizzata  tanto pi ammirevole in quanto costituisce una creazione originale. Nello stato di cose precedente non c'era nulla che potesse servire da modello, poich tutti i bisogni cui si doveva far fronte erano bisogni nuovi.

Le mura urbane.

Tra questi bisogni, il pi urgente era quello della difesa. I mercanti e le loro merci erano infatti una preda troppo allettante perch non si imponesse la necessit di mettere entrambi al riparo dai saccheggiatori, circondandoli con una solida cinta protettiva. La costruzione di un bastione  stato perci il primo fra i lavori pubblici intrapresi dalle citt e quello che, sino alla fine del Medioevo, ha inciso pi pesantemente sulle loro finanze. A dire il vero, per ciascuna di esse  stato anche il punto di partenza dell'organizzazione finanziaria. Da qui, per esempio, il nome di "fermet" (firmitas) che, a Liegi, non ha cessato di indicare l'imposta comunale, come pure, in un gran numero di citt, la devoluzione ad opus castri, vale a dire all'edificazione delle mura, di una parte considerevole delle ammende inflitte dal tribunale cittadino. Il fatto che ancora oggi gli stemmi municipali siano sormontati da una corona muraria indica chiaramente l'importanza essenziale attribuita alle fortificazioni. Nel Medioevo, non c' citt che non sia stata anche una fortezza.

Le finanze urbane.

Per far fronte alle spese imposte dalla necessit permanente di fortificarsi, fu necessario crearsi delle risorse. E dove procurarsele, se non in seno alla stessa borghesia? Tutti ugualmente interessati alla difesa comune, i suoi membri sono stati parimenti costretti a provvedere alle sue spese. La quota di ciascuno di essi  stata calcolata proporzionalmente al suo patrimonio, e questa  una grande novit, poich sostituisce all'imposta, arbitraria e riscossa nell'esclusivo interesse del signore, una somma proporzionale alle possibilit dei contribuenti e devoluta a una destinazione di utilit generale; cos l'imposta torna ad assumere la sua natura pubblica, perduta durante l'epoca feudale.

Le magistrature urbane.

Per fissare e riscuotere questa imposta, e per sovvenire altres alle necessit correnti, il cui numero cresceva di pari passo con il costante aumento della popolazione urbana - costruzione di moli e di mercati, edificazione di ponti, di magazzini e di chiese parrocchiali, regolamentazione dell'esercizio dei mestieri, vigilanza sulle derrate alimentari ecc. - ben presto si rese necessario eleggere o lasciar insediare un consiglio di magistrati: consoli in Italia e in Provenza, giurati in Francia, aldermen in Inghilterra. Fin dall'undicesimo secolo, essi fanno la loro comparsa nelle citt lombarde, dove per esempio i consoli di Lucca sono gi menzionati nel 1080. Nel secolo seguente, sono diventati ovunque un'istituzione ratificata dai poteri pubblici e propria di ogni costituzione municipale. In molte citt, come per esempio in quelle dei Paesi Bassi, gli scabini svolgono sia la funzione di giudici che quella di amministratori cittadini.

Le citt e i principi.

I principi laici non hanno tardato a rendersi conto dei vantaggi che la crescita delle citt avrebbe potuto procurare loro. Infatti, a mano a mano che esse rendevano pi attive la circolazione sulle strade e sui fiumi e che la moltiplicazione delle loro transazioni richiedeva un aumento corrispondente di denaro contante, gli introiti dei telonei e di ogni altro tipo di pedaggio, cos come quelli della zecca, alimentavano sempre pi abbondantemente il tesoro dei signori. Dunque non sorprende affatto vedere questi ultimi assumere in generale, nei confronti delle borghesie, un atteggiamento benevolo. Del resto, vivendo solitamente nei loro castelli di campagna, non avevano quasi contatti con le popolazioni urbane e molte cause di conflitto erano cos evitate in partenza. Le cose andarono ben altrimenti per i principi ecclesiastici. Quasi tutti opposero al movimento municipale una resistenza che in certi casi arriv alla lotta aperta. L'obbligo per i vescovi di risiedere nelle loro citt, centri dell'amministrazione diocesana, doveva indurli necessariamente a conservarvi il potere e a opporsi alle aspirazioni della borghesia, tanto pi risolutamente in quanto queste erano suscitate e guidate proprio da quei mercanti tanto invisi alla Chiesa. Durante la seconda met dell'undicesimo secolo, la disputa tra gli imperatori e il papato fornisce alle popolazioni urbane della Lombardia il pretesto per sollevarsi contro i loro prelati simoniaci. Da questa regione il movimento si propaga fino a Colonia attraverso la valle del Reno. Nel 1077, la citt di Cambrai insorge contro il vescovo Gerardo n e istituisce il pi antico "comune" che si trovi a nord delle Alpi. Nella diocesi di Liegi lo spettacolo  analogo. Il vescovo Thoduin  costretto a concedere ai borghesi di Huy, nel 1066, una "carta" delle libert che anticipa di parecchi anni tutte quelle di cui si conserva il testo nel resto dell'Europa. In Francia, insurrezioni municipali sono citate a Beauvais attorno al 1099, a Noyon nel 1108-1109, a Laon nel 1115.

Privilegi della borghesia.

E cos, con le buone o con le cattive, le citt hanno acquisito o conquistato, alcune all'inizio, altre nel corso del dodicesimo secolo, le costituzioni municipali rese necessarie dal genere di vita dei loro abitanti. Nate nei "borghi nuovi", nei portus in cui si concentravano i mercanti e gli artigiani, esse si sono presto sviluppate al punto di imporsi alla popolazione dei "borghi vecchi" e delle "vecchie citt", le cui antiche cinte murarie, circondate ovunque dai quartieri nuovi, cadono in rovina insieme al vecchio diritto. Ormai tutti coloro che abitano all'interno delle mura urbane, con la sola eccezione del clero, sono partecipi dei privilegi della borghesia.

La caratteristica essenziale della borghesia  in effetti quella di costituire una classe privilegiata in seno al resto della popolazione. Da questo punto di vista, la citt del Medioevo  in evidentissimo contrasto con la citt antica e con quella dei nostri tempi, le quali si distinguono solo per la densit abitativa e la complessit dell'amministrazione. A parte questo, non c' nulla, nel diritto pubblico come in quello privato, che renda specifica la situazione che i loro abitanti occupano nello Stato. Il borghese medievale, al contrario,  un uomo qualitativamente diverso da tutti quelli che vivono fuori della cinta municipale. Non appena se ne oltrepassano le porte e il fossato, si penetra in un altro mondo o, per essere pi esatti, in un altro dominio giuridico. Entrare a far parte della borghesia implica effetti analoghi a quello dell'investitura del cavaliere o della tonsura dell'ecclesiastico, nel senso che conferisce uno statuto giuridico speciale. Come l'ecclesiastico o il nobile, il borghese sfugge al diritto comune; appartiene come loro a uno stato (status) particolare, quello che pi tardi si designer come terzo stato. Il territorio cittadino non gode di privilegi minori di quelli dei suoi abitanti.  un asilo, una zona di immunit che pone chi vi si rifugia al riparo dai poteri esterni, come se costui si fosse rifugiato in una chiesa. Insomma, la borghesia  una classe eccezionale sotto ogni aspetto. Bisogna tuttavia osservare che  anche una classe priva di uno spirito generale di classe. Ogni citt forma, per cos dire, una piccola patria ripiegata su se stessa, gelosa delle sue prerogative e antagonista di tutte le citt vicine. Assai raramente un pericolo comune o un comune scopo da raggiungere  riuscito a imporre al particolarismo municipale il bisogno di intese o di leghe, come per esempio la Hansa tedesca. In generale, a determinare la politica urbana  lo stesso sacro egoismo che pi tardi ispirer quella degli Stati. Quanto alle popolazioni della campagna, la borghesia le considera un puro oggetto di sfruttamento. Ben lontana dal cercare di renderle partecipi delle sue franchigie, essa ne ha sempre negato loro con ostinazione il godimento. E, sotto questo aspetto, niente  pi contrario allo spirito delle moderne democrazie dell'esclusivismo con cui le citt medievali non hanno mai cessato di difendere i loro privilegi, anche e soprattutto nelle epoche in cui sono state governate dalle corporazioni dei mestieri.

[[Bibliografia: si rimanda a quella indicata nella nota 1 di questo capitolo.]]

TERZO. La terra e le classi rurali.

1. L'ORGANIZZAZIONE FEUDALE E LA SERVIT.

Prevalenza numerica delle campagne sulle citt.

L'influenza della borghesia in tutte le epoche del Medioevo  tanto pi sorprendente in quanto contrasta violentemente con la sua importanza numerica. Le citt hanno ospitato solo una minoranza, talvolta una sparutissima minoranza della popolazione. Naturalmente sarebbe inutile, in assenza di dati statistici anteriori al quindicesimo secolo, azzardare valutazioni precise. Probabilmente non saremmo lontani dalla verit se, considerando l'Europa nel suo insieme, supponessimo che dal dodicesimo al quindicesimo secolo la popolazione urbana non  mai andata molto al di l della decima parte del totale dei suoi abitanti. [[F. LOT, L'tat des paroisses et desfeux de 1328, nella "Bibliothque de l'cole des Chartes", t. XC (1929), p. 329, ipotizza che all'inizio del quattordicesimo secolo la popolazione urbana della Francia costituisse, al minimo un decimo, al massimo un settimo della popolazione totale. Tuttavia, per il Brabante, J. cuvelier, ne Les dnombrements de foyer s en Brabant, p. CXXXV, constata che, nel 1437, le campagne comprendevano i due terzi delle case di tutto il ducato.]] Soltanto in poche regioni, come i Paesi Bassi, la Lombardia o la Toscana, questa proporzione  ampiamente superata. Comunque sia,  assolutamente esatto affermare che, dal punto di vista demografico, la societ del Medioevo  essenzialmente una societ agricola.

I latifondi.

In una siffatta societ, il latifondo ha impresso cos profondamente la sua impronta che le sue tracce, in molti paesi, sono scomparse soltanto nella seconda met del diciannovesimo secolo. Non occorre qui risalire alle origini di questa istituzione, che il Medioevo ha ereditato dall'antichit. Ci limiteremo a descriverla come si presentava al suo apogeo, nel corso del dodicesimo secolo, vale a dire in un'epoca in cui essa non ha ancora avvertito l'azione trasformatrice delle citt. [[Non c' bisogno di far osservare che l'organizzazione dominicale presenta sensibili differenze da regione a regione; in questa sede, pertanto, potremo solo descriverla nelle sue linee generali e alquanto schematicamente, limitandoci a rilevarne gli aspetti salienti.]] Inutile aggiungere che l'organizzazione dominicale non si  imposta a tutta la popolazione rurale. Essa ha risparmiato un certo numero di piccoli proprietari liberi, e in regioni isolate si trovano villaggi rimasti pi o meno immuni dalla sua influenza. Ma si tratta solo di eccezioni, di cui  inutile tener conto dal momento che ci si propone solo di offrire un sunto dell'evoluzione generale dell'Europa occidentale.

Se ne esaminiamo la superficie, i latifondi medievali sono tutti caratterizzati da un'estensione che giustifica ampiamente il loro appellativo. A quanto pare, essi misurano mediamente 300 mansi, ossia circa 4000 ettari, e molti di loro sono certamente assai pi vasti. Ma le loro terre non si presentano mai senza frazionamenti. La dispersione  la regola. I possedimenti di uno stesso proprietario sono separati gli uni dagli altri da spazi sempre pi vasti a mano a mano che ci si allontana dal centro del fondo. Il monastero di Saint-Trond, per esempio, disponeva di una signoria fondiaria di cui il grosso era raggruppato attorno a esso, mentre gli annessi pi lontani arrivavano, a nord nei pressi di Nimega, a sud nei pressi di Treviri. [[Si veda la pianta risalente al tredicesimo secolo di questa propriet, in H. PIRENNE, Le livre de Vabb Guillaume de Ryckel, polyptyque et comptes de Vabbaye de Saint-Trond au milieu du XIIIe sicle (Bruxelles 1896)]] Questa dispersione produceva come conseguenza naturale un groviglio di possedimenti incastrati gli uni negli altri. Spesso la confusione era tale che uno stesso villaggio dipendeva da due o tre signori. E la situazione si complicava ulteriormente quando un latifondo si estendeva, come spesso capitava, a regioni sottomesse a principi diversi, oppure a territori di lingue differenti.  quanto avveniva per agglomerati terrieri costituiti, come accadeva nel caso della Chiesa, da donazioni successive di una moltitudine di benefattori o, nel caso della nobilt, dalle casuali circostanze prodotte da alleanze ottenute con matrimoni o eredit. La formazione della grande propriet non si era attuata secondo un piano preordinato. Era la storia che l'aveva fatta cos, indipendentemente da qualunque considerazione economica.

Le "corti" feudali.

Nonostante questa dispersione, la grande propriet possedeva comunque un'organizzazione fortissima che, nella sua essenza, si rivela identica in tutti i paesi. Il centro del possedimento era la residenza abituale del proprietario, chiesa, cattedrale, abbazia o castello che fosse. Da questo centro dipendevano le varie circoscrizioni, ciascuna delle quali inglobava uno o pi villaggi. Ogni circoscrizione a sua volta era di competenza di una curtis (corte o cour nei paesi di lingua romanza, hof in quelli di lingua germanica, manor in Inghilterra), in cui erano radunati gli edifici adibiti al lavoro: granai, stalle, scuderie ecc., come pure i servi domestici (servi quotidiani, dagescalci) che vi erano impiegati. Nella corte risiedeva inoltre il funzionario incaricato dell'amministrazione, villicus o major (maire, mayer nel continente; seneschal, Stewart o bailiff in Inghilterra). Scelto tra i ministeriales, ossia tra coloro che prestavano servizio nella casa del signore in qualit di uomini di fiducia, questo funzionario, inizialmente revocabile, non aveva tardato, in virt dell'evoluzione generale tipica del periodo agricolo del Medioevo, a rivestire la carica a titolo ereditario.

I mansi e la riserva signorile.

L'insieme delle terre di competenza di una corte o di un maniero si divideva in tre parti: la terra dominicale, i censi e le terre comuni. La terra dominicale o demesne (terra indominicata, mansus indominicatus) costituiva la riserva signorile. Era formata dall'insieme delle terre destinate esclusivamente all'uso del signore.  impossibile determinare con esattezza la loro importanza proporzionale, che variava considerevolmente da una corte all'altra. In linea di massima, esse si suddividevano in particelle disperse fra quelle dei fittavoli. In compenso, l'estensione di queste ultime presentava una notevole costanza in ogni villaggio, anche se potevano esistere differenze considerevoli di regione in regione. Questi appezzamenti comprendevano in effetti una quantit di terra sufficiente al mantenimento di una famiglia; ne conseguiva che, secondo il grado di fertilit del suolo, erano pi o meno grandi a seconda della zona. [[Secondo lo studio di Des Marez, citato nella bibliografia (vedi nota 1 di questo capitolo), nel Brabante il manso comprendeva normalmente da 10 a 12 bonniers, il che, tenuto conto della dimensione variabile di tale unit di misura, equivarrebbe a una superficie che va da 8 a 15 ettari. Secondo Marc Bloch, Les caractres originaux de l'histoire rurale franaise, cit., l'estensione dei mansi in Francia oscilla tra i 5 e i 30 ettari, con una media che si attesta sui 13 ettari.]] In latino si designavano col nome di mansus (manse, mas in francese, hufe in tedesco, virgate o yariana in inglese). Tutti erano gravati da corv o canoni, quasi sempre in natura, a vantaggio del signore. Tutti assicuravano altres a chi li occupava un diritto d'uso dei prati, delle paludi, delle brughiere o delle foreste che circondavano il suolo coltivato, e il cui insieme  indicato nei documenti con i nomi communia, warescapia. Invano si  tentato di trovare in queste terre di uso comune le tracce di una presunta propriet collettiva. In realt e nella sostanza, anch'esse appartenevano al signore.

I fittavoli e i servi.

A eccezione del proprietario, tutti gli uomini che vivevano sul territorio di una corte o di un villaggio erano servi o, se cos si pu dire, "semi-servi". Se l'antica schiavit era scomparsa, se ne riconoscevano ancora le vestigia nella condizione dei servi quotidiani, dei mancipia, la cui stessa persona apparteneva al principe, che erano addetti al suo servizio e da lui mantenuti. Fra loro egli reclutava i lavoratori della sua riserva, i pastori, i pecorai e gli operai di entrambi i sessi che occupava nei "ginecei", nome che stava a indicare indistintamente tutti gli opifici della corte signorile dove si tessevano il lino e la lana prodotti dalla signoria, e dove si trovavano anche carradori, fabbri, birrai ecc. La servit personale era meno gravosa per i fittavoli stabiliti o, per impiegare un'espressione frequente fino al dodicesimo secolo, casati sui mansi. Essa comportava peraltro numerose sfumature. Ma di fatto, tutti costoro avevano finito per acquisire in via ereditaria il possesso del suolo che coltivavano, bench molti originariamente lo avessero posseduto solo a titolo precario. Fra loro si potevano incontrare perfino uomini un tempo liberi, ma la cui libert era alquanto pregiudicata dall'obbligo di adempiere a corv e prestazioni che gravavano sulla terra loro concessa. Nei possedimenti monastici, in seno alla popolazione dominicale si era formata una classe privilegiata, quella dei cerocensuales, discendenti in gran parte da vedove di origine libera, i quali si erano messi sotto la protezione delle abbazie, cedendo loro la propriet delle loro terre, a condizione di conservarne l'usufrutto in cambio di una prestazione di cera in occasione delle grandi festivit dell'anno. [[Nell'Hainaut e nelle regioni vicine, erano chiamati sainteurs.]] Un po' diversi dai fittavoli propriamente detti erano i cotarii o bordarii. Tali appellativi si riferiscono a quei servi provvisti di un modesto appezzamento di terra e che erano impiegati come braccianti agricoli al servizio del signore o dei possessori di mansi.

Unit giudiziaria e religiosa dei feudi.

La dipendenza della popolazione dal signore era rafforzata dal fatto che quest'ultimo esercitava su di essa anche il potere giudiziario. Tutti i servi propriamente detti vi erano sottomessi senza eccezione. Quanto agli altri tributari, capitava frequentemente che, in materia di crimini e di delitti, dipendessero dalla giustizia pubblica. La competenza della giurisdizione signorile era, secondo i paesi, proporzionale agli sconfinamenti perpetrati dal feudalesimo sulla sovranit del re. Raggiungeva il massimo in Francia e il minimo in Inghilterra. Ovunque, tuttavia, si estendeva almeno a tutte le questioni concernenti i censi, le corv, i canoni, la coltura della terra. Ogni feudo aveva la sua o le sue corti fondiarie, composte da contadini, presiedute dal maire o dal villicus, le quali giudicavano secondo il costume della signoria, ossia secondo usi tradizionali che di tanto in tanto la popolazione, consultata dal signore, richiamava nei records o nei Weistumer.

Ogni circoscrizione dominicale, oltre a costituire una unit giudiziaria, costituiva anche una unit religiosa. I signori avevano edificato presso le loro corti principali una cappella o una chiesa, dotandola di terre e nominando se stessi vicari parrocchiali.  questa l'origine di un grandissimo numero di parrocchie rurali, tanto che l'organizzazione ecclesiastica, le cui diocesi hanno conservato cos a lungo i confini delle "citt" romane, perpetua ancora nella configurazione delle sue parrocchie, talvolta fino ai nostri giorni, quella di molte signorie dell'alto Medioevo.

Carattere patriarcale dell'organizzazione feudale.

Da tutto ci si evince che il feudo non era soltanto un'istituzione economica, ma anche un'istituzione sociale. La sua influenza si estendeva all'intera esistenza dei suoi abitanti. Essi erano ben pi che semplici tributari del loro signore, erano i "suoi uomini" nel pieno significato dell'espressione, e si  giustamente osservato che il potere signorile risiedeva pi nella qualit di capo che conferiva al suo detentore che nella sua qualit di proprietario terriero. Tutto considerato, l'organizzazione feudale, nella sua essenza, si rivela un'organizzazione patriarcale. La lingua stessa ne costituisce una testimonianza. Che cos' mai il signore (senior), se non l'anziano il cui potere si estende sulla familia che  sotto la sua protezione? Non c' dubbio infatti che egli la protegga. In tempo di guerra, la difende contro il nemico e le offre come riparo le mura della sua fortezza. D'altronde, il suo interesse pi evidente non  forse quello di salvaguardarla, dal momento che egli vive del suo lavoro? L'idea che di solito ci si fa dello sfruttamento feudale  probabilmente un po' sommaria. Lo sfruttamento dell'uomo presuppone la volont di servirsene come di un utensile al fine di ottenere il massimo rendimento. La schiavit rurale dell'antichit, quella dei negri nelle colonie del diciassettesimo e del diciottesimo secolo, oppure la condizione degli operai della grande industria durante la prima met del diciannovesimo secolo ne forniscono esempi fin troppo noti. Ma quanta differenza con la signoria medievale, in cui l'onnipotente costume che determina i diritti e gli obblighi di ciascuno si oppone per ci stesso al libero esercizio della supremazia economica e impedisce a questa supremazia di esprimersi in tutto il suo spietato rigore, cui certo si abbandonerebbe sotto il pungolo del profitto.

Carattere economico dei feudi.

L'idea del profitto, anzi la possibilit stessa del profitto sono incompatibili con la condizione del feudatario medievale. Non avendo modo, in assenza di sbocchi, di produrre per la vendita, egli non deve perci sforzarsi di ottenere dai suoi uomini e dalle sue terre un'eccedenza che gli sarebbe solo d'impaccio. Costretto a consumare lui stesso le sue rendite, si limita a commisurarle ai suoi bisogni. Vive un'esistenza assicurata dal funzionamento tradizionale di un'organizzazione che non pensa affatto a migliorare. Si tenga presente che prima della met del dodicesimo secolo la maggior parte del suolo che gli appartiene  ancora abbandonata alle brughiere, alle foreste e alle paludi. Non c' regione in cui si scorga il minimo sforzo per rompere con i sistemi secolari di rotazione delle colture, per adattarle alle caratteristiche del terreno, per perfezionare gli strumenti agricoli. L'immenso capitale immobiliare di cui dispongono la Chiesa e la nobilt produce tutto sommato una rendita fondiaria insignificante, se rapportata alla sua capacit virtuale.

Sarebbe interessante sapere - anche se bisogna purtroppo rinunciarvi - qual era in questi latifondi, che i loro proprietari non sfruttavano per il profitto, il guadagno del contadino, dopo che per tutto l'anno aveva lavorato da uno a tre giorni la settimana nella riserva del signore, dopo che si era disobbligato, alle date consuete, fornendo le prestazioni in natura che gravavano sulla sua terra. Ben poco, certo, se non proprio niente. Ma questo poco bastava a gente che, pi o meno come il loro signore, non pensava a produrre al di l dei propri bisogni. Certo di non essere cacciato, dal momento che la sua concessione di terra era ereditaria, il contadino godeva almeno del vantaggio della sicurezza. D'altra parte, il regime agrario gli precludeva ogni velleit, come pure ogni possibilit di sfruttamento individuale.

Il regime agrario.

Questo regime comportava difatti, come conseguenza, la necessit del lavoro in comune. Cos era per i due grandi sistemi di coltura la cui origine risale certamente all'epoca preistorica: quello dei "campi allungati" e quello dei "campi irregolari". In entrambi i casi la rotazione, fosse essa biennale o triennale, a seconda che lasciasse annualmente a maggese la met o un terzo della superficie coltivabile, sottometteva ogni singolo agricoltore alla collettivit. Tutti le particelle dello stesso appezzamento quadrato o dello stesso gewann dovevano essere simultaneamente lavorate, seminate oppure abbandonate al pascolo brado dopo il raccolto. La loro posizione a incastro le une nelle altre esigeva che restassero aperte fino al momento in cui, allo spuntare delle messi, erano circondate da recinzioni provvisorie. Anche a raccolto fatto, la comunit non perdeva i suoi diritti. Tutti gli animali del villaggio, riuniti in una sola mandria, pascolavano i campi ormai spogli delle loro spighe e privati dei recinti.

In un tale stato di cose, l'attivit di ciascuno dipendeva dall'attivit di tutti e, fintantoch perdur, l'uguaglianza economica dei proprietari dei mansi doveva essere la regola generale. In caso di malattia o di invalidit di qualcuno, accorrevano in aiuto i suoi vicini. Indubbiamente, la propensione al risparmio, che in futuro sar destinata a diventare una prerogativa del contadino, allora non aveva alcuna occasione di manifestarsi. Se una famiglia era troppo numerosa, i figli minori entravano a far parte del gruppo dei cotarii o andavano a ingrossare la massa degli individui erranti che vagavano per il paese.

I diritti signorili.

I diritti signorili erano un ulteriore ostacolo all'attivit individuale, sia pure in misura diversa, secondo le persone. I servi in senso stretto non potevano contrarre matrimonio senza aver prima pagato una tassa, n potevano sposare una donna originaria di altro feudo senza autorizzazione. Alla loro morte, il signore riceveva del tutto o in parte la loro eredit (corimedis, manomorta, diritto di prima scelta). Quanto alle corv e alle prestazioni in natura, esse gravavano su tutti i tributari o, per meglio dire, su tutti i censi, poich avevano finito per trasformarsi da oneri personali in oneri reali. Sotto questo aspetto, si distinguevano vari tipi di mansi: ingenuiles, serviles, lidiles, i cui obblighi differivano a seconda che fossero stati occupati originariamente da un servo, da un semilibero o da un uomo libero. La "taglia" che il signore esigeva anche dai suoi uomini in caso di bisogno era indubbiamente l'onere pi gravoso e pi odioso che pesava su di loro. Infatti, non si limitava a sottometterli a un prelievo gratuito ma, per la sua natura arbitraria, poteva naturalmente dar luogo ai pi gravi abusi. Lo stesso non poteva dirsi per i cosiddetti "diritti di banno", che costringevano i contadini a macinare il loro grano esclusivamente presso il mulino del signore, a fare la birra solo nella sua fabbrica o a pigiare l'uva soltanto col suo torchio. Le tasse che bisognava pagare per tutto questo avevano almeno come contropartita l'usufrutto di impianti delle cui spese si era fatto carico il signore stesso.

In conclusione, bisogna constatare che il signore non beneficiava di tutti i canoni riscossi nei suoi possedimenti. Accadeva di frequente che le sue terre fossero gravate da diritti "giudiziari", ossia da diritti che non si originavano dalla propriet, bens dalla sovranit. Cos era assai spesso, per esempio, per il cosiddetto medem, che pu essere considerato una lontana sopravvivenza, incorporata alla terra, dell'imposta pubblica romana. Molti proprietari l'avevano confiscata a loro profitto. Ma poteva succedere che fosse riscossa a profitto del principe locale o di qualche altro avente diritto. Ben diversa per natura era la decima, la quale costituiva un onere assai pi gravoso e soprattutto pi generale. Teoricamente, sarebbe dovuta andare alla Chiesa. In realt, molti signori se ne erano appropriati. Poco importava del resto al contadino l'origine delle prestazioni fondiarie, dal momento che, qualunque fosse la loro natura, in ogni caso gravavano tutte su di lui.

[[Bibliografia: oltre alle opere di Inama-Sternegg, Lamprecht, H. Se e M. BLOCH, citate nella Bibliografia generale, vedere: K. LAMPRECHT, tude sur l'tat conomique de la France pendant la premire panie du Moyen Age, trad. Marignan (Parigi 1889); L. DELISLE, tudes sur la condition de la classe agricole et l'tat de l'agriculture en Normandie au Moyen Age (Parigi 19032); A. HANSAY, Etude sur laformation et l'organisation conomique du domaine de Saint-Trond jusqu' la fin du XIIIe sicle (Gand 1899); L. VERRIEST, Le servage dans le comt de Hainaut. Les sainteurs. Le meilleurcatel (Bruxelles 1910, Mem. dell'Accad. del Belgio); G. DES MAREZ, Note sur le mansebrabancon au Moyen Age, in Mlanges Pirenne (Bruxelles 1926); F. SEEBHOM, The English village community (Londra 1883); P. VINOGRADOFF, The growth of the manor (Londra 1905); ID., English society in the eleventh century (Oxford 1908); G.G. COULTON, The medieval village (Cambridge 1925); G.F. KNAPP, Grundherrschaft und Rittergut (Lipsia 1897); W. WITTICH, Die Grundherrschaft in Nordwestdeutschland (Lipsia 1896); O. SIEBECK, Der Frondienst als Arbeitssystem (Tubinga 1904); R. CAGGESE, Classi e comuni rurali nel medio evo italiano (Firenze 1907-1908, 2 voll.); H. BLINK, Geschiedenis van den boerenstad en den landbouw in Nederland (Groninga 1902-1904, 2 voll.); G. RUOPNEL, Histoire de la campagne franaise (Parigi 1932).]]

2. TRASFORMAZIONE DELL'AGRICOLTURA A PARTIRE DAL TREDICESIMO SECOLO.

Crescita della popolazione.

A partire dalla met del decimo secolo, la popolazione dell'Europa occidentale, finalmente liberata dai saccheggi dei Saraceni, dei Normanni e dei Magiari, inaugura un movimento ascensionale che  impossibile valutare con precisione, ma i cui risultati si constatano chiaramente nel corso del secolo successivo. Indiscutibilmente, l'organizzazione dominicale comincia a non essere pi adatta all'eccedenza delle nascite sui decessi. Una crescente quantit di individui, costretti ad abbandonare i mansi paterni, deve cercarsi nuove risorse. Soprattutto la piccola nobilt, i cui feudi passano solo ai primogeniti dei loro proprietari, trabocca di figli cadetti. Come  noto, fra costoro sono stati assoldati gli avventurieri normanni che hanno conquistato il sud dell'Italia, che hanno seguito il duca Guglielmo in Inghilterra e che hanno fornito gran parte dei soldati alla prima crociata.

L'immigrazione dalle campagne verso le nascenti citt e la costituzione di una nuova classe di mercanti e di artigiani, che ci si rivela all'incirca nella stessa epoca, sarebbero incomprensibili senza un aumento considerevole del numero degli abitanti. Questo aumento  ancor pi significativo a partire dal dodicesimo secolo, e continuer senza interruzioni sino alla fine del tredicesimo secolo.

Da tutto questo traggono origine due fenomeni essenziali: da una parte, il popolamento pi intenso delle regioni d'Europa pi anticamente abitate, dall'altra, la colonizzazione dei paesi slavi situati sulla riva destra dell'Elba e della Saale da parte di emigrati tedeschi. Infine, di pari passo con la crescente densit della popolazione e con la sua espansione verso altre regioni, si attua una profonda trasformazione della sua situazione economica e della sua condizione giuridica. Pi o meno rapidamente, secondo i paesi, ha inizio un'evoluzione che, malgrado la variet dei casi particolari, presenta nondimeno un comune orientamento in tutto l'Occidente.

I feudi cistercensi.

Si  visto in precedenza che l'organizzazione patriarcale dei latifondi era completamente estranea all'idea di profitto. Il suo funzionamento aveva come unico scopo il sostentamento del signore e della sua gente. Retta dalla consuetudine, che fissava immutabilmente diritti e obblighi di ciascuno, questa organizzazione era incapace di adattarsi alle nuove circostanze che si imponevano alla societ.

Non c' alcun esempio di feudatari che prendano l'iniziativa per istituire un legame tra il vecchio ordinamento e le trasformazioni ambientali.  del tutto palese che queste trasformazioni li sconcertano. Essi si lasciano trascinare dagli avvenimenti senza cercare di approfittare dei vantaggi che l'enorme capitale fondiario di cui dispongono potrebbe assicurare loro.  evidente che non dai signori, ma dai loro uomini hanno avuto origine i mutamenti che, gi a partire dalla prima met del dodicesimo secolo, rivelano nei paesi pi avanzati la decadenza del sistema signorile. Tuttavia, ci  vero soltanto per gli antichi feudi dell'aristocrazia laica, dei vescovi e dei monasteri benedettini fondati secondo i princpi che avevano dominato durante l'epoca carolingia. Le abbazie cistercensi fondate nell'undicesimo secolo, vale a dire in un'epoca in cui cominciano a manifestarsi i primi sintomi di rottura dell'equilibrio tradizionale, mostrano in compenso un'amministrazione economica di un genere fino ad allora sconosciuto. Poich nel periodo in cui queste abbazie fecero la loro comparsa tutte le terre coltivate erano gi occupate, esse si insediarono quasi sempre in terreni incolti e deserti, in mezzo ai boschi, alle brughiere e alle paludi. I loro benefattori furono prodighi nel cedere loro queste lande desolate, di cui i loro possedimenti abbondavano, e che d'altronde consentivano ai monaci di vivere del lavoro delle loro mani, come prevedeva la loro regola. A differenza dei monasteri benedettini, che in linea di massima erano stati colmati di terre coltivate e gi messe a frutto, i cistercensi si dedicarono fin dalle loro origini al dissodamento. Del resto, presero con s dei frati laici, o frati conversi, che li aiutavano in questo compito gravoso, e ai quali fu affidata la coltura delle grandi fattorie o grange, che costituiscono la novit della loro economia agricola. Queste grange comprendevano una superficie notevole, solitamente di due o trecento ettari; tale area, anzich essere suddivisa in mansi, era coltivata dai conversi sotto la vigilanza di un monaco (grangia-rius), oppure da uomini venuti da fuori e impiegati come braccianti agricoli.

La servit, che fino ad allora era stata la condizione normale dei contadini, non esiste quasi sulle terre cistercensi. Non vi sono pi tracce del lavoro per corv, n della pesante e maldestra sorveglianza dei villici di nomina ereditaria. Nulla  pi lontano dalle "riserve" degli antichi feudi delle belle fattorie dell'ordine di Citeaux, con la loro amministrazione centralizzata, la loro configurazione compatta, il loro sfruttamento razionale. Alle "terre nuove" che i monasteri coltivano fa dunque da contraltare la novit dell'organizzazione economica. Ci si trova qui in presenza di un sistema che ha saputo trarre profitto con grande acume dalla crescita della popolazione. Ha fatto ricorso a questa eccedenza di lavoratori che l'antica ripartizione delle terre non permetteva di occupare. Fra questi ultimi ha certamente reclutato i suoi frati conversi, il cui numero non cessa di crescere fino alla seconda met del tredicesimo secolo. L'abbazia di Dunes ne contava trentasei attorno al 1150 e duecentoquarantotto cento anni dopo. E, accanto ai conversi, si sviluppa in proporzioni analoghe la partecipazione del lavoro libero fornito dagli "ospiti". [[Sull'organizzazione dei feudi cistercensi, si veda per esempio Le polyptyque de l'abbaye de Villers (met del tredicesimo secolo), pubblicato da . DE MOREAU e J. B. GOETSTOUT, negli Analectes pour servir  l'histoire ecclsiastique de la Belgique, t. XXXII e XXXIII (1906, 1907).]]

Gli "ospiti".

Il termine "ospite" (hospes), che appare sempre pi frequentemente a partire dal dodicesimo secolo,  del tutto peculiare dell'innovazione che si compie allora in seno alla classe rurale. Come indica il nome stesso, per ospite bisogna intendere un nuovo venuto, un forestiero. Si tratta insomma di una specie di colono, di un immigrato in cerca di nuove terre da coltivare. Da dove proviene? Indubbiamente, sia dalla massa di quelle creature erranti che nella medesima epoca ha fornito - come si  visto in precedenza, i primi mercanti e i primi artigiani delle citt, sia dalla popolazione dominicale, alla cui condizione di servit si  sottratto. Infatti, la normale condizione dell'ospite  la libert. Con ogni probabilit, costui  quasi sempre figlio di genitori e a sfuggire cos alle persecuzioni del suo signore, chi potrebbe identificare la sua primitiva condizione giuridica? Dato che nessuno rivendica pi la sua persona, egli ormai dipende soltanto da se stesso.

I primi dissodamenti.

A questi stranieri, le terre vacanti si offrono sovrabbondanti. Immense "solitudini", foreste, brughiere, paludi, restano infatti al di fuori della propriet privata e dipendono solo dal potere giudiziario dei principi del luogo. Per stabilirvisi, basta una semplice autorizzazione. Perch mai rifiutarla, dal momento che i nuovi arrivati non ledono alcun diritto anteriore? Tutto concorre a indicare che, in molti casi, costoro si sono messi spontaneamente a dissodare, a debbiare e a prosciugare queste lande alla maniera dei coloni nei paesi nuovi. Fin dall'inizio del dodicesimo secolo, per esempio, immigrati di condizione libera si sono insediati nei vasti spazi della "foresta di Theux", che ricadeva sotto la giurisdizione del principe vescovo di Liegi, senza esservi stati chiamati da quest'ultimo. Prima di loro nessuno si era ancora inoltrato in quei deserti.  talmente certo che il popolamento di quella zona si deve all'opera di pionieri liberi che, sino alla fine dell'Ancien Rgime, la servit  rimasta sconosciuta in questa contrada, dove si  perpetuata la loro discendenza.

Le citt nuove.

Ovviamente, questo primitivo sistema di occupazione non poteva durare a lungo. I proprietari di tutte le terre vergini che esistevano al di fuori dei communia signorili non tardarono ad approfittare del vantaggio che offriva loro il costante aumento della manodopera disponibile. A quei feudatari non poteva non prospettarsi l'idea semplicissima di attirare in quelle terre nuovi ospiti e di farli insediare in qualit di tributari. Essi impiegarono insomma, mutatis mutandis, il metodo di popolamento di cui il Far West americano ha fornito tanti esempi nel corso del diciannovesimo secolo. Effettivamente, la somiglianza delle "citt nuove" dell'undicesimo e del dodicesimo secolo con le towns progettate in anticipo dagli imprenditori americani lungo una linea ferroviaria  sorprendente fin nei dettagli. In entrambi i casi, si cerca di attirare l'immigrato con le condizioni materiali e personali pi favorevoli, e al tempo stesso si ricorre alla pubblicit per allettarli. La carta della citt nuova da creare  promulgata in tutto il paese, cos come ai nostri giorni la stampa pubblica i pi mirabolanti manifesti sull'avvenire, sulle risorse e sul benessere della town in formazione.

Il termine "citt nuova" non  meno significativo di quello degli "ospiti" ai quali essa  destinata. Indica chiaramente che questa citt  fatta per dei nuovi venuti, per dei forestieri, per degli immigrati, insomma per dei coloni. Sotto questo aspetto, il contrasto con il feudo  quanto mai evidente. Ci  tanto pi notevole in quanto quasi sempre il fondatore della citt nuova  proprietario di una o pi signorie feudali. Ne conosce dunque l'organizzazione, eppure si astiene accuratamente dal riproporla. Per quale motivo, se non perch la considera inadeguata a rispondere ai desideri e ai bisogni degli uomini che si propone di attirare? In nessuna regione si osserva il minimo contatto tra i vecchi feudi e le giovani citt nuove, n il minimo sforzo per collegare queste ultime alle curtes dei primi o per sottometterle alla giurisdizione dei villici. In realt, non c' rapporto di filiazione fra queste due entit. Sono due mondi distinti.

Dal punto di vista agricolo, ci che caratterizza le citt nuove  innanzitutto il lavoro libero. Le loro carte di fondazione, il cui numero  cos cospicuo dall'inizio del dodicesimo secolo alla fine del tredicesimo, suscitano ovunque la medesima impressione. La servit personale vi  completamente ignorata. Per giunta, i servi che vi affluiranno dall'esterno saranno affrancati dopo un anno e un giorno di residenza, bench il fondatore esenti talvolta da questa regola i servi dei propri possedimenti, temendo di assistere allo spopolamento di questi ultimi a favore della citt nuova. Lo stesso avviene per le corv. Le corv, d'altronde, servono alla coltura della riserva signorile, e nel nuovo sito non esiste pi una siffatta riserva. Tutto il suolo  ricoperto dagli appezzamenti dei contadini e ogni contadino concentra tutto il suo lavoro sulla propria terra. Tutt'al pi, alla popolazione pu essere qua e l imposta qualche prestazione collettiva di lavoro, come per esempio, nella carta di Lorris (1155), l'obbligo di trasportare a Orlans, una volta all'anno, il vino del re.

Quanto ai vecchi diritti dominicali di manomorta, di prima scelta, di maritaggio, naturalmente non se ne parla pi. Sopravvive la "taglia", cos come l'obbligo del servizio militare, ma questi oneri hanno ormai assunto un carattere pubblico, e d'altronde il prelievo della prima e l'assolvimento del secondo sono limitati e regolamentati. Invece, non  scomparso il diritto di "banno" relativo al torchio o al mulino, ma non  certo un diritto che alteri la condizione delle persone, n il suo esercizio pu essere considerato uno sfruttamento. Chi mai avrebbe potuto costruire queste indispensabili attrezzature, se non il signore?

A questo punto,  importante osservare che il contadino della citt nuova, se da una parte si contrappone al contadino feudale, dall'altra si avvicina al borghese. Gli statuti che lo governano sono direttamente influenzati dal diritto urbano, al punto che l'appellativo di borghese  dato assai frequentemente agli abitanti delle citt nuove. Seguendo l'esempio dei borghesi, essi hanno in effetti ricevuto un'autonomia amministrativa commisurata ai loro bisogni. Il sindaco cui fanno capo non ha pi nulla del carattere dei villici preposti ai possedimenti feudali;  il custode degli interessi del villaggio, e spesso, come nelle numerose citt nuove affrancate grazie alla legge di Beau-mont-en-Argonne (1182), i contadini intervengono nella sua nomina. Peraltro, sempre secondo il modello urbano, le citt nuove sono dotate ciascuna di uno scabinato speciale, organo del loro diritto e tribunale dei loro abitanti. Cos, la nuova classe rurale ha finito per beneficiare dei progressi precedenti della borghesia.

Non  affatto vero, come si  talvolta creduto, che le citt siano sorte dai villaggi; al contrario, i villaggi liberi sono stati dotati del diritto municipale nella misura in cui era applicabile nel loro contesto.  anzi curioso constatare che nella maggior parte dei casi sono state le grandi citt, e non le citt di successiva formazione e semirurali, a diffondere il loro diritto nelle campagne. Nel Brabante, per esempio, i duchi hanno utilizzato il diritto di Lovanio nelle carte concesse nel 1160 a Baisy, nel 1216 a Dongelberg, nel 1222 a Wavre, nel 1228 a Courrires, nel 1251 a Merchtem. Alcune carte delle citt nuove si sono rivelate nella pratica cos eccellenti da conoscere una straordinaria diffusione. Quella di Lorris, a partire dal 1155,  stata conferita a 83 localit del Gtinais e dell'Orleanese; quella di Beaumont, a cominciare dal 1182, a pi di 500 villaggi e borghi della Champagne, della Borgogna e del Lussemburgo, quella di Prisches (1158) a una quantit di citt nuove dell'Hainault e del Vermandois. Similmente, quella di Breteuil in Normandia si  diffusa largamente, nel corso del dodicesimo secolo, in Inghilterra, nel Galles e perfino in Irlanda.

Evitiamo tuttavia di spingerci troppo avanti in questo paragone tra il contadino delle citt nuove e il borghese delle citt vere e proprie. La libert personale del primo trova infatti un limite nei diritti che il proprietario conserva ancora sulla terra del villaggio. L'ospite, in realt, ne pu godere in via ereditaria solo mediante il pagamento di un censo, ma la terra continua ad appartenere al signore, e dalla giurisdizione signorile dipendono tutte le questioni concernenti i terreni. Si potrebbe dire, con esattezza, che nelle citt nuove la piccola coltura coincide con la grande propriet che costituisce il substrato giuridico dell'edificio fondiario. Se non determina pi la condizione degli uomini, continua a determinare quella della terra. Indubbiamente, a lungo andare il possesso del contadino si affermer al punto di apparire esso stesso un'autentica propriet gravata di un semplice diritto ricognitivo a profitto del signore. Resta comunque vero che questa propriet dovr attendere la fine dell'Ancien Rgime per sbarazzarsi completamente dei legami che la ostacolano.

Le citt nuove sono soltanto una delle manifestazioni del grande lavoro di dissodamento che dalla fine dell'undicesimo secolo ha trasformato il suolo dell'Europa. Per di pi, con tutti i caratteri finora esposti, se ne trovano solo nel nord della Francia, tra la Loira e la Mosa. A sud della Loira, possono essere paragonate alle bastides, come queste dovute all'iniziativa dei principi o dei grandi feudatari. In Spagna, le poblaciones delle regioni riconquistate dai cristiani ai Musulmani presentano il carattere alquanto diverso di colonizzazioni di confini militari. Quanto all'Italia, tutto fa pensare che i progressi dell'agricoltura vi si siano compiuti soprattutto grazie all'aumento del numero degli abitanti nei vecchi ambiti agricoli risalenti all'antichit, di cui gli uomini riprendono possesso alla fine delle devastazioni saracene e delle guerre intestine del decimo secolo. Tuttavia, al di l delle sfumature locali, il fenomeno generale  ovunque lo stesso. Su tutta la superficie dell'ex Impero carolingio, la popolazione, cresciuta in densit, moltiplica il numero dei centri abitati, da cui il lavoro libero si spinge energicamente attraverso lande desolate alla conquista di nuovi campi da coltivare.

Lavori di arginamento.

Nei Paesi Bassi, il lavoro libero intraprende contemporaneamente la lotta contro le acque del mare e dei fiumi. Il sovrappopolamento, che qui si manifesta con particolare evidenza,  stato senza alcun dubbio la causa efficiente delle prime opere di prosciugamento. I documenti ci consentono di affermare che nel corso dell'undicesimo secolo la contea di Fiandra stenta ad assicurare il sostentamento dei suoi abitanti. Sappiamo, in effetti, che nel 1066 i Fiamminghi si arruolarono in gran numero nell'esercito di Guglielmo il Conquistatore e, a spedizione compiuta, rimasero in Inghilterra dove, per circa un secolo, continuarono a raggiungerli gruppi di loro compatrioti.
Un po' pi tardi, il paese fornisce alla prima crociata uno dei suoi eserciti pi numerosi. Sempre nella Fiandra i principi vicini reclutano quei mercenari che, sotto il nome di geldungi, di "coterelli", di "brabantini", svolgeranno nella storia militare dell'undicesimo e del dodicesimo secolo la stessa funzione che gli Svizzeri ebbero in quella del quattordicesimo secolo. [[H. PIRENNE, Histoire de Belgique, t. i, 5a ed., p. 156. Le regioni romanze vicine alle Fiandre appaiono ancora estremamente popolate nel dodicesimo secolo; da esse part un forte flusso migratorio verso la Slesia che raggiunse anche l'Ungheria. La citt di Esztergom a quanto pare deve a loro la sua origine. Nel dodicesimo secolo vi si trovava un vicus latinorum abitato soprattutto da gente proveniente dalla Lotaringia e dall'Artois. K. SCHNEMANN, Die Entstehung des Stdtewesens in Sdosteuropa (Breslavia 1929).]] In conclusione, la crescita cos straordinariamente rapida delle citt fiamminghe in quella stessa epoca presuppone per forza di cose un afflusso significativo della popolazione rurale verso i centri urbani. La stessa necessit di trovare nuovi mezzi di sussistenza deve aver provocato i pi antichi lavori di arginamento. I conti di Fiandra intervennero assai presto per incoraggiarli e sostenerli. Anche le zone paludose (meersen, bfoeken) e le terre alluvionali erano sotto il potere del principe, il quale non poteva non vedere di buon occhio che qualcuno le rendesse coltivabili. Sotto Baldovino v (1035-1067), i progressi compiuti erano ormai di tale rilievo da indurre l'arcivescovo di Reims a congratularsi con il conte per aver saputo trasformare regioni fino ad allora improduttive in terre fertili dove pascolavano numerose le greggi. Da quel momento, tutta la regione marittima  disseminata di "stalle" e di "ovili" (vaccariae, bercariae) e, alla fine del secolo, i loro proventi sono gi abbastanza considerevoli da essere oggetto di una vera e propria contabilit affidata a "notai".

Tutto ci basta a dimostrare che i conti non introdussero l'organizzazione dominicale nelle "terre nuove" della Fiandra marittima. Gli spazi da prosciugare o da arginare furono ceduti, come era avvenuto per i terreni all'interno del paese, agli "ospiti" che andarono a stabilirvisi. Il loro stato, ancora una volta come nelle citt nuove, fu quello di uomini liberi, obbligati semplicemente al pagamento di canoni in denaro o in natura. Ma le particolari condizioni che la lotta contro il mare esigeva imposero a questi uomini una collaborazione assai pi stretta di quella dei contadini della terraferma. Bench le associazioni di wateringues, vale a dire i raggruppamenti obbligatori costituiti per la regolamentazione del regime delle acque e la manutenzione delle dighe nell'ambito di uno stesso distretto marittimo, non appaiano ancora nei testi delle origini, non c' dubbio che esse siano esistite fin dall'inizio. Nel dodicesimo secolo troviamo un po' ovunque, nell'estuario della Schelda e lungo le coste del Mare del Nord, i polders, termine che sta a indicare le terre alluvionali arginate e definitivamente strappate al mare. In quella stessa epoca, le abbazie hanno seguito l'esempio del conte e si sono energicamente dedicate al prosciugamento delle acque nelle zone paludose dei loro possedimenti. Fra esse, quelle dell'ordine cistercense si distinguono in prima fila. Nel solo territorio di Hulst, attorno alla met del tredicesimo secolo, l'abbazia di Dunes possedeva 5000 misure di terra arginata e 2400 di terra non arginata (rispettivamente circa 2200 e 1100 ettari).

Coloni fiamminghi in Germania

A nord della Fiandra, le contee di Zelanda e d'Olanda davano prova della medesima attivit. In mancanza di documenti, non possiamo conoscerne i particolari. Ma i risultati ottenuti e la fama acquisita non lasciano dubbi sui loro progressi. Infatti, la notoriet degli abitanti dei Paesi Bassi come costruttori di dighe era tale che i principi tedeschi li indussero, dall'inizio del dodicesimo secolo, a bonificare le rive dell'Elba inferiore; da qui essi non tardarono a penetrare nel Brandeburgo e nel Meclemburgo, dove la configurazione del suolo conserva in parte ancora ai nostri giorni le tracce delle loro opere. I principi che li avevano chiamati li lasciarono naturalmente in possesso della libert personale e cedettero loro la terra a condizioni analoghe a quelle in vigore nella loro patria. Sotto il nome di flmisches Rechi si design il diritto che quei fiamminghi portarono con s e che rivel alla Germania l'esistenza della classe di contadini liberi che costoro rappresentavano con tanta energia. A partire da quell'epoca, la concessione del flmisches Rechi equivalse, per la popolazione rurale, all'affrancamento.

La colonizzazione tedesca al di l dell'Elba

Coloni fiamminghi penetrarono anche in Turingia, in Sassonia, nella Lusazia e fino in Boemia. Essi possono essere dunque considerati i precursori della possente espansione coloniale che la Germania diresse verso i territori situati sulla riva destra dell'Elba e della Saale. I duchi di Sassonia e i margravi di Brandeburgo, scacciando e massacrando la popolazione slava di quelle regioni, le aprirono all'occupazione tedesca. Del resto,  sicuro che questa occupazione non avrebbe potuto assumere n l'estensione n il vigore che la caratterizzarono se, fin da quell'epoca, il suolo della madre patria non fosse stato troppo angusto per i suoi abitanti. Dalla Sassonia e dalla Turingia partirono i contadini che si stabilirono tra l'Elba e la Saale; presto li seguirono gli abitanti della Westfalia e insieme a loro si riversarono nel Meclemburgo, nel Brandeburgo e nella Lusazia. Gi alla fine del dodicesimo secolo, il Meclemburgo era completamente colonizzato; il Brandeburgo lo fu nel secolo successivo. Tocc poi all'Ordine teutonico imprimere con le armi, dopo il 1230, una nuova spinta all'avanzata tedesca nella Prussia orientale, nella Livonia e nella Lettonia, portandone la punta estrema fino al golfo di Finlandia. Intanto, Bavari e Renani avanzavano a loro volta verso la Boemia, la Moravia, la Slesia, il Tirolo, fino ai confini dell'Ungheria, sovrapponendosi o giustapponendosi agli antichi abitanti slavi di quelle contrade.

Il movimento fu diretto con un'abilit pari all'energia profusa. I principi dividevano le terre conquistate fra locatores, veri e propri funzionari colonizzatori incaricati di guidare gli uomini e di ripartire fra loro le terre. I monasteri cistercensi ebbero vaste donazioni in questi spazi sottratti ai "barbari" e vi insediarono subito le loro fattorie e le loro grange. La condizione degli abitanti fu pressappoco identica a quella che, nel nord della Francia, caratterizzava gli "ospiti" delle citt nuove. Gli immigrati della Germania coloniale non erano forse loro stessi, anzi, soprattutto loro degli ospiti su quel suolo straniero, dove si sostituivano agli Slavi? Lo ricevettero a titolo ereditario, mediante un modico censo, e furono gratificati della libert personale, del resto indispensabile in ogni terra di colonizzazione. Cos, la nuova Germania non si contrappose alla vecchia Germania solo per la ripartizione della terra, ma anche per la condizione dei suoi abitanti.

Influenza delle citt sulla situazione delle campagne

La profonda trasformazione delle classi rurali nel corso del dodicesimo e del tredicesimo secolo non fu conseguenza soltanto della crescente densit della popolazione. Essa fu dovuta in gran parte anche alla rinascita del commercio e alla fioritura delle citt. L'antica organizzazione feudale, fatta per un'epoca in cui l'assenza di sbocchi commerciali riduceva i prodotti della terra al consumo locale, era destinata necessariamente a crollare quando mercati permanenti avessero assicurato loro uno smercio regolare. Fu proprio ci che accadde dal giorno in cui le citt cominciarono, per cos dire, a risucchiare la produzione delle campagne che garantiva il loro sostentamento.  assolutamente erroneo immaginare i primi agglomerati urbani come centri abitativi semirurali e in grado di provvedere autonomamente alla propria alimentazione. All'inizio, e questo carattere  stato sempre conservato nei centri pi importanti, la borghesia appare come una classe di mercanti e di artigiani. Volendo usare un'espressione dei fisiocrati del diciottesimo secolo, essa  dunque una classe sterile, poich non produce niente che possa servire direttamente alla propria sopravvivenza materiale. La sua esistenza giornaliera, il suo pane quotidiano dipendono dunque dai contadini che la circondano. Finora essi avevano lavorato i campi e raccolto soltanto per se stessi e per il loro signore. Eccoli invece sollecitati, e sollecitati in misura crescente di pari passo col numero e l'importanza delle citt, a produrre un sovrappi, un'eccedenza per il consumo dei borghesi. Il grano esce dai granai. Entra a sua volta in circolazione, sia che lo stesso contadino lo trasporti verso la citt vicina, sia che lo venda sul posto ai mercanti che poi lo commerciano.

I progressi della circolazione monetaria e le loro conseguenze.

Insieme alla mobilit dei beni della terra si manifesta necessariamente un progresso della circolazione monetaria nelle campagne. Parlo di progresso e non di inizio, perch sarebbe totalmente errato credere, come fin troppo spesso si  fatto, che i primi secoli del Medioevo, ossia i secoli successivi all'ottavo, siano stati un'epoca di scambi in natura e non in denaro. Per essere esatti, quella che viene chiamata economia naturale (Naturalwirtschaft) non vi regn mai in modo esclusivo. Indubbiamente, i canoni dovuti al signore dalla familia feudale si pagavano generalmente con i prodotti della terra. Non c' nulla di pi spiegabile e di pi pratico in un sistema in cui questi canoni avevano come unica destinazione l'alimentazione del proprietario; ma non appena il raccolto diviene oggetto di scambio, il suo prezzo  espresso e quindi pagato in denaro contante. Era cos gi nel commercio intermittente cui bisognava ricorrere in tempo di carestia. Non risulta che si sia mai barattato il grano di cui si aveva bisogno, invece di comprarlo in moneta contante. Del resto, basta aprire i capitolari carolingi per convincersi dell'uso regolare della moneta nelle transazioni minute effettuate per denaratas nei piccoli mercati del tempo. Invero questo uso fu assai ristretto, ma non certo sconosciuto; l'organizzazione economica dell'epoca lo riduceva a ben poca cosa perch era incompatibile con un'autentica attivit commerciale. Ma non appena questa attivit ridivenne normale e regolare, la circolazione monetaria, che non era mai scomparsa, progred di pari passo con i traffici. Le prestazioni in natura non scomparvero - non sono scomparse in nessuna epoca, neanche nella nostra - ma il loro impiego divenne pi limitato, perch la loro utilit diminu, in una societ in cui gli scambi andavano moltiplicandosi. Ci che avvenne non fu dunque la sostituzione di un'economia naturale con un'economia monetaria (Geldwirtschaft), ma molto semplicemente il fatto che il denaro riprese gradualmente la sua funzione di misura dei valori e strumento di scambio. [[H. VAN WERVEKE, Monnaie, lingots ou marchandises? Les instruments d'change aux XIe et XIIe sicles, in "Annales d'histoire conomique et sociale", 1932, p. 452.]]

La moneta contante aument come conseguenza diretta della generalizzazione del suo impiego. La moneta in circolazione nel dodicesimo e nel tredicesimo secolo fu infinitamente superiore a quanto fosse stata dal nono alla fine dell'undicesimo secolo. Ne risult un rialzo dei prezzi che, naturalmente, torn ovunque a vantaggio dei produttori. Ora, questo aumento dei prezzi and di pari passo con l'affermarsi di un genere di vita in cui le esigenze si facevano pi costose. Ovunque il commercio si diffondesse, faceva nascere il desiderio dei nuovi oggetti di consumo che introduceva.

Come sempre accade, l'aristocrazia volle circondarsi del lusso, o quanto meno delle comodit che si addicevano al suo rango. Se si paragona per esempio l'esistenza di un cavaliere dell'undicesimo secolo a quella di un cavaliere del dodicesimo secolo, ci si rende subito conto di quanto siano cresciute in un secolo le spese necessarie per l'alimentazione, l'abbigliamento, la mobilia e soprattutto l'armamento. Passi ancora se le rendite avessero manifestato un incremento analogo. Ma in quella classe di proprietari terrieri che era la nobilt, queste rendite restavano, in piena crisi di carovita, quelle che erano un tempo. Fissati dalla consuetudine, i canoni che gravavano sulla terra erano immutabili. Non c' dubbio che i proprietari ricevessero dai loro uomini di che continuare a vivere come si era sempre vissuto fino ad allora, ma non come si auguravano ora di fare. Erano vittime di un sistema economico obsoleto che impediva loro di ricavare dal capitale fondiario una rendita proporzionale al suo valore. La tradizione vietava loro la possibilit e perfino l'idea di aumentare le prestazioni dei tributari o le corv dei servi, imposte consacrate da un uso secolare e divenute diritti ai quali non si poteva attentare senza provocare le pi pericolose ripercussioni economiche e sociali.

Trasformazione dell'organizzazione dominicale

Incapaci tanto di resistere ai loro nuovi bisogni, quanto di trovare il modo di soddisfarli, un gran numero di nobili finirono, prima per indebitarsi, poi per rovinarsi. Alla met del tredicesimo secolo, Thomas de Campitr riferisce che, nella sua parrocchia natale, il numero dei cavalieri  passato dalla sessantina che erano ancora alla fine del secolo precedente, a uno o due. [[THOMAS DE CAMPITR, Bonum Universale de apibus, n, 49, p. 466 dell'edizione di Douai del 1605.]] E non c' dubbio che questo evento locale sia la conferma di un fenomeno generale. La stessa Chiesa non ne usc indenne. L'arcivescovo di Rouen, Eudes Rigaud, descrive nella stessa epoca la situazione della maggior parte dei piccoli monasteri della sua diocesi come singolarmente difficoltosa. [[Journal des visites pastorales d'Eudes Rigaud, archevque de Rouen (1248-1269), a cura di Th. Bonnin (Rouen, 1852).]]

Evidentemente, i grandi proprietari laici ed ecclesiastici resistettero meglio alla crisi, anche se a prezzo di una rottura pi o meno completa con l'organizzazione dominicale tradizionale. Troppo inveterata per potersi trasformare, essa poteva almeno essere resa meno costosa e permettere in parte un rendimento pi remunerativo. Molte sue istituzioni, dopo l'avvento della nuova stagione commerciale, erano divenute inutili superfetazioni. Che bisogno c'era ancora di quegli opifici domestici (ginecei) che, nella sede di ogni "corte" importante, immobilizzavano varie decine di servi per fabbricare, assai peggio degli artigiani della vicina citt, le stoffe e gli utensili agricoli?

Si lasci che scomparissero quasi ovunque, nel corso del dodicesimo secolo. E la stessa ragione indusse a vendere i lontani possedimenti che i monasteri senza vigneti possedevano nelle regioni vinicole. [[Nel 1264, l'abate di Saint-Trond vende al monastero di Himmerode i suoi vigneti di Pommeren e di Briedel sulla Mosella. Si vedano i testi relativi a questo caso in LAMPRECHT, Deutsches Wirtschaftsleben, t. III, p. 24 sgg.]] Dal momento che il vino poteva essere comprato sul mercato, perch continuare a rifornirsene sulle proprie stesse terre, affrontando enormi spese? Quanto alla riserva signorile, era raccomandabile trasformarne in mansi la maggior parte possibile, dato che il suo rendimento mediante corv era scarsamente produttivo, ed era preferibile distribuire le terre dietro pagamento di canoni in denaro piuttosto che accumularne i raccolti, a rischio di vederli andare in malora o bruciati in qualche incendio.

Evidentemente, l'obiettivo che si propongono gli "amministratori" pi astuti  di aumentare il pi possibile i loro proventi in denaro contante. Ci li induce naturalmente alla soppressione o all'attenuazione della servit. Affrancare un uomo per un controvalore monetario  doppiamente un buon affare: in primo luogo perch il servo paga per la propria libert, e poi perch, se il signore rinuncia alla propriet della persona del suo servo, quest'ultimo non rinuncia a coltivare il suo podere. Se lo vuole, potr conservarlo, ma a condizioni pi vantaggiose per il signore; se preferisce andarsene, non ci sar nulla di pi facile che sostituirlo con un altro colono. Tuttavia, per numerosi che siano stati nel corso del dodicesimo secolo, gli affrancamenti, come  noto, non hanno posto fine all'esistenza della classe servile. Ma quest'ultima, pur sopravvivendo, ha perduto molto della sua primitiva natura. Ai contadini  stato concesso di riscattare col denaro le corv e le prestazioni di ogni sorta che gravavano sulla loro persona. Se i vecchi termini di manomorta, prima scelta, diritti matrimoniali [[L'autore si riferisce ai diritti che il signore percepiva sui matrimoni che i servi contraevano fuori del feudo o con persona di diversa condizione sociale (n.d.t.)]] si sono conservati talvolta sino alla fine dell'Ancien Rgime, le realt che designano si sono alquanto svuotate. Anche se continuano a esistere, le corv sono ormai servizi piuttosto leggeri a paragone degli obblighi che comportavano un tempo. I signori non sono scomparsi in alcuna regione, ma ovunque il loro dominio sugli uomini si  attenuato; del loro antico carattere patriarcale resta ben poco.

Pi l'evoluzione si accentua, pi il grande proprietario tende ad avvicinarsi alla situazione di un possidente terriero, di un landlord.

La maggior parte dei contadini affrancati si  trasformata in fittavoli ai quali la terra  stata ceduta mediante un censo quasi sempre ereditario. Tuttavia, nel corso del tredicesimo secolo, nelle regioni pi progredite si propaga la forma dell'affitto agricolo a tempo determinato. Molte antiche "corti" sono affittate a ricchi lavoratori. Eudes Rigaud consiglia agli abati della sua diocesi di affittare le loro terre il pi spesso possibile. [[Si veda il suo Journal, gi citato nella precedente nota 12. Nel 1268, l'arcivescovo consiglia a un abate "quod quarti melius posset, maneria adfirmam traderet" (p. 607). Lui stesso concede in affitto parecchi possedimenti per due, tre o quattro anni a borghesi o a chierici. Ivi, p. 766 sgg.]] Nel Sud, per esempio nel Rossiglione, i fitti fondiari da due a sei anni sono di uso corrente. Oltre a questi ultimi, erano largamente praticati anche i fitti a mezzadria o a compartecipazione. [[J.-A. BRUTAILS, tude sur la condition des populations rurales du Roussillon au MoyenAge, p. 117 sgg.]]

Influenza del commercio sulle campagne

 estremamente importante rilevare che l'attenuazione del regime signorile  stata proporzionale allo sviluppo del commercio. In altri termini,  stata molto pi rapida nei paesi in cui esistevano grandi citt e un traffico intenso, come la Lombardia, la Toscana, il nord della Francia, la Fiandra o le rive del Reno, piuttosto che nella Germania centrale o in Inghilterra. Soltanto alla fine del tredicesimo secolo il sistema dei manors comincia a modificarsi in quest'ultimo paese, mentre gi dalla met del dodicesimo i sintomi del suo disfacimento si moltiplicano nella regione fiamminga. Qui, secondo ogni apparenza, il progresso economico ha provocato, in modo pi completo che altrove, l'eclissi della servit. Nel 1335, gli scabini di Ypres potranno scrivere: "ormai non abbiamo pi persone di condizione servile, di manomorta o di qualunque altro regime". [[BEUGNOT, Les Olim., t. II, p. 770.]]

Inoltre, l'influenza crescente del commercio, quanto meno lungo le grandi vie di transito e nell'entroterra dei porti, ha avuto come risultato di dividere le colture in funzione della natura del suolo e del clima. Fintantoch la circolazione era stata nulla o insignificante, ci si era dovuti arrangiare, facendo produrre a ciascun feudo la maggior variet possibile di cereali, dato che non si era in condizione di procurarseli sul mercato. A partire dal dodicesimo secolo, al contrario, il progresso dei commerci promuove una razionalizzazione dell'economia. Ovunque si possa contare sull'esportazione, si chiede a ciascun terreno ci che  adatto a fornire con la minima spesa o con una qualit superiore. A partire dal dodicesimo secolo, le abbazie cistercensi dell'Inghilterra si specializzano nella produzione della lana; il guado, una sorta di indaco del Medioevo,  coltivato nel sud della Francia, in Piccardia, nella Bassa Normandia, in Turingia, in Toscana; la vite si espande, soprattutto a danno del grano, in tutte le regioni dove fornisce un vino generoso, abbondante e di facile trasporto. Salimbene ha giustamente osservato che, se i campagnoli della valle d'Auxerre "non seminano e non mietono",  perch il loro fiume porta fino a Parigi il loro vino, che vi si vende "nobilmente". [[M. BLOCH, Les caractres originaux de l'histoire rurale franaise, cit., p. 23.]] D'altro canto, il Bordolese rappresenta l'esempio certamente pi tipico di una regione in cui  stato il commercio a determinare le colture. Attraverso l'estuario della Gironda e La Rochelle, i suoi vini si esportano in quantit sempre crescenti verso le coste dell'Atlantico, in Inghilterra, nel bacino del Mare del Nord e in quello del Baltico. Alla fine del dodicesimo secolo, gi si diffondono dal porto di Bruges fino a Liegi, dove fanno la concorrenza a quelli del Reno e della Mosella. All'altro capo dell'Europa, la Prussia si consacra da parte sua alla coltura del grano, che i battelli della Hansa trasportano in tutti i porti dell'Europa settentrionale.

Progressi nella mobilit della terra

Per concludere,  opportuno constatare che la crescente intensificazione dell'attivit economica conferisce alla terra una mobilit che sconvolge la sua tradizionale divisione. La primitiva uguaglianza dei mansi e degli Hufen fa posto a poco a poco a propriet rurali di estensione variabile, che sono composte da appezzamenti acquisiti da uno stesso colono e costituiscono un'unica coltivazione. Ora che il contadino trova nella vicina citt un mercato per le sue derrate, comincia a conoscere il piacere del risparmio, come pure quello del guadagno, e per i risparmi non c' miglior impiego dell'acquisto di nuova terra. Ma questa terra  ricercata anche dalla borghesia. Essa assicura ai ricchi mercanti delle citt il miglior investimento per i proventi del loro commercio. Nel tredicesimo secolo, un gran numero di borghesi comprano terre sottoposte a censo nelle campagne. Nella Fiandra, i capitalisti partecipano alle opere di prosciugamento dei polders. In Italia, i banchieri senesi e fiorentini diventano acquirenti di signorie e, nel quattordicesimo secolo, i soci che curano i loro affari in Francia, in Inghilterra e nella Fiandra vi manifestano un appetito di terre non inferiore.

Non dobbiamo tuttavia abbandonarci a un'eccessiva generalizzazione di fenomeni tipici solo delle rare regioni in cui il capitalismo  riuscito a svilupparsi con tutte le conseguenze che gli sono proprie. In realt, la trasformazione dell'organizzazione agricola e della condizione delle classi rurali  stata assai lenta in tutte le parti dell'Europa che restavano al di fuori delle grandi vie commerciali. Del resto, anche nei luoghi in cui i progressi sono stati pi rapidi, l'impronta del passato resta profonda. Le superfici coltivate raggiungono un'estensione a quanto pare sconosciuta a ogni altra epoca anteriore, ma questa estensione  infinitamente lontana da quella che ricopriranno ai nostri giorni. I metodi di coltura sembrano essere rimasti stazionari: l'uso dei "fertilizzanti" era conosciuto a stento in qualche regione privilegiata; ovunque si resta fedeli ai metodi tradizionali di rotazione. Nonostante l'attenuazione della servit, il contadino resta nondimeno sottomesso alla giurisdizione signorile, alla decima, ai diritti di banno e a tutti gli abusi di potere contro i quali le autorit pubbliche non lo proteggono o lo proteggono insufficientemente. Tutto considerato, la massa rurale, che per numero costituisce la stragrande maggioranza della popolazione, ha ancora una parte puramente passiva. Nella gerarchia sociale non c' posto per il contadino.

[[Bibliografia: oltre alle opere citate nella nota 1 del presente capitolo, si veda: ED. BONVALOT, Le tiers tat d'aprs la charte de Beaumont et ses filiales (Parigi 1884); M. PROU, Les coutumes de Lorris et leur propagation au XIIe et au XIIIe sicle, in "Nouv. Rev. Hist. du droit francais", t. VIII, 1884; L. VANDERKINDERE, La loi de Prisches, in Mlanges P. Fredericq (Bruxelles 1904); M. BATESON, The laws of Breteul, in "English hist. review", t. XV, 1900; F. goblet d'alviella, Histoire des bois et forts en Belgique, t. I (Bruxelles 1927); A. SCHWAPPACH, Grundriss des Forst und Jagdwesens Deutschlands (Berlino 1892); E. DE BORCHGRAVE, Histoire des colonies belges qui s'tablirent en Allemagne pendant le XIIe et le XIIIe sicle ("Mm. Acad. de Belgique", Bruxelles 1865); R. SCHOREDER, Die Niederlndischen Kolonien im Norddeutschland zur Zeit des Mittelalters (Berlino 1880); E. O. SCHULZE, Niederlandische Siclelungen in den Marschen an der unteren Weser und Elbe im XII un XIII Jahrhundert (Hannover 1889).]]

IV. Il movimento commerciale sino alla fine del tredicesimo secolo

I. LA CIRCOLAZIONE

I pedaggi

La vitalit commerciale del Medioevo appare ancora pi notevole se si pensa alle difficolt che in quell'epoca si opponevano alla circolazione degli uomini e delle cose.  difficile immaginare qualcosa di pi deplorevole dello stato della viabilit dopo il nono secolo. Anche le ultime vestigia della mirabile rete viaria dell'Impero romano erano definitivamente scomparse. Eppure, i pedaggi che sarebbero dovuti servire alla sua manutenzione non solo non erano scomparsi, ma se ne erano creati un'infinit di nuovi, che avevano finito per confondersi con i primi sotto l'antico nome di teloneo (teloneum). Si trattava ormai di sopravvivenze sterili e vessatorie di un'imposta completamente sviata dalla sua antica destinazione pubblica. Il teloneo del Medioevo, usurpato dai principi territoriali,  diventato un semplice diritto fiscale che grava brutalmente sul transito. Neanche un soldo dei suoi proventi  devoluto al rifacimento delle strade o alla ricostruzione dei ponti. Grava sul commercio come i diritti signorili gravano sulla terra. Il mercante che lo paga lo considera una vera e propria "estorsione", un "pessimo costume", un ingiusto prelievo sui suoi averi, insomma un abuso; effettivamente non  altro. Non c'era ostacolo pi fastidioso e al tempo stesso pi generalizzato alla circolazione.

Non  dunque difficile comprendere che una delle prime rivendicazioni delle citt nascenti sia stata quella di reclamarne l'abolizione a favore dei borghesi, sia parziale, sia estesa su tutta la regione sotto la giurisdizione del loro principe, come tante abbazie, prima di loro, l'avevano ottenuta dalla piet dei principi. A partire dal dodicesimo secolo, i comuni pi ricchi riusciranno ad acquisire il privilegio dell'esenzione del teloneo anche nei paesi stranieri frequentati dai loro mercanti. [[Nel 1127, i borghesi di Saint-Omer ottengono da Guglielmo di Normandia la promessa di adoperarsi presso il re d'Inghilterra per far loro ottenere l'esenzione in quel paese. Nella stessa epoca, la cronaca di Gualberto di Bruges ci consente di conoscere l'importanza che le citt attribuivano all'abolizione del teloneo.]] Tuttavia, per quanto numerose siano state tali remissioni, i pedaggi non hanno cessato di intralciare tutte le vie di transito. Alla fine del quattordicesimo secolo, ce n'erano ancora 64 sul Reno, 35 sull'Elba, 77 sul Danubio, soltanto nel tratto che attraversa la Bassa Austria. [[KULISCHER, Allgemeine Wirtschaftsgeschichte des Mittelalters und der Neuzeit, cit., t. I, p. 301. Nel 1271, si contano 22 pedaggi sulla Scarpe e sulla Schelda, tra Douai e Rupelmonde. Warnkoeniggheldof, Histoire de la Fiandre et de ses institutions, t. 11, p. 460 sgg.]]

Stato della rete viaria

Lo sfruttamento fiscale si aggiungeva dunque al pessimo stato delle strade nel rallentare e nell'intralciare il transito. In inverno, doveva essere quasi impossibile circolare in mezzo alle buche dei sentieri piene d'acqua e di fango. La cura delle strade era lasciata ai confinanti o a chi aveva interesse al loro mantenimento. Non risulta che le autorit pubbliche della Lombardia si siano impegnate a migliorare i passi alpini, cos essenziali per le comunicazioni dell'Italia con l'Europa del Nord. I progressi che vi si sono compiuti devono essere attribuiti, a quanto pare, soltanto all'iniziativa dei viaggiatori, dei pellegrini e dei commercianti. Ai passi del Moncenisio, del Brennero, di Settimo e del San Bernardo, quelli pi anticamente frequentati, si aggiunse all'inizio del tredicesimo secolo quello del San Gottardo. Un anonimo inventore vi gett il primo ponte sospeso di cui si conosca l'esistenza, certamente a spese degli utenti, e apr cos la via pi diretta tra Milano e le valli del Reno e del Danubio. Insomma, soltanto nel regno di Napoli, dove la monarchia assolutista degli Hohenstaufen e degli Angioini aveva tratto profitto dall'esempio dell'Impero bizantino e della Sicilia musulmana, si vede l'amministrazione pubblica prendere qualche misura per migliorare le condizioni delle strade principali [[G. YVER. Le commerce et les marchands dans l'Italie meridionale, p. 70.]]. In Francia, la monarchia, anche nei dintorni della capitale, ne lascia il compito a chi se ne serve. Nel 1332 i cittadini di Gand furono costretti a riparare a proprie spese la strada di Senlis per accelerare le loro spedizioni di merci verso Parigi. [[Cartulaire de la ville de Gand. Comptes de la ville et des baillis, a cura di J. Vuylsteke, p. 801 (Gand 1900).]]

La costruzione dei ponti suscit pi interesse del mantenimento delle strade. Senza i ponti, infatti, i grandi fiumi avrebbero costituito ostacoli davvero troppo seri. Bisogna d'altronde osservare che tutti quelli che ebbero una reale importanza, e conseguentemente comportarono spese considerevoli, furono edificati nelle citt e indubbiamente, in gran parte, a spese dei borghesi. Ne sono un esempio quelli di Maastricht, di Liegi, di Huy, di Namur e di Dinant sulla Mosa, di Parigi e di Rouen sulla Senna, di Avignone sul Rodano, di Londra sul Tamigi ecc.

Mezzi di trasporto

I mezzi di trasporto dovettero naturalmente adeguarsi alla precaria condizione delle strade. Per la circolazione ci si serviva spesso di carri leggeri a due ruote, ma la stragrande maggioranza delle spedizioni era fatta a dorso di cavallo. Per far transitare nelle strade del tempo merci pesanti, era indispensabile suddividere il carico complessivo in un gran numero di veicoli o animali. Certamente i pesanti carri a quattro ruote, su strade non pavimentate, dovettero avere un impiego quanto mai ridotto. Il perfezionamento dei sistemi di attacco avvenuto nel decimo secolo non pot essere sfruttato in tutte le sue potenzialit, proprio a causa dell'estrema imperfezione dei mezzi di comunicazione. [[Sulle insufficienze della trazione animale prima del decimo secolo, si veda lefebvredes NOEttes, L'attelage et le cheval de selle  travers les ges (Parigi 1931).]]

Fiumi e canali

L'insufficienza della viabilit terrestre fece dei corsi d'acqua le vie commerciali per eccellenza, quantunque le siccit estive, il gelo invernale, le piene primaverili o autunnali ne impedissero spesso la navigazione. Ciononostante, i corsi d'acqua sono stati il grande strumento degli scambi e il miglior veicolo per i trasporti. Non si sono lesinate spese pur di compiere quei lavori che potevano migliorarne il regime. Nei siti pi favorevoli sono state costruite dighe, banchine e imbarcaderi. Nella pianura fiamminga, dove le acque interne scorrono con estrema lentezza, fu possibile scavare assai presto canali alimentati dai fiumi per farli comunicare gli uni con gli altri. I pi antichi vaarten risalgono al dodicesimo secolo, ma nel corso del tredicesimo secolo il loro numero  cresciuto in misura tale da costituire una dimostrazione sufficiente dell'attivit commerciale della regione. Il livello delle acque era mantenuto all'altezza necessaria da sbarramenti di travi scaglionati a distanze opportune. Le imbarcazioni li oltrepassavano grazie a piani inclinati sui quali scivolavano da un tronco a quello seguente della chiusa, con l'aiuto di corde tirate da un argano. Questo complesso di impianti si chiamava overdrag. Le spese necessarie per la costruzione dei canali erano sostenute ora dalle citt, ora da gruppi di mercanti. Tasse di natura assai diversa dal teloneo signorile erano riscosse sulla navigazione, e i loro gettiti erano devoluti all'ammortamento delle spese di impianto e alle spese di manutenzione. [[H. PIRENNE, Les Overdraghes et le portes d'eau en Fiandre au tredicesimo sicle, in Essays in medieval history presented to Thomas Frederick Tout (Manchester 1925).]]

La navigazione

Il traffico marittimo aveva naturalmente un'importanza ancora maggiore del traffico fluviale. Fino al quattordicesimo secolo nel Mediterraneo, fino al quindicesimo  nei mari del Nord, vale a dire fino al momento in cui si diffuse l'uso della bussola, alle navi si impose il cabotaggio lungo le coste. Tranne che per brevissimi viaggi, navigavano tutte di conserva, spesso scortate da navi da guerra, precauzione indispensabile in un'epoca in cui la pirateria era cos comune che i mercanti stessi, quando se ne presentava l'occasione, non esitavano a dedicarvisi. La stazza delle imbarcazioni variava da 200 a 600 tonnellate. [[A proposito delle navi del Mediterraneo, si veda BYRNE, Genoese shipping in thetwelfth and thirteenth century, cit., p. 9 sgg. Dalle sue ricerche si evince che la loro capienza era molto maggiore di quanto si fosse creduto in precedenza. Parecchie navi potevano trasportare da 1000 a 1100 passeggeri.]] Nel Mediterraneo si impiegava soprattutto la galera a remi e vele. La nave francese e la cogge del Mare del Nord e del Baltico erano semplici velieri, con alte murate e dalle chiglie affusolate. Il perfezionamento del timone all'inizio del tredicesimo secolo miglior le qualit nautiche di tutte queste imbarcazioni, che tuttavia non si arrischiavano per mare con i venti invernali. Fino all'inizio del quattordicesimo secolo, le navi delle citt italiane si avventurarono solo eccezionalmente oltre lo stretto di Gibilterra. Ma Venezia e Genova organizzarono attorno al 1314 flotte dirette in Francia e in Inghilterra. [[A.SCHAUBE, Die Anfdnge der venezianischen Galeerenfahrten nach der Nordsee, in "Historische Zeitschrift", t. CI (1908).]] Quanto alle navi della Hansa che, dal dodicesimo secolo in poi, si sostituirono all'antica navigazione scandinava nelle acque settentrionali, non si spingevano quasi mai pi a sud del golfo di Guascogna, dove andavano ad approvvigionarsi di sale nella baia di Bourgneuf e di vino a La Rochelle.

L'installazione dei porti necessitava di rimesse, di gru e di alleggi per lo scarico delle navi. Quello di Venezia nel Sud e di Bruges nel Nord passavano per i pi sicuri e i meglio attrezzati d'Europa.

Le torri delle chiese, i campanili e i torrioni indicavano in prossimit della terraferma i passaggi navigabili. Talvolta, fuochi accesi alla loro sommit fungevano da fari. Il pi delle volte le imbarcazioni, dopo lo scarico, erano tirate in secco per il carenaggio.

Assenza di protezionismo

Per quanto fosse intralciata dal pullulare dei telonei interni, in compenso la circolazione non trovava alcun ostacolo alle frontiere politiche. Soltanto nel quindicesimo secolo cominciano ad annunciarsi i prodromi del protezionismo. Prima di allora, non si coglie alcuna velleit di favorire il commercio nazionale mettendolo al riparo dalla concorrenza straniera. Sotto questo aspetto, la concezione internazionalista, che caratterizza la civilt medievale fino a tutto il tredicesimo secolo, si  manifestata in modo particolarmente netto nella condotta degli Stati. Nessuno di loro ha cercato di imporsi sull'attivit commerciale. Sarebbe vano cercare le tracce di una politica economica degna di questo nome.

Atteggiamento dei principi nei confronti del commercio.

Tuttavia, le relazioni tra i vari sovrani non hanno mancato di avere una costante ripercussione in campo economico. In tempo di guerra, i mercanti del nemico vengono arrestati, i loro averi confiscati, le loro navi sequestrate. La proibizione del commercio  uno strumento di pressione cui si  fatto ricorso per condizionare l'avversario.  noto che, nel corso del tredicesimo e del quattordicesimo secolo, i re d'Inghilterra, nei loro conflitti con la Fiandra, bloccavano l'esportazione di lana verso quel paese, allo scopo di provocare una crisi industriale che lo avrebbe costretto a venire a pi miti consigli. Ma si tratta di semplici ricorsi alla forza, espedienti privi di durevole portata. Ristabilita la pace, tutto svanisce: l'idea di approfittare delle circostanze per rovinare l'avversario, per sottrargli i suoi mercati, per appropriarsi della sua industria non viene in mente a nessuno. Insomma, i principi del Medioevo sono ancora completamente estranei a ogni velleit di mercantilismo, eccezion fatta forse per Federico secondo e per i suoi successori angioini nel regno di Napoli.

L, in effetti, sotto l'influsso di Bisanzio e dei Musulmani di Sicilia e d'Africa, si colgono quanto meno gli inizi di un intervento dello Stato nell'ordine economico. Il re si riserva il monopolio del commercio del grano e istituisce una vera amministrazione di dogane sulle sue frontiere. Agendo cos,  certamente ispirato dall'interesse delle proprie finanze. Nondimeno, sottomettendo il commercio al suo controllo, intraprende una strada nuova, e la sua iniziativa fa pensare alla politica che adotteranno le monarchie dei tempi moderni. [[Per la politica economica del regno di Napoli, vedere G. YVER, Le commerce et les marchands dans l'Italie meridionale, cit.]] Tuttavia, troppo in anticipo rispetto alla loro epoca e confinati del resto in un ambito troppo ristretto, i re di Napoli non hanno trovato emuli e la loro opera non sembra essere sopravvissuta alla catastrofe di Carlo d'Angi nel 1282.

Non si pensi per che l'idea di sfruttare il commercio a vantaggio delle finanze dei sovrani non sia venuta in mente a tutti i governi. Ovunque lo straniero  sottoposto a tasse speciali e, a meno che non sia protetto da trattati, i suoi beni corrono seri rischi di essere confiscati dal principe locale in caso di bisogno. Del resto, se  vero che il principe lo spreme, non per questo dimentica di proteggerlo: dappertutto il mercante  considerato, alla stregua del pellegrino, sotto la garanzia speciale del signore di cui attraversa il territorio. La pace pubblica estende su di lui la sua custodia. Pi di un principe si guadagn a buon diritto la fama di spietato giustiziere di predoni e briganti delle strade maestre. Se sino alla fine del Medioevo, e anche dopo,  esistito un discreto numero di cavalieri e di baroni che costituivano il terrore dei mercanti, a partire dal tredicesimo secolo questi temibili Raubritter si incontrano ormai solo in regioni isolate o nei paesi in preda all'anarchia. Il saccheggio in tempo di pace diventa un evento eccezionale, ovunque i governi siano riusciti ad affermare solidamente la giurisdizione dei loro tribunali e l'autorit dei loro balivi.

Nello stesso tempo, numerose pratiche divenute incompatibili con lo sviluppo economico si sono mitigate. Il diritto sui relitti, in virt del quale il signore rivendica tutto ci che il mare getta sulle coste,  o abolito o regolamentato da trattati. Similmente, si moltiplicano le convenzioni che garantiscono i mercanti contro il pericolo di essere arrestati come responsabili dei debiti del loro signore o di loro compatrioti. Capita perfino che, in caso di guerra, sia loro concessa la facolt di godere di una certa tregua per mettere al sicuro i loro beni e le loro persone. L'applicazione di tutte queste norme, che si precisano e si accentuano nel corso del tredicesimo secolo,  per la verit fallace, anche perch la mancanza di sanzioni la rende singolarmente aleatoria. Ci non toglie tuttavia che il senso di sicurezza aumenti, che il ruolo della forza bruta diminuisca e che a poco a poco si crei uno stato d'animo particolarmente favorevole al progresso dei traffici e delle attivit internazionali.

Le gilde e le hanse

All'inizio, i pericoli d'ogni specie che minacciavano i mercanti li avevano costretti a viaggiare unicamente in gruppi armati, formando vere e proprie carovane. La sicurezza esisteva solo a prezzo della forza, e la forza era data dall'unione. In Italia come nei Paesi Bassi, ossia nei paesi in cui il commercio si  sviluppato pi precocemente, lo spettacolo  identico. Non c' alcuna differenza, sotto questo aspetto, tra popoli latini e popoli germanici. Sotto la sfumatura dei particolari o la variet della terminologia si manifesta la stessa realt. Si tratti di frairies, di charits, di compagnie, oppure di gilde e di hanse,  sempre la stessa cosa. In questo caso come in altri, ci che ha determinato l'organizzazione economica non sono i geni nazionali, bens le necessit sociali. Le primitive istituzioni del commercio sono state cosmopolite quanto quelle del feudalesimo.

Le fonti ci consentono di farci un'idea esatta delle compagnie mercantili che, a partire dal decimo e dall'undicesimo secolo, si incontrano in sempre maggior numero nell'Europa occidentale. I loro membri, armati di archi e di "gladii", fanno quadrato attorno ai cavalli da soma e ai carri carichi di sacchi, di balle, di casse e di botti. In testa cammina il portainsegna (schildrake). Un Hans-grafo un decano esercita la sua autorit sulla compagnia. Quest'ultima si compone di "fratelli", legati gli uni agli altri da un giuramento di fedelt. Uno spirito di stretta solidariet anima tutto il gruppo. Le merci, secondo ogni apparenza, sono comprate e vendute in comune e i profitti ripartiti in proporzione all'apporto percentuale dato da ciascuno. [[E. KOEHNE, Das Hansgrafenamt (Berlino 1893); W. STEIN, Hansa, in "Hansische Geschichtsbltter", 1909, p. 53 sgg.]] Quanto pi il viaggio si spingeva lontano, tanto pi prometteva di essere vantaggioso, in un'epoca in cui il prezzo dipendeva soprattutto dalla rarit dei beni importati, e questa rarit cresceva con la distanza. Per ottenere vendite lucrose, il metodo pi sicuro era di andare a prendere molto lontano prodotti che l si trovavano in abbondanza, per smerciarli in seguito nei luoghi in cui la loro scarsit ne aumentava il valore. Non  difficile immaginare che l'attrattiva del profitto sia stata abbastanza potente da controbilanciare le fatiche e i rischi di un'esistenza errante ed esposta a ogni pericolo. Dall'inizio del dodicesimo secolo, si vedono i mercanti di Dinant spingersi fino alle miniere di Goslar per rifornirsi di rame, quelli di Colonia, di Huy, di Fiandra, di Rouen frequentare il porto di Londra, gli Italiani apparire gi numerosi alla fiera di Ypres. Fuorch in inverno, il mercante, se  intraprendente,  sempre in cammino, tanto da essere giustamente chiamato in Inghilterra col nome pittoresco di "piedi polverosi" (pedes pulverosi, piepowders). [[Si veda la nota 14 del capitolo n. Il testo seguente illustra mirabilmente il carattere girovago dei mercanti del Medioevo. Nel 1 128, i mercanti di Bruges, avanzando le loro rimostranze al conte Guillaume Cliton, dicono: "Nos in terra hac [la Fiandra] clausit ne negotiari possumus, imo quicquid hactenus possedimus, sine lucro, sine negotiatione, sine acquisitione rerum consumpsimus; unde justam habemus rationem expellendi illuni a terra". ("Egli ci confin in questa terra e non possiamo esercitare il commercio, anzi, senza guadagno, senza vendere e senza comprare cose, abbiamo consumato quel che possedevamo finora; cosicch abbiamo una buona ragione per toglierlo dalla faccia della terra"). G. ALBERT de Bruges, Histoire du meurtre de Charles le Bon, a cura di H. PIRENNE, p. 152.]]

Ben presto, in seno a questa moltitudine errante, l'attivit commerciale sviluppandosi si specializza e crea dei raggruppamenti. Nella valle della Senna, la Hansa parigina si dedica alla navigazione fluviale fino a Rouen. [[E. PICARDA, Les marchands de l'eau. Hanse parisienne et compagnie franaise (Parigi, 1891); G. HUISMAN. La juridiction de la municipalit parisienne de saint Louis  Charles VII (Parigi, 1912); H. PIRENNE, A propos de la hanse parisienne des marchands de l'eau, in Mlanges d'histoire offerts  M. Charles Bmont (Parigi 1913).]] Nel dodicesimo secolo si costituisce nella Fiandra, sotto il nome di Hansa di Londra, un'associazione di gilde urbane dedite al traffico con l'Inghilterra. [[H. PIRENNE, La Hanse fiamande de Londres, in "Bulletin de la Classe des Lettres ile l'Acadmie royale de Belgique", 1899, p. 65 sgg.]] In Italia, l'attrazione delle fiere della Champagne d luogo alla fondazione della Universitas mercatorum Italiae nundinas Campaniae ac regni Franciae frequentantium. La cosiddetta "hansa delle diciassette citt" comprende, per finire, borghesi di un gran numero di localit tessili del nord della Francia e dei Paesi Bassi, anch'essi dediti agli scambi con la Champagne.

Nel commercio marittimo, il mercante non  meno nomade che in quello terrestre. Anche in tal caso organizza direttamente le proprie spedizioni, imbarcandosi per procedere di persona, nei luoghi di destinazione, alla vendita della propria merce e all'acquisto del carico di ritorno.

Diminuzione del commercio ambulante

Tuttavia, a mano a mano che il capitalismo ha richiesto una sempre maggior presenza degli imprenditori nel loro centro di affari, che i progressi della sicurezza hanno meglio assicurato il buon esito delle spedizioni e che la crescente istruzione dei mercanti ha permesso loro di dirigere i commerci per corrispondenza, il bisogno di scortare personalmente le merci si  fatto sentire meno e la vita commerciale  diventata meno vagabonda: il trasporto si  staccato da essa come un ramo di attivit a parte, con un personale suo proprio. [[Su questa trasformazione, si veda F. RRIG, Hansische beitrge zur deutschen Wirtschaftsgeschichte, p. 217 sgg. (Breslavia 1928).]]I direttori delle grandi imprese commerciali si sono fatti sostituire, nelle loro filiali estere, da soci o da "agenti". Tale evoluzione, gi molto avanzata in Italia nella seconda met del tredicesimo secolo, da allora si accentuer ininterrottamente in ogni paese. Tranne che sul mare, dove la pirateria costringer le navi mercantili di lungo corso a munirsi di un armamento difensivo che conserveranno per lunghi secoli, il commercio si spoglia d'ora in avanti dell'apparato militare di cui si era circondato agli inizi.

[[Bibliografia: SCHULTE, Geschichte des mittelalterlichen Handels und Verkehrs zwischen Westdeutschland und Italien (Lipsia 1900, 2 voll.); VOGEL, Geschichte der deutschen Seeschiffahrt, cit.; W. GTZ Die Verkehrswege im Dienste des Welthandels (Stoccarda 1888); SCHEFFEL, Verkehrs geschichte der Alpen (Berlino 1908-1913, 2 voll); W. TYLER, The Alpine passes in the Middle Ages (962-1250) (Oxford, 1890); R. BLANCHARD, Les Alpes franaises (Parigi 1925); CH. DE LA RONCIERE, Histoire de la marine franaise (Parigi 1899-1920, 5 voll.); H. BYRNE, Genoese shipping in the twelfth and thirteenth century, cit.; Ed. Von Lippmann, Geschichte des Magnetnadels bis zur Einfhrung des Compasses (Berlino 1932); A. BERDWOOD, Alien merchants in England (1350-1377). Their legal and economie position (Cambridge, Mass. 1931).]]

2. LE FIERE

La funzione determinante svolta dalle fiere  uno degli aspetti salienti dell'organizzazione economica del Medioevo, soprattutto sino alla fine del tredicesimo secolo. Non c' paese in cui non abbondino. Ovunque, del resto, presentano in fondo gli stessi caratteri, al punto che  lecito considerarle un fenomeno sovra-nazionale inerente le condizioni stesse della societ europea. L'epoca del loro apogeo  quella dei commercio ambulante. A

mano a mano che i mercanti diventano sedentari, le fiere perdono forza. Quelle istituite alla fine del Medioevo presentano un carattere del tutto diverso e, a conti fatti, la loro importanza nella vita economica generale non  paragonabile a quella delle fiere anteriori.

Le fiere e i mercati

Sarebbe vano cercare l'origine delle fiere (nundinae) in quei piccoli mercati locali che, a partire dal nono secolo, pullularono sempre pi in tutta l'Europa. Pur essendo posteriori, le fiere non sono collegate ad essi da alcun rapporto di filiazione, anzi sono in antitesi con essi. Lo scopo dei mercati locali  infatti quello di provvedere all'alimentazione corrente della popolazione residente nel luogo in cui si svolgono. Donde la loro cadenza settimanale, la loro sfera di influenza assai limitata e la restrizione della loro attivit alla vendita e all'acquisto al dettaglio. Le fiere costituiscono al contrario appuntamenti periodici di mercanti di professione. Sono centri di scambi, soprattutto scambi all'ingrosso, che si sforzano di attrarre, indipendentemente da ogni considerazione locale, il maggior numero possibile di uomini e di prodotti. Potrebbero essere in un certo senso paragonate a esposizioni universali, poich non escludono niente e nessuno; ogni individuo, qualunque sia la sua patria, ogni oggetto negoziabile, qualunque sia la sua natura, ha la garanzia di esservi ben accolto. Tuttavia  impossibile tenerle pi di una volta, al massimo due volte all'anno nello stesso luogo, tanti sono i preparativi che esigono.

Evidentemente, la maggior parte delle fiere hanno avuto un'influenza limitata a una regione pi o meno estesa. Soltanto le fiere della Champagne hanno avuto nei secoli dodicesimo e tredicesimo una capacit di attrazione che ha interessato tutta l'Europa. Ci che bisogna osservare  che in teoria ogni fiera  aperta a tutto il commercio, come ogni porto di mare lo  a tutta la navigazione. Tra la fiera e il mercato locale, il contrasto non  dunque una semplice differenza di dimensioni, bens di natura.

Origine e sviluppo delle fiere

A eccezione della fiera di Saint-Denys nei pressi di Parigi, che risale all'epoca merovingia e che, durante il periodo agricolo del Medioevo, si  limitata a vegetare e non ha prodotto imitazioni, le fiere risalgono alla rinascita del commercio. Le pi antiche fra loro esistevano fin dall'undicesimo secolo; nel dodicesimo secolo il loro numero  gi elevato ed  cresciuto ininterrottamente nel tredicesimo. La loro situazione  naturalmente determinata dalla direzione delle correnti commerciali. Le fiere si sono dunque moltiplicate in ogni paese a mano a mano che la circolazione, facendosi pi intensa, ha conosciuto una maggiore penetrazione. Solo il principe della regione ha il diritto di fondarle. Il pi delle volte le istituisce nelle citt, ma non bisogna per questo credere che tutti i grandi agglomerati urbani ne abbiano possedute. Citt di prim'ordine come Milano e Venezia non le ebbero; nella Fiandra, se ve ne furono a Bruges, a Ypres e a Lilla, non se ne trovano in un centro economico estremamente attivo come Gand, mentre ve ne sono a Thourout e a Messines, che non sono mai state altro che modeste borgate. Lo stesso accade nella Champagne per localit come Lagny e Bar-sur-Aube, la cui scarsa rilevanza contrasta con la celebrit delle fiere di cui furono sede.

Dunque, l'importanza di una fiera  indipendente dall'importanza del sito in cui  istituita. E non  difficile comprenderlo, dal momento che la fiera  soltanto un luogo di incontro periodico per una clientela lontana e che l'afflusso di persone non dipende dalla minore o maggiore densit della popolazione locale. Soltanto nella seconda met del Medioevo, le fiere sono state fondate col preciso scopo di fornire ad alcune citt risorse supplementari, attirandovi un'affluenza momentanea. Ma in questo caso  evidente che sono prevalse considerazioni di commercio locale, e che l'istituzione  stata distolta dal suo fine primitivo ed essenziale.

Il diritto e le fiere

Il diritto riconosce alle fiere una condizione privilegiata. Il suolo su cui si tengono  protetto da una pace speciale che prevede punizioni particolarmente severe in caso di infrazione. Tutti coloro che vi si recano si trovano sotto il "salvacondotto", vale a dire sotto la protezione del principe del luogo. Una sorta di "sorveglianti delle fiere" (custodes nundinarum) vi mantengono l'ordine e vi esercitano una giurisdizione eccezionale. Un valore particolare  riconosciuto alle obbligazioni munite del loro sigill. A Cambrai, per esempio, esiste un permesso speciale per giocare a dadi e a carte durante la fiera di Saint-Simon e di Saint-Jude. "Banchetti e spettacoli ne costituiscono le attrazioni". [[HUVELIN, Essai historique sur le droit des marchs et desfoires, cit., p. 438.]] Ma i vantaggi pi significativi consistono nelle "franchigie": esse sopprimono, in favore dei mercanti che si recano nelle fiere, il diritto di rappresaglia per i delitti commessi o i debiti contratti fuori della fiera, li liberano inoltre dal diritto di albinaggio e sospendono le azioni giudiziarie e le misure esecutive finch dura la "pace" della fiera. Infine, ancor pi preziosa  la sospensione della proibizione canonica dell'usura, ossia del prestito a interesse, e la fissazione per questo di un tasso massimo.

Le fiere della Champagne

Se si esamina la diffusione geografica delle fiere,  evidente al primo sguardo che le pi attive si concentrano all'incirca a met strada della grande via commerciale che congiunge l'Italia e la Provenza alle coste della Fiandra. Sono le famose "fiere della Champagne e della Brie" che si susseguivano in modo da riempire l'arco dell'anno. La prima, in gennaio, era quella di Lagny-sur-Marne, quindi, il marted che precedeva la mezza quaresima, quella di Bar; in maggio, la prima fiera di Provins, detta di Saint-Quiriace; in giugno, la "fiera calda" di Troyes; in settembre, la seconda fiera di Provins o fiera di Saint-Ayoul e infine, in ottobre, a chiudere il ciclo, la "fiera fredda" di Troyes. Nel dodicesimo secolo, ognuna di queste assemblee durava circa sei settimane, lasciando fra l'una e l'altra il lasso di tempo indispensabile al trasporto delle mercanzie. Le pi importanti, per via della stagione in cui cadevano, erano le fiere di Provins e la fiera calda di Troyes.

La fortuna di queste fiere  dovuta indiscutibilmente ai vantaggi della loro situazione. A quanto pare, gi dal nono secolo i rari mercanti dell'epoca hanno frequentato la pianura della Champagne se, come tutto sembra indicare, bisogna situare a Chappes, nel dipartimento dell'Aube, la sederti negotiatorum Cappas di cui parla una lettera di Lupo di Ferrires. [[A. GIRY, tudes carolingiennes, in tudes d'histoire du Moyen Age ddies  Gabriel Monod, p. 118 (Parigi 1896).]] Non appena il commercio si rianima, il transito, divenendo sempre pi intenso, induce i conti di Champagne ad assicurarne definitivamente i vantaggi alle loro terre, offrendo ai mercanti la comodit di una serie di fiere insediate a breve distanza l'una dall'altra. Nel 1114, quelle di Bar e di Troyes esistevano gi da qualche tempo, e lo stesso doveva certamente essere per quelle di Lagny e di Provins; accanto a queste altre ancora, che non hanno goduto della medesima fortuna, si trovavano a Bar-sur-Seine, a Chlons-sur-Marne, a Chteau-Thierry, a Nogent-sur-Seine ecc. A queste fiere della Champagne corrispondevano, all'estremit opposta della strada che congiungeva quella regione al Mare del Nord, le cinque fiere fiamminghe di Bruges, Ypres, Lilla, Thourout e Messines.

Le fiere della Champagne e il commercio

Il dodicesimo secolo ha visto crescere con straordinaria rapidit la prosperit di questo apparato commerciale. Non ci sono dubbi che nel 1127 l'interscambio tra le fiere della Fiandra e quelle della Champagne fosse gi quanto mai intenso, dato che Gualberto ci descrive la fuga terrorizzata dei mercanti lombardi dalla fiera di Ypres alla notizia dell'assassinio del conte Carlo il Buono. Dal canto loro, i Fiamminghi trovavano nella Champagne uno sbocco permanente per i loro panni, che da quella regione erano trasportati, sia da loro stessi, sia dai loro compratori italiani e provenzali, verso il porto di Genova, da cui erano poi esportati verso gli scali del Levante. [[Si veda pi sopra, a p. 64.]] Dalla Champagne, in compenso, i Fiamminghi importavano i tessuti di seta, gli oggetti preziosi e soprattutto le spezie; i navigatori del Nord venivano poi a rifornirsene a Bruges, acquistando anche tessuti di Fiandra e vini di Francia. Nel tredicesimo secolo, le relazioni commerciali hanno raggiunto il loro massimo sviluppo. I fabbricanti fiamminghi hanno in ogni fiera della Champagne le loro "tende", dove si raggruppano per citt e dove espongono i loro prodotti. I commessi delle fiere cavalcano senza sosta tra la Champagne e la Fiandra, incaricati della corrispondenza dei mercanti. [[Vivaci particolari sull'attivit di questi "commessi" si trovano in G. ESPINAS, Une guerre sociale interurbaine dans la Fiandre wallonne au tredicesimoe sicle, pp. 24, 35, 72, 82, 83 ecc. (Parigi-Lilla 1930).]]

Ma se le fiere della Champagne hanno certamente dovuto gran parte della loro importanza al contatto da esse precocemente stabilito tra il commercio italiano e l'industria fiamminga, non bisogna dimenticare che la loro sfera d'influenza si estendeva a tutte le regioni dell'Occidente. "Nelle fiere di Troyes esisteva una casa dei tedeschi, mercati e palazzi dei mercanti di Montpellier, di Barcellona, di Valencia, di Lerida, di Rouen, di Montauban, di Provins, dell'Alvernia, della Borgogna, della Piccardia, di Genova, di Clermont, di Ypres, di Douai, di Saint-Omer". A Provins, i mercanti lombardi avevano una loggia tutta per loro, e uno dei quartieri della citt si chiamava Vicus Allemannorum, cos come a Lagny c'era un Vicus Angliae. [[HUVELIN, Essai historique sur le droit des marchs et des foires, cit.]]

Le fiere della Champagne e il credito

D'altronde non era solo il traffico delle merci ad attirare da cos lontano nelle fiere della Champagne. Le transazioni finanziarie che vi si effettuavano erano cos numerose e rilevanti che le fiere non avevano tardato a diventare, per usare una felice espressione, "l'ufficio di cambio di tutta l'Europa". [[L. GOLDSCHMIDT, Universalgeschichte des Handelsrechts, cit., p. 226.]] In ogni fiera, dopo un periodo iniziale dedicato alla vendita, si apriva la fase dei pagamenti. Questi pagamenti non consistevano unicamente nel saldo dei debiti contratti nella stessa fiera, ma comprendevano inoltre un gran numero di pagamenti a termine di obbligazioni contratte in fiere precedenti. A partire dal dodicesimo secolo, con questa pratica ha inizio tutta un'organizzazione di credito alla quale, a quanto sembra, si deve fare risalire l'origine delle cambiali, di cui presero senza dubbio l'iniziativa gli italiani, molto pi progrediti dei loro colleghi del continente in materia di usi commerciali. Si tratta ancora di semplici promesse scritte di pagare una somma in un luogo diverso da quello in cui la promessa  stata consegnata o, volendo impiegare un termine giuridico pi esatto, di un "assegno circolare all'ordine". Il firmatario si impegna in effetti a pagare in un altro posto all'ordinante o al suo nuntius, ossia a un suo incaricato (clausola all'ordine attiva), ovvero a far pagare da un nuntius che agisce per suo conto (clausola all'ordine passiva).

La frequentazione delle fiere della Champagne era tale che la maggior parte delle obbligazioni, indipendentemente dal luogo in cui erano contratte, si stipulavano con pagamento in uno di quei raduni. E non si trattava solo di debiti commerciali, ma anche di semplici prestiti contratti da privati cittadini, da principi o da istituti religiosi. Inoltre, dal momento che tutte le piazze commerciali d'Europa erano in contatto con le fiere della Champagne, nel tredicesimo secolo vi fu introdotto il sistema di estinzione dei debiti per compensazione. Le fiere svolsero dunque nell'Europa del tempo la funzione di una clearing house allo stato embrionale. E se si pensa che la gente vi affluiva da ogni regione del continente, si comprende facilmente quanto esse debbano aver contribuito a iniziare i loro clienti al perfezionamento dei sistemi di credito in uso tra i Fiorentini e i Senesi, la cui influenza era preponderante nel commercio del denaro.

Decadenza delle fiere della Champagne

La seconda met del tredicesimo secolo pu essere considerata l'apogeo delle fiere della Champagne. All'inizio del secolo successivo si assiste al loro declino. La causa principale fu senza alcun dubbio il tramonto del commercio ambulante in favore di abitudini commerciali pi sedentarie, e, contemporaneamente, lo sviluppo della navigazione diretta tra i porti italiani e quelli fiamminghi e inglesi. Senza dubbio, la lunga guerra che vide fronteggiarsi la contea di Fiandra e i re di Francia dal 1302 al 1320 contribu alla loro decadenza, privandole della componente pi attiva dei loro clienti abituali del Nord. Poco dopo, la guerra dei Cento Anni diede loro il colpo decisivo. Ormai era finita per quei grandi convegni d'affari verso i quali si erano diretti, per due secoli, i mercanti di tutta Europa. Ma le pratiche che questi ultimi vi avevano appreso aprirono loro la prospettiva di una vita economica in cui la generale diffusione della corrispondenza e delle operazioni di credito permetter al mondo degli affari di fare a meno dei viaggi nella Champagne.

[[Bibliografia: P. HUVELIN, Essai historique sur le droit des marchs et des foires, cit. nella Bibl. gen.; F. BOURQUELOT, tude sur lesfoires de Champagne (Parigi 1865, 2 voll.); E. BASSERMANN, Die Champagnermessen. Ein Beitrag zur Geschichte des Kredits (Lipsia 1911); G. DES MAREZ, La lettre de fai re  Ypres au XIIIe sicle (Bruxelles 1901, "Mm. Acad. Belgique"); H. LAURENT, Documents relatifs  la procedure en foires de Champagne contre des dbiteurs dfaillants, in "Bulletin de la Commission des anciennes lois et ordonnances de Belgique", t. XIII (1929), H. PIRENNE, Un conflit entre le magistrat yprois et les gardes des foires de Champagne, in "Bulletin de la Commission royale d'histoire de Belgique", t. LXXXVI (1902); A. SAYOUS, Les oprations des banquiers italiens en Italie et aux foires de Champagne pendant le XIIe sicle, in "Revue historique", t. CLXX (1932).]]

3. LA MONETA.

Economia naturale ed economia monetaria

Gli economisti tedeschi, per caratterizzare l'epoca anteriore all'invenzione della moneta, hanno coniato l'espressione Naturalwirtschaft, che infelicemente si pu tradurre con "economia naturale". Non dobbiamo qui esaminare fino a che punto essa corrisponda alla natura degli scambi durante questa prima fase dello sviluppo economico.  importante invece domandarsi se sia lecito applicarla, come assai spesso si fa, al periodo del Medioevo che ha preceduto la rinascita commerciale del dodicesimo secolo. Coloro che se ne servono in questa seconda accezione non intendono evidentemente darle un senso assoluto. Nessuno di loro ignora infatti che, dopo la sua invenzione, la moneta  stata ininterrottamente in uso presso tutti i popoli civili dell'Occidente e che l'Impero romano l'ha trasmessa senza soluzione di continuit agli Stati che gli sono succeduti. Quello che si vuol dire quando si definisce l'inizio del Medioevo un'epoca di "economia naturale"  molto semplicemente che il denaro contante vi fu ridotto a una funzione cos secondaria da potersi considerare quasi trascurabile. Indubbiamente in questa affermazione c' molto di vero, tuttavia non bisogna esagerare. [[A. DOPSCH, Naturalwirtschaft und Geldwirtschaf in der Weltgeschichte (Vienna 1930; trad. it, Economia naturale ed economia monetaria, Firenze 1967), ha ben dimostrato la coesistenza nelle diverse epoche dell'economia naturale e dell'economia monetaria, senza per tenere sufficientemente conto dell'evoluzione economica e delle ripercussioni che essa ha esercitato, non solo sulla forma, ma anche sulla natura degli scambi. Cfr. le osservazioni di H. VAN WERVEKE in "Annales d'histoire conomique et sociale", 1931, p. 428 sgg.]]

Quel che  certo  che ci si ingannerebbe totalmente credendo che il baratto si sia allora sostituito alla moneta come normale strumento degli scambi. Il baratto non ha mai cessato di essere in uso nei rapporti sociali;  ancora assai frequente ai nostri giorni, come lo  stato in passato. Ma dopo l'invenzione della moneta non ha mai pi usurpato la funzione di quest'ultima. Se vi si ricorre,  per motivi contingenti di convenienza o di praticit, come a un surrogato e non come a un sostituto della moneta metallica. Su questo punto le fonti non lasciano alcun dubbio. Dal nono al dodicesimo secolo non vi sono prove documentarie che i prezzi siano espressi altrimenti che in moneta, n si prevede il caso in cui un qualsivoglia oggetto possa essere dato in pagamento al posto del denaro. Basta leggere i capitolari per constatare che le piccole transazioni che si effettuano nei mercati locali, dove gli scambi in natura sarebbero peraltro cos semplici, si fanno per denaratas. C' di pi: l'accettazione obbligatoria della moneta  decretata formalmente. Del resto,  noto che, a partire dall'epoca carolingia, la concessione da parte dei sovrani dell'istituzione di un mercato va di pari passo con la concessione del diritto di battere moneta, e questa coincidenza prova nel modo pi evidente l'impiego della moneta come misura dei valori e mezzo di acquisto.

Ci che  vero per i piccoli pagamenti non lo  di meno per quelli grandi. Durante le carestie,  grazie al denaro contante che le abbazie si procurano all'esterno i viveri di cui scarseggiano. Allo stesso modo, in tempo di abbondanza, esse scambiano, non con altri prodotti, ma con denaro le loro eccedenze di vino e di grano.

In presenza di fatti cos ultimativi,  impossibile dare il minimo credito a vecchie fonti tradizionali che, nella Fiandra per esempio, attribuiscono al conte Baldovino terzo (958-962) una presunta regolamentazione delle vendite fatte non in moneta ma in natura: due polli per un'oca, due oche per un maialino da latte, tre agnelli per una pecora, tre giovenche per un bue. [[Stupisce che HUVELIN, Essai historique sur le droit des marchs et des fores, cit.. p. 538, abbia avallato simili favole.]] Insomma, non si pu dubitare che durante il periodo agricolo del Medioevo, ovunque viga lo scambio commerciale, vi sia scambio di moneta. Sotto questo aspetto, c' continuit nella tradizione e non si pu assolutamente parlare di sostituzione dell'economia naturale all'economia monetaria.

 noto tuttavia quanto fosse magro il commercio di quei tempi. Al modesto livello della circolazione corrispondeva necessariamente un modesto livello della circolazione monetaria. Essa avviene unicamente entro i ristretti limiti dei traffici. Le transazioni economiche di gran lunga pi essenziali, cio quelle che si verificano nei feudi, sui quali si fonda allora l'equilibrio sociale, le sfuggono quasi completamente. In queste realt, i tributari pagano in natura al signore l'ammontare delle obbligazioni che gravano su di loro. Ogni servo, ogni possessore di manso deve una quantit prefissata di giorni di lavoro e una quantit prefissata di prodotti naturali o da lui fabbricati: grano, uova, oche, polli, agnelli, maiali, tessuti di canapa, di lino o di tela. Vi si aggiunge anche qualche moneta, ma in misura cos modesta da non poter impedire di considerare l'economia dominicale una "economia naturale". Essa  tale perch non  un'economia di scambio, ma un'economia che, priva di ogni sbocco, agisce per cos dire in isolamento, senza comunicare con l'esterno, cristallizzata per tradizione nelle sue consuetudini e intenta a produrre esclusivamente per il consumo locale. In un siffatto sistema, la cosa pi pratica per il signore che vive della sua terra  evidentemente di ricevere dai suoi uomini i prodotti di quella terra, che essi coltivano per lui e che gli sarebbe impossibile procurarsi altrimenti. Del resto, dove potrebbero procurarsi, i contadini, denaro sufficiente a controbilanciare il valore delle loro prestazioni, dal momento che non vendono nulla all'esterno? Pagare in natura e riscuotere in natura  dunque ci che impongono al feudo dell'alto Medioevo le condizioni stesse del suo funzionamento. Dal momento che esso non pratica il commercio, non ha alcun bisogno di ricorrere al denaro contante, di cui in compenso il commercio non pu fare a meno. E ci  talmente vero che, quando l'economia dominicale si dissolver sotto l'influsso del traffico, il fenomeno essenziale della sua trasformazione sar la sostituzione delle prestazioni in denaro alle prestazioni in natura.

Dunque,  al tempo stesso giusto e sbagliato considerare il periodo che va dal nono al dodicesimo secolo un'epoca di economia naturale.  sbagliato, se con ci si intende che la moneta abbia cessato di essere lo strumento normale degli scambi, poich essa ha continuato a esserlo limitatamente alle transazioni commerciali.  giusto, se si vuol dire che la circolazione e la sua funzione sono quanto mai limitate, dato che tutta l'organizzazione dominicale dell'epoca ne ha fatto a meno. In altri termini, in ogni pagamento fatto a seguito di una vendita si  impiegato il denaro, mentre l'economia naturale ha determinato le modalit di tutti i pagamenti necessari all'adempimento di prestazioni senza contropartita.

Origine carolingia del sistema monetario

 un fatto di importanza capitale, e pu sembrare a buon diritto paradossale, che il sistema monetario adottato dall'Europa dell'Ancien Rgime, sistema che ancor oggi  quello dell'immenso Impero britannico, sia stato istituito in un'epoca in cui la circolazione del denaro ha conosciuto il momento di maggior declino della sua storia. Non si pu infatti dubitare che, dal periodo merovingio al periodo carolingio, la decadenza monetaria non sia stata rapida e profonda. Chiudendo alla navigazione il Tirreno, l'invasione musulmana aveva provocato la rottura dell'Occidente con l'economia dell'Antichit, la quale, nei suoi tratti essenziali, vi era perdurata fino ad allora. Ognuno dei regni barbarici che si erano divisi l'Impero d'Occidente aveva conservato come base monetaria il soldo aureo costantiniano. Coniato a nome dei loro re, esso costituiva nondimeno una vera moneta internazionale, universalmente accettata dalla Siria alla Spagna e dall'Africa alle frontiere settentrionali della Gallia. [[Si vedano gli studi citati nella nota 2 dell'Introduzione.]] Ma non era destinato a sopravvivere al grande sconvolgimento provocato dal blocco dell'Occidente. A partire dall'inizio del nono secolo, esso scompare nella monarchia carolingia, divenuta uno Stato agricolo e privo di commercio. Soltanto dove sopravvivono le vestigia degli antichi traffici, vale a dire nella Frisia e alla frontiera spagnola, qualche moneta d'oro  stata coniata durante il regno di Ludovico il Pio. [[Mi  impossibile discutere in questa sede i testi addotti da M. DOPSCH, Naturalwirtschaft und Geldwirtschaft in der Weltgeschichte, cit., per provare che la circolazione monetaria e il conio dell'oro non hanno subito un regresso considerevole in epoca carolingia. Mi riservo di tornare altrove su questo punto essenziale.]] In seguito, la tormenta delle invasioni normanne e saracene mette fine a queste ultime vestigia dell'antica monetazione. Il metallo giallo, che l'interruzione del commercio mediterraneo ha bandito dall'Europa occidentale, cessa per lungo tempo di servire da strumento di scambio. Fin dal regno di Pipino il Breve, la moneta d'argento si sostituisce decisamente alla moneta d'oro, e Carlo Magno, in questo come in tanti altri campi, porta a termine l'opera di suo padre e le assegna la sua forma definitiva.

Il sistema monetario che egli istitu e che, di tutte le sue riforme, fu la pi duratura, dato che ancora oggi si perpetua ovunque circoli la lira sterlina, rompe in maniera definitiva con il sistema monetario di Roma. Come in tutta la politica del grande imperatore, anche in questo atto si pu ravvisare la chiarissima volont di adattarsi allo stato delle cose, di adeguare la legislazione alle nuove condizioni che si impongono alla societ, di accettare gli eventi e di sottomettervisi, allo scopo di sostituire l'ordine al disordine. Mai come in questo caso, probabilmente, Carlo Magno si rivela un genio creatore e realista. Non c' dubbio che deve essersi reso perfettamente conto del ruolo che avrebbe finito per assumere la moneta in una societ in pieno regresso agricolo, e che abbia deciso di dotarla di una moneta appropriata ai suoi bisogni. La sua riforma monetaria  quella che pi si addiceva a un'epoca di economia rurale senza sbocchi. In ci sta al tempo stesso la sua originalit e la sua grandezza.

Carattere della moneta carolingia

Si potrebbe definire sommariamente il sistema monetario carolingio chiamandolo monometallismo argenteo. Lo Stato, se ufficialmente tollera ancora per qualche anno la fabbricazione di rare monete auree, conia soltanto metallo bianco. Una nuova libbra, molto pi pesante della libbra romana, dato che pesa circa 491 grammi invece di circa 327,  il punto di partenza della coniazione. [[M. PROU, Les monnaies carolingiennes, cit., p. XLIV sgg.]] Essa  suddivisa in 240 piccoli dischi metallici che portano il nome di denari (denarii). Questi denari d'argento, ciascuno dei quali pesa circa 2 grammi, e i mezzi denari o oboli costituiscono il solo denaro liquido, ossia le sole monete reali. Ma accanto a essi esistono monete di conto, ossia semplici espressioni numerali, ciascuna corrispondente a una determinata quantit di denari. Sono il soldo (solidus), che equivale a 12 denari, e la libbra (libra), che comprende 20 soldi ed equivale perci ai 240 denari coniati a partire dalla libbra presa a unit di misura. [[Per questo motivo bisogna leggere al genitivo plurale gli aggettivi che indicano, nei testi latini, le cosiddette monete di conto. E cos: v libras tur. si deve leggere: v libras turonensium e non: 5 libras turonenses, perch questa espressione significa: 5 libbre di denari tornesi. Allo stesso modo, -V sol tur. significa V solidos turonensium.]] Il valore estremamente basso dell'unica moneta circolante, i denari e gli oboli, si adatta perfettamente ai bisogni di un'epoca in cui la stragrande maggioranza delle transazioni comporta modesti pagamenti. Evidentemente, questa moneta non  fatta per il grande commercio; il suo principale compito  di servire alla clientela di quei piccoli mercati locali, cos frequentemente menzionati nei capitolari, dove le vendite e gli acquisti si fanno per denaratas.

D'altra parte, lo Stato vigila con estrema attenzione sul peso e sul titolo di questa moneta. Si riserva l'esclusiva della sua coniazione e, per meglio controllarla, la concentra in un piccolo numero di zecche funzionanti sotto la sua diretta sorveglianza. I falsari sono colpiti dalle pene pi severe, e sono puniti tutti coloro che rifiutano di ricevere in pagamento i denari legali. Del resto, la circolazione monetaria  assai limitata. Le scorte di metallo necessarie al suo conio dovevano provenire, in grandissima parte, da antiche monete divisionarie d'argento risalenti al periodo merovingio o addirittura al periodo romano, dal bottino sottratto alle popolazioni barbariche e da qualche giacimento argentifero della Gallia, come quelli di Melle in Aquitania. D'altronde, la moneta circolante era frequentemente rifusa, quindi rimessa in circolazione dalle zecche regie, munita di un tipo nuovo, indubbiamente allo scopo di disorientare i falsari.

Il sistema monetario di Carlo Magno rimase tale e quale in tutti gli Stati nati dallo smembramento dell'Impero carolingio. Tutti hanno conservato il denaro d'argento come moneta reale e, come monete di conto, il soldo e la libbra. Che il primo si chiami pfennig o penny, il secondo shelling, il terzo pfund o pound, la sostanza resta la stessa. In Occidente la moneta aurea si  conservata soltanto nei paesi sottomessi a Bisanzio, come l'Italia meridionale e la Sicilia prima della loro occupazione a opera dei Normanni, o nelle regioni conquistate dall'Islam come la Spagna. Anche gli Anglosassoni hanno coniato alcune monete d'oro, prima che l'invasione del 1066 finisse per sottomettere anche l'Inghilterra alla regola generale.

La moneta in epoca feudale

Era tuttavia impossibile che la dissoluzione dell'Impero carolingio e il crollo dell'amministrazione monarchica, avvenuti nella seconda met del nono secolo, non avessero influenza sull'organizzazione monetaria. Se essa mantenne ovunque i suoi tratti essenziali, ovunque si modific profondamente nella pratica. Quando il potere regio precipit nell'anarchia, i principi feudali non mancarono di usurpare il diritto di battere moneta. I re, dal canto loro, lo concessero a un gran numero di chiese. Ben presto, in tutto l'Occidente, vi furono in circolazione tanti denari diversi quanti erano i grandi feudi muniti delle funzioni di corti di giustizia.  ovvio che ne consegu un formidabile disordine. Non solo si moltiplicavano i tipi di monete, ma, in assenza di qualsiasi controllo efficace, il loro peso e il loro titolo si alterarono progressivamente. Libbre diverse secondo i vari territori sostituirono la libbra di Carlo Magno. Grazie alla Germania, dall'inizio dell'undicesimo secolo fu introdotto un nuovo peso monetario, il marco di 218 grammi, probabilmente originario della Scandinavia, che a sua volta diede origine ad altri marchi, i pi conosciuti dei quali sono quelli di Colonia e di Troyes.

E a tutti questi motivi di confusione, lo sfruttamento della moneta da parte dei principi aggiunse l'ultima e pi grave causa di perturbazione. Periodicamente, la moneta era "screditata", ossia messa fuori corso; bisognava riportarla alle zecche, che poi la rimettevano a disposizione del pubblico solo in pezzi di peso minore e di lega sempre meno preziosa: la differenza era intascata dai principi. Cos, il valore intrinseco del denaro contante diminuiva progressivamente. I bei denari d'argento puro di Carlo Magno erano sostituiti da monete a contenuto sempre pi alto di rame, al punto che, attorno alla met del tredicesimo secolo, la maggior parte dei denari, da bianchi che erano in origine, erano diventati neri (nigri denarii).

Questa confusione trova spiegazione non soltanto nell'anarchia politica, ma anche nelle condizioni economiche dell'epoca. Dal momento che il commercio si era ridotto a ben poca cosa, era scarsamente importante che la difformit del denaro fosse di ostacolo alla circolazione monetaria. In una societ in cui quasi tutte le transazioni si effettuavano nei mercati locali, ci si accontentava pienamente di una moneta il cui corso era ristretto entro le frontiere di un territorio. Il modesto livello della circolazione commerciale andava di pari passo con il modesto livello della circolazione monetaria, e la cattiva qualit del denaro contante non dava troppo fastidio alla gente, in un'epoca in cui gli scambi erano ridotti al minimo.

 ovvio che l'attivit economica che si manifest alla fine dell'undicesimo secolo dovesse restituire la mobilit a quel denaro fino ad allora stagnante attorno ai suoi centri di emissione. Esso cominci dunque a viaggiare con i mercanti: nelle citt e nelle fiere, il commercio fece affluire da ogni parte le monete pi svariate. La crescente circolazione monetaria compens la scarsezza delle riserve metalliche disponibili. Del resto, la scoperta, attorno alla met del dodicesimo secolo, delle miniere d'argento di Friburgo aliment tangibilmente queste riserve. Ci non toglie che, sino alla fine del Medioevo, l'argento fu sempre insufficiente. Soltanto verso la met del quindicesimo secolo, lo sfruttamento dei giacimenti argentiferi della Sassonia, della Boemia, del Tirolo, di Salisburgo e dell'Ungheria aument sensibilmente la produzione annuale di metallo nuovo.

Sfruttamento della moneta da parte dei principi

I progressi della circolazione monetaria offrirono ai principi l'opportunit di ricavarne un profitto personale. Possedendo il diritto di battere moneta, si consideravano tranquillamente autorizzati a servirsene nell'interesse del loro tesoro, senza preoccuparsi del fatto che il loro arricchimento provocasse un danno pubblico. Pi la moneta diveniva indispensabile alla vita economica, pi fu alterata proprio da coloro che detenevano il monopolio del conio. Soprattutto a partire dal tredicesimo secolo, divenne sempre pi corrente l'uso di intensificare le nuove emissioni di denaro contante diminuendone ogni volta il valore; la moneta era costantemente richiamata nelle zecche, nuovamente fusa e rimessa in circolazione pi scadente di quanto non fosse prima della raccolta. Soprattutto in Germania, questo operato assunse una frequenza davvero sorprendente. Durante i trentadue anni di regno di Bernardo d'Ascania, la moneta fu in media modificata o, pi esattamente, svilita tre volte l'anno. [[KULISCHER, Allgemeine Wirtschaftsgeschichte des Mittelalters und der Neuzet, cit., t. I, p. 324.]]

La situazione era indubbiamente pi tollerabile nei paesi in cui l'influenza della popolazione urbana imponeva ai principi maggior ritegno in un dispotismo cos incompatibile con gli interessi del commercio e dell'industria. Nella Fiandra, per esempio, nel 1127 i borghesi di Saint-Omer si erano fatti cedere dal conte Thierry d'Alsazia il diritto di battere moneta.  vero che la concessione fu revocata l'anno seguente, [[A.GIRY, Histoire de la ville de Saint-Omer, p. 61.]] ciononostante essa testimonia uno stato d'animo generale di cui non si poteva non tener conto: in effetti, la moneta fiamminga, pur non sfuggendo all'universale degenerazione che si impone, col rigore di una legge, a tutte le monete del Medioevo, si distinse sempre per la sua qualit relativamente superiore. Anche i denari di Colonia, largamente diffusi nella regione renana, nel dodicesimo e nel tredicesimo secolo diedero prova di una notevole stabilit. [[W. HVERNIK, Der Klner Pfennig im XII. und XIII. Jahrhundert (Stoccarda 1930).]] In Inghilterra, dove la moneta apparteneva esclusivamente al re, essa si mantenne meglio che in ogni altro paese e soffr meno degli abusi provocati nel continente dalla pletora di principi che ne avevano usurpato il conio.

La moneta regia

Contro questa usurpazione, la monarchia non manc naturalmente di reagire, non appena fu in grado di farlo. Se, in Germania e in Italia, il declino del suo potere le imped a partire dal tredicesimo secolo ogni velleit di restaurazione, in questo campo come in tutti gli altri, dei suoi diritti regali, inducendola ad abbandonarli sempre pi nelle mani dei principi e delle citt, in Francia, al contrario, dal regno di Filippo Augusto essa non cess di riguadagnare il terreno perduto. In quel paese pi che in ogni altro, la sua prerogativa monetaria le era stata carpita dal feudalesimo. Sotto i primi Capetingi, circa 300 vassalli si erano appropriati del diritto di coniazione. Uno degli intenti pi costanti della corona fu quello di riprenderglielo non appena ne avrebbe avuto la forza. Essa manovr cos bene che all'inizio del quattordicesimo secolo soltanto una trentina di feudatari conservava il diritto di conio, e nel 1320-1321 Filippo il Lungo concep il prematuro progetto di istituire una sola moneta in tutto il regno. [[P. LEHUGEUR, Histoire de Philippe le Long, p. 368 (Parigi 1897).]]

Recuperando il loro diritto regio sulla moneta, i re erano guidati soltanto da considerazioni di sovranit. L'idea di porre fine agli abusi del feudalesimo e di salvaguardare la "legalit" del denaro era talmente estranea al loro modo di pensare che essi consideravano la moneta semplicemente uno dei pi preziosi proventi del loro regno. Tornando a essere regia, quest'ultima non godette di una stabilit sensibilmente maggiore che in precedenza. Di regno in regno, la qualit del denaro continu ad alterarsi. Si moltiplicarono i decreti che, secondo i bisogni della corona, aumentavano il suo valore nominale, mentre il valore intrinseco era in costante ribasso. Si alzava o si abbassava il corso delle monete a seconda che il re dovesse riscuotere o rimborsare. Sotto questo aspetto, Filippo il Bello non fece che conformarsi a una pratica corrente. Le fluttuazioni erano ininterrotte, e il cronico disordine della circolazione potrebbe indurci a credere che ogni forma di commercio fosse divenuta perci impossibile, se l'esempio della nostra epoca non ci avesse messo sotto gli occhi perturbazioni altrettanto profonde.

La tecnica rudimentale del conio contribuiva ulteriormente ad alimentare quel caos. Essa non era in grado di dare ai pezzi che uscivano dalle zecche un peso e un formato identici. I tosatori avevano dunque buon gioco nel rubacchiare sul metallo del contante in circolazione. Aggiungiamo infine che neanche la prospettiva di essere bolliti vivi riusciva a distogliere i falsari dalla tentazione di sfruttare uno stato di cose che li favoriva straordinariamente.

Comparsa del grosso

Sul finire del dodicesimo secolo, il disordine monetario era arrivato a tal punto che si imponeva una riforma.  significativo che sia stato il pi grande centro commerciale del tempo, Venezia, a prendere l'iniziativa. Nel 1192, il doge Enrico Dandolo vi faceva emettere una moneta di tipo nuovo, il grosso o matapan, che pesava poco pi di 2 grammi d'argento e valeva 12 vecchi denari. Il grosso equivale dunque al soldo carolingio, ma con la differenza che il soldo, inizialmente semplice moneta di conto, diventa una moneta reale. Il sistema di Carlo Magno non  abbandonato e l'innovazione rimane fedele alla ripartizione da lui istituita. Essa si limita a trarre le conseguenze della decadenza continua del denaro, sostituendole un nuovo denaro, dodici volte pi forte, donde il nome di grossus, e che di fatto corrisponde esattamente all'antico soldo, il quale, da semplice cifra che era stata fino ad allora, diventa parte integrante della moneta contante. In altri termini, il nuovo sistema rimane fedele all'antico, a parte il fatto di trasporlo in un valore metallico dodici volte superiore. Del resto, il nuovo denaro non abroga il vecchio: gli si giustappone come moneta commerciale, confinandolo di fatto al rango di semplice moneta spicciola.

Il grosso veneziano rispondeva cos bene al desiderio dei mercanti che fu subito imitato nelle citt della Lombardia e della Toscana. Intanto, anche a nord delle Alpi si cercava di porre rimedio alla perversione monetaria, divenuta intollerabile. In Germania, dove sembra essere stata peggiore che in ogni altro paese, gli Heller, cosiddetti a causa della citt di Hall in Svevia, dove furono inizialmente coniati, fecero conoscere un nuovo denaro superiore per peso e titolo. Un denaro migliorato era anche lo sterling, che compare in Inghilterra alla fine del dodicesimo secolo. Ma  la Francia che, ispirandosi all'esempio italiano, arriva alla definitiva soluzione. Nel 1266, Luigi nono creava il "grosso tornese" (grossus denarius turonensis). Poco tempo dopo gli si affiancava il "grosso parisis", il cui valore era di un quarto superiore a quello del tornese. Queste due monete si diffusero subito in tutta l'Europa, come vi si diffondevano nella stessa epoca l'arte gotica e la letteratura cavalleresca e cortese di Francia. Le fiere della Champagne diedero certamente un grande contributo a questa propagazione, che le trasform in autentiche monete internazionali. Se ne coniarono subito nella Fiandra, nel Brabante, nella regione di Liegi, in Lorena. A partire dal 1276, il grosso tornese, che in tedesco si chiama groschen, appare nella valle della Mosella; in seguito, prima della fine del tredicesimo secolo, raggiunge Colonia, da cui si diffonde nelle regioni germaniche al di l del Reno, come pure nel Nord dei Paesi Bassi.

Alla straordinaria fortuna del grosso tornese corrisponde quella pressoch uguale dello sterling inglese, migliorato alla fine del tredicesimo secolo e, come il primo, imitato subito in Germania e nei Paesi Bassi. Si pu dunque ritenere che, con l'avvento del grosso, si apra una fase nuova nella storia monetaria. Non c' rottura con il sistema carolingio, ma un semplice sforzo di adattarlo ai bisogni del commercio, e il successivo ritorno alla moneta aurea  un'ulteriore prova della necessit di fornire al commercio uno strumento di scambio in grado di far fronte alle sue crescenti esigenze.

Ripresa del conio dell'oro

Dall'undicesimo secolo in poi, il traffico mediterraneo aveva cominciato a diffondere, prima in Italia, poi a nord delle Alpi, monete d'oro arabe o bizantine. Ma queste monete, "iperperi", "bisanti" o "marabottini", il pi delle volte erano tesaurizzate dai loro detentori: sembra siano servite come mezzi di pagamento solo in casi eccezionali e che prevedevano esborsi straordinari. [[Sull'uso dell'oro prima della ripresa del suo conio, vedere M. BLOCH, Le problme de l'or au Moyen Age, in "Annales d'histoire conomique et sociale", 1933, p. 1 sgg. L'autore insiste sulla contraffazione della coniazione aurea straniera da parte di certi principi. Ma non risulta che il commercio abbia fatto ricorso a quell'oro. Esso sembra essere servito soprattutto ai pagamenti e ai prestiti dei grandi signori, insomma in casi eccezionali.]] Nel 1071, per esempio, in cambio dell'enorme somma di 500 bisanti d'oro, la contessa Richilde di Hainaut vendette il suo feudo di Chevigny all'abate di Saint-Hubert. [[La chronique de Saint-Hubert, dite Cantatorium, a cura di K. Hanquet, p. 68 (Bruxelles 1906).]] Nel commercio corrente, non risulta che l'oro sia stato in uso fin da quell'epoca, bench le transazioni dei naviganti italiani con il Levante debbano aver fatto loro conoscere assai presto i vantaggi del suo impiego, e suscitato in essi il desiderio di vederlo coniare anche nelle loro patrie.

Nel 1231, Federico il faceva coniare nel regno di Sicilia i mirabili "Augustales" d'oro, che sono il capolavoro della numismatica medievale, ma la cui diffusione non ha superato le frontiere dell'Italia meridionale. Soltanto nel 1252, l'emissione da parte di Firenze dei primi fiorini d'oro, il cui nome si deve al giglio che vi era inciso, emblema della citt, apr decisamente la strada all'espansione della moneta aurea in Occidente. Genova la segu a ruota. Nel 1284, Venezia istituiva con il suo ducato o zecchino una replica del fiorino. Queste due belle monete, identiche col loro peso di 3 grammi e mezzo, corrispondevano al valore di una libbra di grossi d'argento, cos come il grosso corrispondeva al valore dell'antico soldo. E cos, come il soldo, anche la libbra, grazie al conio dell'oro, si trasformava da moneta di conto in moneta effettiva. Il denaro che, in epoca carolingia, era stata l'unica moneta corrente, si era ridotto a una semplice moneta divisionaria. La chiusura del Mediterraneo nell'ottavo secolo aveva imposto per lungo tempo all'Europa occidentale il denaro argenteo; con la riapertura di quel mare, la moneta aurea vi riprendeva il suo posto e la sua funzione.

La superiorit economica dell'Italia spiega a sufficienza perch essa abbia preso l'iniziativa nell'emissione della moneta aurea, come l'aveva presa nell'emissione del grosso. Ma, nell'uno come nell'altro caso, l'Europa non poteva tardare a uniformarsi al suo esempio. L'imitazione fu, nel caso dell'oro, persino pi rapida di quanto non fosse stata per il grosso, e deve essere attribuita al crescente progresso delle relazioni commerciali. Con ogni probabilit nel 1266, ossia nello stesso anno che aveva visto nascere il grosso tornese, Luigi nono emetteva i primi "denari d'oro" che siano circolati a nord delle Alpi, e questi furono seguiti da una produzione ininterrotta, sotto i suoi successori, di una considerevole quantit di contante in metallo giallo. La sua iniziativa contagi tutto il continente nel corso del quattordicesimo secolo. In Spagna, il conio regolare dell'oro risale ad Alfonso undicesimo di Castiglia (1312-1350); nell'Impero, la Boemia anticipa tutti nel 1325; in Inghilterra, Edoardo in, nel 1344, mette in circolazione dei fiorini d'oro. Nei Paesi Bassi, dove il commercio  cos intenso, le monete d'oro si coniano in Fiandra sotto Luigi di Nevers, gi prima del 1337; nel Brabante, sotto Giovanni terzo ( 1312-1355); nella regione di Liegi, sotto Engelberto della Marck (1345-1364); in Olanda, sotto Guglielmo quinto (1346-1389); in Gheldria, sotto Rinaldo terzo (1343-1371).

La creazione del grosso e il conio dell'oro hanno risanato la circolazione monetaria, ma gli abusi di cui questa aveva sofferto fino ad allora non hanno avuto fine. I re e i principi hanno continuato ad alterare le monete e a imporre loro arbitrariamente corsi fittizi. Il loro valore non ha cessato di seguire una curva discendente. Insomma, la politica ha sacrificato l'economia al fisco. I primi appelli che un Nicola di Oresme far nel quattordicesimo secolo per una migliore definizione delle cose resteranno inascoltati. Passeranno molti secoli prima che i governi comincino ad applicare i princpi di una vera amministrazione monetaria.

[[Bibliografia: M. PROU, Les monnaies carolingiennes (Parigi 1896); A. LUSCHIN VON EBENGREUT, Allgemeine Mnzkunde und Geldgeschichte (Monaco-Berlino 19262); W. A. SHAW, The history of currency, 1252-1894 (Londra 1895); A. BLANCHET e A. DIEUDONN, Manuel de numismatique franaise (Parigi 1912-1916, 2 voll.); H. VAN WERVEKE, Monnaie, lingots ou marchandises?, in "Annales d'histoire conomique et sociale", t. IV (1932); A. LANDRY, Essai conomique sur les mutations des monnaies dans l'ancienne France de Philippe le Bel  Charles VII (Parigi 1910); E. BRIDREY, La thorie de la monnaie au XIVe sicle. Nicole Oresme (Parigi 1906).]]

IV. IL CREDITO E IL COMMERCIO DEL DENARO

Antichit del credito

La teoria che individua nello sviluppo commerciale tre fasi successive, la prima caratterizzata dallo scambio in natura (Naturalwirtschaft), la seconda dalla moneta (Geldwirtschaft), la terza dal credito (Kreditwirtschaft),  stata a lungo in voga. Tuttavia, l'osservazione dei fatti avrebbe dovuto assai presto mettere in luce che essa non corrisponde assolutamente alla realt, ma  soltanto una manifestazione di quello spirito sistematico che ha cos spesso influenzato la storia economica.

Se  indiscutibile che il credito ha avuto un ruolo sempre pi importante,  altrettanto vero che il suo intervento pu essere colto in tutte le epoche. Fra queste esiste dunque, rispetto al credito, una differenza quantitativa, non di natura. [["Sale credit of which the existence has been generally denied, in reality formed the financial basis of the medieval trade. As to the other forms of credit their existence was never doubted but their function was wrongly interpreted" ("La vendita a credito la cui esistenza  stata a lungo negata, in realt formava la base finanziaria del commercio medioevale. Per quanto riguarda le altre forme di credito, la loro esistenza non  stata mai messa in dubbio, ma la loro funzione  stata mal interpretata"), postan. Credit in medieval trade, cit., p. 261.]]

Prestiti di consumo degli istituti ecclesiastici

Ovviamente, durante il periodo agricolo del Medioevo non si pu parlare di credito commerciale propriamente detto. Non si vede come quest'ultimo avrebbe potuto svilupparsi in un'epoca di commercio sporadico e occasionale e in assenza di una classe di mercanti di professione. In compenso, non c' dubbio che, per essere limitata ai bisogni di una societ con un'economia rurale senza sbocchi, l'azione del credito non ha mancato di essere considerevole. Essa lo  stata al punto che sarebbe addirittura impossibile comprendere come l'aristocrazia terriera, su cui si fondava allora l'organizzazione sociale, sarebbe riuscita a sopravvivere senza il suo aiuto. Grazie al credito, infatti, essa  stata in grado di resistere alle ripetute crisi in cui la faceva precipitare il periodico ritorno delle carestie.

La Chiesa  stata l'indispensabile sovvenzionatrice dell'epoca. Si  gi visto come soltanto essa possedesse un capitale mobiliare che ne faceva una potenza finanziaria di prim'ordine. Le cronache abbondano di notizie sulla ricchezza dei santuari monastici, che traboccavano di reliquiari, di candelieri, di ostensori, di tabernacoli fabbricati grazie al metallo prezioso proveniente dalle offerte, grandi o piccole, che la devozione dei fedeli faceva affluire nelle mani dei monaci, rappresentanti terreni di quei santi onnipotenti, il cui intervento sarebbe stato tanto pi sicuro quanto pi generosi ci si fosse mostrati verso i loro servitori. Ogni chiesa di una certa fama disponeva dunque di un tesoro che, oltre a conferire maggior fasto al culto, costituiva anche un'abbondante riserva di ricchezza. In caso di bisogno, bastava far fondere qualche oggetto prezioso e inviarne il metallo alla vicina zecca per procurarsi una quantit equivalente di denaro contante. Si tratta di una pratica cui i monasteri hanno fatto ricorso, non solo per se stessi, ma anche per altri. Se un vescovo doveva far fronte a una spesa straordinaria, vuoi per l'acquisto di un possedimento, vuoi per il servizio del sovrano, si rivolgeva alle abbazie della sua diocesi. Esempi di simili prestiti abbondano. Quando, nel 1096, il vescovo di Liegi Otbert compr i castelli di Bouillon e di Couvin, le chiese della diocesi sostennero le spese dell'operazione. [[PIRENNE, Histoire de Belgique, t. I, 5a ed., p. 139.]]

Ma era soprattutto in tempo di carestia che si attingeva ai tesori dei monasteri. Per i signori dei dintorni che avevano esaurito le loro riserve e dovevano procurarsi i viveri indispensabili pagando in denaro, essi svolgevano la funzione di veri e propri istituti di credito. Anticipavano i fondi necessari contro il pegno di un bene fondiario del debitore, che garantiva cos il saldo del suo debito. Si chiamava "pegno vivo" quello in cui le rendite del bene impegnato via via si deducevano dal capitale prestato, e "pegno morto" quello i cui frutti andavano al prestatore senza pregiudizio dell'integrale rimborso. Nell'uno come nell'altro caso, il divieto di usura era rispettato, poich il denaro prestato non produceva in s alcun interesse.

Questo genere di operazioni, che furono innumerevoli fino al tredicesimo secolo, riguardano unicamente prestiti di consumo, vale a dire prestiti contratti per necessit vitali. Si chiede il prestito soltanto nell'urgenza del bisogno: il denaro ricevuto sar subito speso, dimodoch, in queste condizioni, ogni prestito equivale a un impoverimento. Vietando l'usura per motivi religiosi, la Chiesa ha dunque reso un grandissimo servigio alla societ agricola dell'alto Medioevo. Le ha risparmiato la piaga dei debiti alimentari, che aveva provato tanto dolorosamente l'antichit. La carit cristiana ha potuto qui applicare in tutto il suo rigore il precetto del prestito non remunerativo, e il mutuum date nihil inde sperantes si  perfettamente adattato alla natura stessa di un'epoca in cui il denaro non  ancora uno strumento di ricchezza e ogni guadagno connesso al suo impiego non pu che apparire come un'estorsione.

La rinascita del commercio, svelando la produttivit del capitale mobiliare, era destinata a far sorgere problemi ai quali si cercarono invano soluzioni soddisfacenti. Sino alla fine del Medioevo, la societ non si sarebbe pi sottratta all'angoscia del terribile dilemma dell'interesse, in cui pratica degli affari e morale ecclesiastica si scontrano frontalmente. In mancanza di meglio, si cerc di tirare avanti a furia di compromessi e di espedienti.

Origini del credito commerciale

I documenti sono troppo rari per permetterci di sapere in quali condizioni sia nato il credito commerciale. In ogni caso, non si possono nutrire dubbi sull'esistenza fin dall'undicesimo secolo di un numero gi considerevole di mercanti che disponevano di capitali liquidi. Un esempio  costituito dai mercanti di Liegi, che nel 1082 anticiparono all'abate di Saint-Hubert le somme necessarie per l'acquisto di un feudo. [[Chronique de Saint-Hubert, cit, p. 121.]] Sebbene si ignori tutto del contratto fra le parti,  impossibile sostenere che il prestito sia stato gratuito. Evidentemente, i prestatori vi hanno acconsentito solo in cambio di vantaggi che avranno considerato sufficientemente remunerativi, e si stenta a credere che si siano astenuti da ogni specie di usura.

Comunque sia, la pratica di quest'ultima  un fatto assolutamente comune attorno alla met del dodicesimo secolo. Si possiedono notizie sufficienti di un borghese di Saint-Omer, Guillaume Cade (morto verso il 1166), per poter arguire che si sia dedicato tanto al commercio delle merci quanto al commercio del denaro. Lo si vede dedito a vere e proprie operazioni a termine, per esempio quando paga in anticipo a certe abbazie inglesi la lana delle loro pecore, e bisogna riconoscere che, agendo cos, non faceva che conformarsi all'usanza generale di tutti i grandi commercianti della sua epoca.

Del resto, non mancano testimonianze che dimostrano la frequenza degli acquisti e delle vendite a credito nel commercio all'ingrosso delle spezie, del vino, della lana, dei tessuti ecc.

Prime forme del credito in Italia

L'insufficienza della circolazione monetaria non permetterebbe di concepire le possibilit del grande commercio, se quest'ultimo non avesse fatto ricorso al credito come a una normale operazione. L'Italia, dove l'attivit economica si  sviluppata assai pi precocemente che sul continente, ci fornisce in proposito prove inoppugnabili. Gi nel decimo secolo, i Veneziani investono denaro negli affari marittimi, e, non appena Genova e Pisa si dedicano alla navigazione, anche in queste citt si vede un gran numero di nobili e di borghesi rischiare i propri capitali in mare. La modestia delle somme investite non deve creare illusioni sulla rilevanza finanziaria di quelle operazioni. Per distribuire i rischi, si investiva contemporaneamente in "parti" di carichi relativi a parecchie navi. La forma societaria della commenda, cos florida gi nel dodicesimo secolo, permette di rendersi perfettamente conto di quale fosse il ruolo del credito commerciale. L'accomandante anticipa all'accomandatario, mediante una partecipazione agli eventuali utili, un capitale che quest'ultimo far fruttare all'estero. Il pi delle volte, la parte spettante al primo costituisce i tre quarti, quella spettante al secondo un quarto degli utili complessivi. [[Secondo BYRNE, Genoese Trade, nel dodicesimo secolo l'utile normale delle compagnie genovesi era del 25%.]] L'assicurazione marittima, di cui i documenti genovesi ci rivelano l'esistenza fin dal dodicesimo secolo,  un'altra applicazione del credito. Ma per illustrare le numerose modalit che gi all'epoca la pratica del credito presenta, bisognerebbe sconfinare nella sfera del diritto commerciale assai pi largamente di quanto sia possibile fare in questa sede. Tutto fa credere che i suoi primi progressi siano comunque dovuti agli armatori italiani, e in modo particolare a quelli genovesi. Grazie a loro, il credito si  esteso dalle operazioni marittime alla pratica finanziaria.

Le societ dedite al commercio terrestre si sono sviluppate un po' meno rapidamente di quelle sorte grazie al traffico marittimo. Nelle citt mercantili italiane del dodicesimo secolo, esse appaiono ovunque in piena attivit. Le lettere di credito sono gi allora d'uso corrente. Si  gi avuta in precedenza occasione di mostrare la funzione essenziale da esse ricoperta nelle transazioni che avvenivano nelle fiere della Champagne. Le obbligazioni, alle quali bisogna ricollegare le origini della cambiale, erano redatte sia da notai, in Italia e nel sud della Francia, sia da scrivani degli scabinati nella Fiandra.

L'istruzione dei mercanti e il credito

Lo sviluppo degli strumenti del credito presupponeva necessariamente che i mercanti sapessero leggere e scrivere. L'attivit commerciale fu certamente la causa della creazione delle prime scuole destinate ai figli della borghesia. In un primo tempo, questi ultimi dovettero essere affidati alle scuole monastiche, dove apprendevano i rudimenti del latino necessari alla corrispondenza commerciale. Ma non  difficile comprendere che n lo spirito n l'organizzazione di quelle scuole le rendevano adatte a trasmettere le nozioni pratiche necessarie ad allievi destinati alla vita commerciale. Perci le citt aprirono, a partire dalla seconda met del dodicesimo secolo, piccole scuole che possono essere considerate il punto di partenza dell'insegnamento laico nel Medioevo. Il clero non manc di contrastare l'intervento del potere secolare in un campo che fino a quel momento gli era appartenuto in esclusiva. Se non riusc a impedire una novit divenuta indispensabile alla vita sociale, riusc almeno, e quasi ovunque, a sottoporre le scuole cittadine alla vigilanza dei suoi canonici, senza tuttavia poter ostacolare la nomina dei maestri da parte dell'autorit municipale.

 fuori discussione che nel tredicesimo secolo la maggior parte dei mercanti dediti al commercio internazionale possedeva un grado di istruzione abbastanza elevato. Certamente, si deve in gran parte alla loro iniziativa la sostituzione delle lingue volgari al latino nei documenti privati. In ogni caso,  sintomatico che questa sostituzione sia iniziata proprio dai paesi pi avanti nello sviluppo economico: l'Italia e la Fiandra. Come  noto, la pi antica carta redatta in francese appartiene a questa ultima. In Italia, la pratica della scrittura era cos profondamente presente nella vita commerciale che la consuetudine di tenere libri contabili da parte dei mercanti sembra essere stata, se non obbligatoria, quanto meno generalizzata nel tredicesimo secolo. Dall'inizio del secolo successivo, essa si diffuse in tutta l'Europa. I libri contabili dei fratelli Bonis a Montauban cominciano dal 1339 [[ED. FORESTI, Le livre de comptes des frres Bonis, marchands montalbanais du quattordicesimo sicle (Parigi-Auch 1890-1893, 2 voll.).]] e quello di Ugo Teralh a Forcalquier [[P. MEYER, Le livre journal de maitre Ugo Teralh, notaire et drapier  Forcalquier (1330-1332), in "Notices et extraits des manuscrits de la Bibliothque Nationale" ecc., t. XXXVI (1898).]]  degli anni 1330-1332. La Germania, dal canto suo, ci ha conservato fra gli altri gli Handlungsbcher di Johann Tlner di Rostock, [[K. KOPPMANN, Johann Tlners Handlungsbuch von 1345-1350 (Rostock 1885).]] di Vicko von Geldersen di Amburgo, [[H. NIRRNHEIM, Das Handlungsbuch Vickos von Geldersen (Amburgo-Lipsia 1895).]] di Hermann e Johann Wittenborg di Lubecca; [[E. MOLLOW, Das Handlungsbuch von Hermann und Johann Wittenborg (Lipsia 1901).]] il pi antico di tutti, quello dei Warendorp,  anch'esso di Lubecca. [[F. RORIG, Hansische beitrge zur deutschen Wirtschaftsgeschichte, cit. Per Bruges si possiedono sette libri contabili del cambiavalute Collard de Marke (1366-1369). R. DE ROOVER, Considrations sur les livres de comptes de C. de M., in "Bulletin de l'cole suprieure de commerce Saint-Ignace  Anvers" (1930).]] All'inizio del tredicesimo secolo, Leonardo Pisano (Leonardo Fibonacci) redigeva un manuale di aritmetica a uso dei mercanti.

Indubbiamente, anche la conoscenza delle lingue straniere era diffusissima tra gli uomini d'affari. Fra queste, il francese aveva pressappoco il ruolo che ai nostri giorni appartiene all'inglese nelle relazioni economiche. Non c' dubbio che le fiere della Champagne abbiano contribuito largamente a generare questa situazione. Ci sono pervenuti piccoli manuali di conversazione redatti a Bruges, attorno alla met del quattordicesimo secolo, con lo scopo di favorirne l'apprendimento. [[Le livre des mtiers de Bruges et ses drivs. Quatre anciens manuels de conversation, pubblicati da J. gessler (Bruges 1931).]] Accanto al francese, il latino conserva d'altra parte la sua funzione di lingua internazionale, soprattutto per i rapporti fra popoli di lingua romanza e di lingua germanica.

Il commercio e il credito

I progressi dell'istruzione appaiono strettamente legati a quelli del credito, e d'altronde si pu constatare, per esempio in Italia, che essi furono tanto pi rapidi quanto pi il credito era sviluppato. I documenti commerciali che ci sono pervenuti attestano quanto fossero numerosi i pagamenti a lunga scadenza. Per farsene un'idea, basta sfogliare i libri contabili menzionati in precedenza. Eppure quei libri riguardano soltanto il commercio al minuto. Il quadro che ci presenterebbero gli analoghi documenti relativi al commercio all'ingrosso sarebbe certamente ancor pi sorprendente. Non  possibile pensare che i mercanti che compravano centinaia di balle di lana in Inghilterra abbiano potuto pagarle prima di aver venduto le stoffe che quella lana permetteva loro di far fabbricare. Insomma, possediamo informazioni sufficienti per poter affermare che i grandi mercanti si trovavano l'un l'altro in costanti rapporti debitori e creditori. Bench un'opinione troppo a lungo dominante abbia attribuito al credito commerciale del Medioevo una funzione quasi trascurabile, bisogna al contrario ammettere che il credito vi ha esercitato un'azione preponderante.

Certamente, esso non si diffuse con la stessa ampiezza in tutti i paesi. Il suo intervento nella Germania d'oltre Reno, sino alla fine del tredicesimo secolo,  molto meno esteso di quanto sia stato nella Fiandra e soprattutto in Italia, ed  un errore di metodo generalizzare a tutta l'Europa, come troppo spesso si  fatto, ci che  vero soltanto per quest'ultimo paese. Per comprendere la portata di un fenomeno, bisogna studiarlo l dove si  manifestato con maggior vigore.  inammissibile voler ridurre l'attivit economica delle grandi citt fiamminghe o italiane a quella dei porti dell'Hansa del tredicesimo secolo, o di citt di secondo piano come Francoforte sul Meno.

Bisogna per aggiungere che sarebbe altrettanto inammissibile esagerare l'importanza del credito commerciale nel Medioevo al punto di paragonarla a quella raggiunta ai nostri giorni oppure alla fine del quindicesimo secolo. Bench sia stato essenziale, esso era naturalmente ristretto entro i confini che gli imponeva un territorio economico limitato a ovest dalle coste dell'Atlantico, e che a est non andava oltre le rive del Mediterraneo, del Mar Nero e del Baltico. Peraltro, non si pu dire che il credito sia stato favorito dal potere centrale dei grandi Stati, e per finire non  stato in grado, per cause che si vedranno pi avanti, di influenzare seriamente l'organizzazione della produzione industriale.

Il commercio del denaro

Il credito commerciale impegn soltanto una parte dei capitali circolanti. La parte di gran lunga maggiore fu investita nei prestiti alle autorit pubbliche o ai privati. Le operazioni bancarie del Medioevo sono state essenzialmente operazioni di prestito; la storia del commercio del denaro di quell'epoca  fatta quasi esclusivamente di queste ultime.

Questo stesso commercio del denaro  una mera conseguenza della nuova stagione commerciale inauguratasi nei secoli undicesimo e dodicesimo. I primi banchieri medievali sono, in parte, discendenti di quei cambiavalute (Cambitores) che l'eterogeneit della circolazione monetaria non tard a far nascere, e che si arricchirono rapidamente praticando una professione che per forza di cose sfuggiva a ogni controllo; gli altri, molto pi numerosi, sono i grandi mercanti che hanno trovato il modo di impiegare i loro sovrabbondanti capitali nel prestito. Osserviamo del resto che la banca non si  mai interamente separata dal commercio delle mercanzie, ma si  per cos dire innestata su di esso. Fu solo uno strumento che permise di utilizzare riserve di capitali.

In linea di massima, il banchiere del Medioevo  al tempo stesso un prestatore e un negoziante. La costituzione di grandi patrimoni commerciali nel corso del dodicesimo secolo doveva immancabilmente importi subito all'attenzione dei re, dei principi, dell'aristocrazia e perfino della Chiesa. Tutti, in effetti, soffrivano della crisi finanziaria provocata dai progressi dell'attivit economica e dalla continua crescita delle spese indotte da un genere di vita pi raffinato. Per loro era molto pi pratico e conveniente farsi anticipare il denaro da quei mercanti che ne erano pieni, piuttosto che dare in pegno le loro terre alle abbazie o mandare a fondere gli oggetti preziosi alla zecca. D'altra parte, i mercanti non potevano certo resistere alla loro domanda. Sarebbe stato troppo pericoloso rifiutare un prestito a clienti capaci di esercitare una grande autorit politica e sociale. Evidentemente, quella stessa autorit poteva mettere a repentaglio il rimborso delle somme arrischiate mettendole nelle loro mani. Ma per garantirsi bastava convenire un interesse il cui tasso fosse tale da compensare le perdite risultanti dai debiti non onorati. Tutto considerato, se i rischi erano grandi (ma erano forse maggiori di quelli del commercio internazionale, sottoposto all'alea delle guerre, dei naufragi, dei pirati e dei predoni?), la prospettiva dei profitti era allettante. A partire dal dodicesimo secolo, essa deve aver sedotto quasi tutti i nuovi ricchi.  evidente che dalle fonti disponibili possiamo desumere tracce modestissime dei prestiti dell'epoca, i cui contratti erano distrutti dopo il rimborso. Dobbiamo solo al caso le poche informazioni che ci sono pervenute, le quali, per quanto rare, ci permettono nondimeno di valutare l'ampiezza dei crediti aperti dai mercanti alla loro clientela.

Operazioni finanziarie dei mercanti

Attorno al 1160, Guillaume Cade fornisce al re d'Inghilterra e a parecchi nobili somme considerevoli. [[Su queste operazioni, vedere l'opera di H. JENKINSON citata nella nota 36.]] A Gand, Jean Rynvisch e Simon Saphir fanno lo stesso nei confronti di Giovanni Senzaterra. [[Gi nel 1176, prelati inglesi contraggono prestiti considerevoli presso "mercatores Flandriae". A. SCHAUBE, Handelsgeschichte der Romanischen Vlker, cit., p. 393.]] Nella stessa epoca, Arras  celebre per i suoi prestatori di denaro.

Atrebatum... urbs... piena

Divitiis, inhians lucris et foenore gaudens. [[Guglielmo il Bretone, Philipis (Mon. Germ. Hist. Script., t. XXVI, p. 321). ("Atrebatum... citt... piena di ricchezze, avida di guadagni s'ingrassa con l'usura").]]

I Louchard, che erano i pi ricchi, hanno lasciato un nome leggendario nei Paesi Bassi e i Crespin hanno goduto di una fama quasi pari alla loro. La poesia artesiana conserva ancora per noi l'impressione che la loro ricchezza e il loro amore del guadagno hanno esercitato sui contemporanei. [[A. GUESNON, La satire  Arras au XIIIe sicle, dans le Moyen Age (1889 e 1900). Sulla nomea di cupidigia e di ricchezza degli Artesiani all'inizio del dodicesimo secolo, si veda Guiberto Di Nogent, Histoire de sa vie, a cura di G. Bourgin, p. 223.]]

All'inizio del tredicesimo secolo, tutta l'alta nobilt del bacino della Schelda  indebitata con i borghesi delle citt. Accanto a quelli dell'Artois, si trovano prestatori fra i borghesi di Lens, di Douai, di Tournai, di Gand, di Valenciennes, di Ypres ecc., e nell'elenco dei loro debitori figurano le contesse Giovanna e Margherita di Fiandra, il conte Guido di Dampierre, i suoi figli Roberto e Giovanni, quest'ultimo vescovo di Liegi, il conte d'Artois Roberto il, il signor di Termonde e molti altri. Le somme anticipate variano da 60 a 14.000 libbre, ma le stesse persone tornano continuamente alla carica. Dal 1269 al 1300, l'ammontare dei debiti conosciuti di Guido di Dampierre raggiunge il totale di 55.813 libbre soltanto nella contea di Fiandra, e chiss quanti altri debiti da lui contratti saranno rimasti ignoti. Il rimborso generalmente si conviene alla scadenza di un anno e sotto la garanzia di mallevadori. Talvolta si tratta di ricchi borghesi, talvolta di grandi personaggi come il procuratore di Arras, quello di Bthune, il signor di Audenarde, talvolta, infine, e pi frequentemente, la citt di Bruges. Capita anche che la garanzia sia costituita da immobili del debitore.

Le citt non sono meno inclini della nobilt al prestito. Grandi o piccole che siano, hanno fatto continuamente ricorso alla borsa dei mercanti. Dall'ottobre del 1284 al febbraio del 1305, in dieci riprese, Bruges ha ottenuto anticipi che ammontano a pi di 460.000 libbre. [[G. BIGWOOD Les financiers d'Arras, cit., t. I, p. 99.]]

Gli istituti religiosi avevano necessit meno ingenti. Tuttavia, anch'essi si rivolgevano continuamente al credito. Il diario delle visite pastorali di Eudes Rigaud (1248-1269) ci rivela che quasi tutti i conventi della Normandia erano indebitati.

Il prestito a interesse

Tutto ci basta a dimostrare la vastit assunta dalle operazioni creditizie, inizialmente originate dall'esistenza del capitale mobile costituito dal commercio. Lo spettacolo che sotto questo aspetto ci presentano i Paesi Bassi si replica in tutta Europa con semplici differenze introdotte, secondo le regioni, dalla vivacit pi o meno intensa della vita economica. Ovunque si trovi, il denaro  sicuro di trovare un impiego tanto pi lucrativo quanto maggiore  la sua domanda. Ogni somma anticipata frutta al prestatore una remunerazione, la quale altro non  che l'usura o, per impiegare l'espressione moderna, l'interesse. Le registrazioni contabili delle citt, come pure le scritture contabili private, non temono di fare ricorso all'odioso termine di usura. In compenso, si preferisce dissimulare la realt nei documenti destinati al pubblico. Solitamente, il debitore si impegnava a pagare alla scadenza una somma superiore a quella realmente ottenuta; la differenza costituiva l'interesse. Nel cosiddetto prestito admanaium, la somma che si intende dovuta  esattamente quella versata. Il giorno della scadenza, il debito deve essere estinto; se ci non avviene, si rinnova a ogni scadenza, e cos via fino alla completa remissione. Doveva per essere concordato che il prestatore non stato pagato nel giorno fissato, dimodoch la percezione dell'usura sarebbe stata camuffata da riscossione di una penalit per ritardato pagamento. [[Ivi, p. 441.]] In genere, il tasso di interesse oscillava dal 10 al 16%. Poteva accadere che scendesse al 5%, ma talvolta saliva al 24% e anche oltre. Il rischio pi o meno grande che il credito comportava influiva naturalmente sulla cifra convenuta.

Progressi del credito in Italia

Il commercio del denaro, quale fu praticato dai mercanti del Nord, i Cade, i Louchard, i Crespin e i loro emuli, qualunque ne fosse l'entit, si manifestava tuttavia in forme estremamente primitive. Sembra si riducesse a contratti individuali tra i detentori del capitale e i loro clienti. Non risulta che i finanzieri di Arras o quelli delle altre citt fiamminghe si siano costituiti in societ. "Agiscono sia soli, sia il pi delle volte in gruppi di due o tre interessati, tra i quali esiste certamente una momentanea associazione, ma non un contratto regolare di societ". [[Ivi, p. 178.]] Non hanno n rappresentanti fuori citt n istituti con cui sono in corrispondenza. Non sembra neppure che siano in rapporti con le banche e con i cambiavalute delle fiere della Champagne, perch il rimborso delle somme anticipate si pattuisce regolarmente presso il loro stesso domicilio. D'altra parte, non si incaricano n di ricevere fondi in deposito, n di effettuare pagamenti all'estero, n di scontare effetti cambiari.

Tutte queste operazioni, al contrario, gli Italiani le conoscevano gi a partire dal dodicesimo secolo, e nel secolo successivo le avevano portate al pi alto grado di sviluppo compatibile con le condizioni sociali del tempo. La loro superiorit sui capitalisti del Nord era troppo schiacciante perch questi ultimi non si vedessero costretti a cedere loro il posto e, da finanzieri, ridursi verso la fine del tredicesimo secolo a opulenti benestanti, otiosi che si limitavano ad amministrare la loro fortuna personale, ad acquistare immobili e a incamerare rendite.

I finanzieri italiani nel Nord

Gi nel tredicesimo secolo, come si  visto, i mercanti del Nord e dell'Italia frequentavano le fiere della Champagne e le fiere della Fiandra. L'importanza che per loro assumeva l'industria tessile, i cui prodotti si esportavano sempre pi abbondantemente verso il sud dell'Europa, indusse presto molti di loro a stabilirsi nella regione, arrivando ad affiliarsi alla borghesia locale. Certamente consapevoli del vantaggio che la propria organizzazione e la tecnica finanziaria assicuravano loro sugli indigeni in materia di finanza, fecero loro una concorrenza vittoriosa. Le potenti compagnie cui appartenevano li appoggiavano a distanza con l'apporto dei loro capitali. A partire dalla seconda met del tredicesimo secolo, sono tutte rappresentate nei Paesi Bassi. Vi si trovano soci o agenti dei Salimbene, dei Buonsignori, dei Gallerani di Siena, dei Frescobaldi, dei Pucci, dei Peruzzi, dei Bardi di Firenze, degli Scotti di Piacenza, e accanto a loro si notano mercanti di Genova, di Pistoia, di Cahors in Linguadoca. Bisogna aggiungere che tutti questi meridionali possono contare su un'istruzione commerciale, su una pratica nelle transazioni di cambio e di credito, su una conoscenza delle grandi piazze commerciali d'Europa con cui sono in relazione che li rendono senza pari. Non sorprenda dunque se, dopo la battaglia di Bouvines, la contessa Giovanna, per procurarsi le somme necessarie al riscatto di suo marito Ferrante di Portogallo, prigioniero di Filippo Augusto, si rivolge al credito italiano. Nel 1221, ne aveva ricevuto 29.194 libbre al prezzo di 34.626. Per i suoi finanziatori fu un buon affare, ma anche la contessa dovette restare soddisfatta dei loro servigi. [[Ivi, p. 180.]] Quanto meno, a partire da quella data, si assiste a una rapida proliferazione dei prestiti chiesti agli "ultramontani".

I progressi del credito sono testimoniati anche dalle nuove modalit che lo caratterizzano. Le fiere della Champagne figurano sovente come luogo di rimborso e come data delle scadenze. Ma i banchieri italiani fanno anche da intermediari per i pagamenti che devono effettuarsi all'estero, e l'abilit nelle operazioni di cambio, l'esperienza nella compensazione dei debiti assicurano loro, sin dalla fine del tredicesimo secolo, il monopolio bancario a nord delle Alpi.

I re di Francia, i re d'Inghilterra, i principi regionali, i vescovi, gli abati, le citt costituiscono la loro clientela internazionale. Il papato se ne serve per amministrare gli immensi fondi di cui dispone, per riscuotere l'obolo di san Pietro e le tasse d'ogni specie che, sempre pi numerose, fa gravare sulla Chiesa. [[G. SCHNEIDER, Die Finanziellen Beziehungen der florentinischen Bankiers zur Kirche (Lipsia 1899); ED. JORDAN, Le Saint-Sige et les banquiers italiens, in Congrs international des catholiques, 5e section, p. 292 (Bruxelles 1895).]] Insomma, i banchieri italiani hanno in mano le finanze di tutta Europa. I re ne ammettono la presenza nei loro Consigli, affidano loro il conio delle monete, li incaricano del controllo fiscale e delle relative entrate. In molte citt, gli italiani ottengono la concessione delle accise, e un po' ovunque i principi li autorizzano ad aprire istituti di prestito.

Accanto a quelle bancarie, essi effettuano d'altronde le operazioni commerciali pi disparate. Si associano per comprare la lana, vendono stoffe, spezie, oggetti preziosi, broccati, tessuti di seta. Sono armatori di navi e al tempo stesso proprietari di palazzi a Parigi, a Bruges, a Londra. La dimensione dei loro affari, aumentando progressivamente, ne accresce l'audacia, e la quantit degli utili realizzati compensa abbondantemente le perdite subite. Del resto, essi non esitano a salassare i debitori che per necessit sono costretti a ricorrere a loro. Non  raro vederli estorcere alle abbazie e ad altri privati cittadini in ristrettezze interessi del 50% e talvolta anche del 100% e oltre. Ma nei grandi affari, che riguardano clienti particolarmente raccomandabili per potere o solvibilit, il tasso si mantiene solitamente attorno al 10%.

Gli Ebrei.

A paragone della fioritura e dell'ubiquit del credito italiano, quello degli Ebrei appare ben poca cosa. Si  certamente esagerato di molto il ruolo che essi hanno avuto nel Medioevo. Per darne una valutazione realistica,  significativo constatare che, quanto pi un paese  progredito economicamente, tanto meno vi si trovano prestatori ebrei. Nella Fiandra sono sempre stati in numero cos esiguo da potersi considerare un'entit trascurabile. Ma non appena ci si spinge verso l'Europa orientale, ecco che si moltiplicano. In Germania sono sempre pi numerosi a mano a mano che ci si allontana dal Reno; in Polonia, in Boemia, in Ungheria abbondano.

Durante l'epoca agricola del Medioevo, gli Ebrei, come si  visto in precedenza, avevano svolto la funzione di venditori ambulanti di prodotti orientali. [[Si veda a p. 41.]] Attraverso la Spagna musulmana, dove i loro correligionari avevano assai presto acquisito una grande influenza economica, introducevano nel nord d'Europa modeste partite di spezie, di stoffe pregiate e di oggetti d'oreficeria. Sembra si siano anche dedicati, sin verso la fine del decimo secolo, a un traffico clandestino di schiavi cristiani. Un certo numero di loro, nel sud della Francia, aveva acquistato terre, vigneti, mulini ecc. Ma la Chiesa, pur non perseguitandoli, cercava di impedire ogni contatto fra quei miscredenti e i suoi fedeli, e l'esplosione del misticismo contemporanea alla prima crociata scaten contro di loro le passioni popolari e inaugur la lunga serie di pogrom di cui sarebbero stati cos spesso, da allora in poi, le vittime. D'altra parte, la rinascita del commercio mediterraneo nell'undicesimo secolo permise di fare a meno di loro in quanto intermediari con il Levante. Soltanto a Barcellona, commercianti ebrei arricchitisi in epoca musulmana, e rimasti nella citt dopo la reconquista, presero parte al traffico marittimo in qualit di armatori o di accomandanti di navi. In ogni altro paese, gli Ebrei d'Occidente furono confinati alla pratica del prestito a interesse su pegno. La proibizione dell'usura, applicandosi ai soli cristiani, non li riguardava: essi ne approfittarono e sicuramente ne abusarono. Infatti, si ricorreva a loro soltanto in caso di bisogno, e la necessit che induceva i clienti a bussare alla loro porta consentiva di spremerli a piacimento. Grazie ai rapporti intrattenuti con i loro correligionari, non solo d'Europa, ma anche dei paesi islamici del Sud, si procuravano facilmente il denaro liquido indispensabile alle operazioni, e i privati in ristrettezze finanziarie erano sempre certi di trovare presso di loro un aiuto, la cui urgenza costringeva a non badare al prezzo. Il prestito contratto presso un ebreo presentava anche l'apprezzabile vantaggio di restare segreto. Era cos pratico che perfino alcuni istituti ecclesiastici non si fecero scrupolo di ricorrervi.

Ovunque si stabilivano, gli Ebrei ricadevano sotto la protezione del sovrano locale, cio dipendevano dalla sua benevolenza. Nel 1261, il moribondo duca Enrico di Brabante aveva ordinato di espellere dalle sue terre gli usurai, e la sua vedova si rassegn a tollerarli soltanto dopo aver ascoltato il parere di san Tommaso d'Aquino. [[H. PIRENNE, La duchesse Aleyde de Brabant et le "De regimine Judaeorum" de saint Thomas d'Aquin, in "Bulletin de la Classe des Lettres de l'Acadmie royale de Belgique"(1928).]] Edoardo i li cacci dall'Inghilterra nel 1290; in Francia, Filippo il Bello segu il suo esempio nel 1306. Tuttavia, i suoi successori li lasciarono tornare a poco a poco nel regno, da cui furono nuovamente banditi nel 1393. Periodicamente, d'altronde, il popolo si sollevava contro di loro, istigato da debitori ai quali era fin troppo facile sobillare le masse facendo appello alla loro credulit. [[Un fatto curioso avvenuto a Parigi nel 1380  riportato nella Chronique du religieux de saint Denys, a cura di Bellaguet, t. I, p. 54.]] Gli Ebrei erano sospettati di ogni specie di orrori e di sacrilegi. Nel 1349, furono massacrati in tutto il Brabante; nel 1370 ne furono definitivamente espulsi, perch si era sparsa la diceria che avessero profanato delle ostie. [[Non dovevano d'altronde essere molto numerosi, dato che la confisca dei loro beni frutt soltanto 7065 fiorini di Brabante. HENNE e WAUTERS, Histoire de Bruxelles, t. I, p. 133, nota.]]

I banchi di prestito

Anche come prestatori su pegno, gli Ebrei trovarono a partire dal tredicesimo secolo temibili concorrenti fra gli stessi cristiani. A quanto pare, i primi furono quelli di Cahors, che sciamarono in tutta la Francia e nei Paesi Bassi, sviluppandovi una tale attivit che, a partire dalla met del secolo, il termine cahorsin era divenuto sinonimo di prestatore di denaro. [[Nel 1367 a Bruges, l'appellativo "cauwersinenb"  applicato a dei Lombardi, gilliodis van severen, Inventaire des Archives de Bruges, t. II, p. 140. Del resto, gli abitanti di Cahors si occupavano contemporaneamente sia di credito che di commercio vero e proprio. Cfr. F. ARENS, Wilhelm Servai von Cahors als Kaufmann zu London, cit., p. 477 sgg.]] Ma mercanti lombardi, pi esattamente italiani in genere, li sostituirono assai presto in questo tipo di operazioni. I principi e le citt concessero loro, mediante il pagamento di un canone, il diritto di fondare banchi di prestito; la pi antica di queste concessioni nei Paesi Bassi risale al 1280. Esse godevano del completo monopolio del prestito, da cui erano perci esclusi "toscans ou coversins oujuis" (toscani o cahorsin o ebrei), [[BIGWOOD, Le commerce de l'argent, t. I, p. 340.]] e ci si pu domandare a buon diritto se le loro istanze non abbiano contribuito in parecchi casi all'espulsione degli ebrei di cui presero il posto. Sebbene le pi antiche concessioni prevedessero che i prestiti fossero fatti "bien et loiaument sans malengien et sans usure" (bene e lealmente, senza imbroglio e senza usura),  sottinteso che proibissero solo di percepire di un interesse eccessivo. I testi posteriori non lasciano alcun dubbio in proposito. Esse proibiscono soltanto le "cattive consuetudini", oppure obbligano i prestatori a conformarsi "as us et as coustumes que on a acoustumet que li lombare prestent" (agli usi e ai costumi cui i lombardi sono soliti prestare). [[Ivi, p. 451.]] Insomma,  ufficialmente ammesso praticare un interesse considerato ragionevole. Il tasso normale era di 2 denari per "libbra" alla settimana, corrispondente al 43 e 1/3 % annuale, tasso pi che doppio rispetto all'interesse commerciale.

banchi dei Lombardi non si limitavano alla pratica del prestito a interesse: eseguivano anche incassi e pagamenti per conto terzi e si dedicavano a operazioni commerciali.

I cambiavalute

I cambiavalute avevano anch'essi una loro parte nel commercio del denaro e nelle transazioni creditizie. Il cambio delle monete era lucrativo, i principi ne davano la concessione solo mediante il pagamento di un canone a un numero limitato di persone che per ci stesso rivestivano un carattere ufficiale. Il commercio dei metalli preziosi era un'altra prerogativa dei cambiavalute ed evidentemente procurava loro, oltre alle commissioni che percepivano sul cambio, abbondanti benefici. Assai presto si diffuse l'abitudine di affidare loro somme in deposito, e indubbiamente quei depositi non erano gratuiti. Erano anche incaricati di custodire beni sequestrati;  facile intuire che abbiano frequentemente funzionato come agenti di pagamento, e che molti di loro siano divenuti prestatori di denaro.

D'altra parte, gli istituti ecclesiastici che, nei primi secoli del Medioevo, avevano ricoperto la funzione di veri e propri istituti di credito, intervennero solo raramente come prestatori a partire dal tredicesimo secolo. A differenza dei laici, non potevano aggirare l'interdizione del prestito a interesse, anche se talvolta si permisero di trasgredirla. [[Nel 1226, l'abate di Saint-Bertin presta denaro ad usurarti, BIGWOOD, Le commerce de l'argent, cit., t. II, p. 263.]] Del resto, quand'anche avessero voluto rivaleggiare con i mercanti e soprattutto con i finanzieri italiani, non disponevano di denaro liquido sufficiente per farlo. Anzi, per gran parte del tempo li vediamo costretti a ricorrere ai loro buoni uffici, e quasi sempre hanno una situazione debitoria nei loro confronti.

Soltanto l'ordine dei Templari, grazie alle sue relazioni con l'Oriente cristiano, riusc a diventare una vera potenza finanziaria nel corso del tredicesimo secolo. Tutte le loro commende corrispondevano le une con le altre, fossero situate in Siria o negli Stati occidentali. Il prestigio e la forza militare di cui disponevano facevano s che la nobilt li ritenesse adatti, sia per ricevere depositi, sia per far arrivare denaro nel Levante o per farlo pervenire in Europa. In Francia, i Templari furono incaricati dai re di un gran numero di operazioni di tesoreria fino al giorno in cui Filippo il Bello si decise a sciogliere un ordine di cui voleva le ricchezze e di cui, al contempo, voleva scrollarsi di dosso la tutela.

Le rendite fondiarie

Il credito immobiliare presenta uno sviluppo che, almeno nelle citt, assume un'importanza essenziale. I mercanti arricchitisi col commercio non investivano tutti i loro utili negli scambi o nel prestito. L'impiego pi sicuro consisteva nel comprare terreni che, grazie al rapido aumento della popolazione urbana, non tardavano a diventare edificabili e che erano concessi a censo ai nuovi abitanti. Gi all'inizio del dodicesimo secolo, i Gesta episcoporum cameracensium ci mostrano il primo grande mercante di cui la storia dei Paesi Bassi abbia conservato il nome, Werimbold, il quale, a mano a mano che il suo patrimonio immobiliare si accresce, pu contare su rendite fondiarie sempre pi abbondanti:

Census accrescunt censibus

Et munera muneribus [["Accumulano capitali su capitali e rendite su rendite". Gesta episcoporum carneracensium, a cura di Ch. De Smedt, p. 125.]].

Ai primitivi censi fondiari, riscossi dai proprietari della terra, si sovrapposero presto censi nuovi, sulle case che gli occupanti vi avevano edificato. L'istituzione di questi "sovraccensi" o, per meglio dire, di queste "rendite"  una delle modalit pi frequenti e pi generali del credito medievale. Se il proprietario di una casa vuole contrarre un prestito a lungo termine, "vende" una rendita su quella casa, ossia si impegna a pagare al suo creditore una rendita in certi casi perpetua, ma il pi delle volte riscattabile, che rappresenta l'interesse stesso del capitale prestato. Questo interesse, di gran lunga pi modico dell'interesse commerciale, e che presenta inoltre il vantaggio di non violare il divieto dell'usura, oscilla generalmente tra P8 e il 10% fino al quindicesimo secolo. [[W. ARNOLD, Zur Geschichte des Eigentums in den deutschen Stdten (Basilea1861); G. DES MAREZ, tude sur la propriet fondere dans les villes du Moyen Age et spcialement en Fiandre (Gand 1898); J. GOBBERS, Die Erbleihe und ihr Verhltnisszum Rentenkauf im mittelaterlichen Kln, in "Zeitschrift der Savigny Stiftung fr Rechtsgeschichte. Germ. Abth" (1883).]]

Le rendite vitalizie

Assai diverse dalle rendite costituite sugli immobili sono le rendite vitalizie, il cui uso si diffuse in seguito ai prestiti contratti dalle citt. A partire dal tredicesimo secolo, queste ultime fecero sempre pi spesso ricorso alla pratica di vendere rendite vitalizie semplici o doppie, allo scopo di procurarsi risorse straordinarie: queste rendite costituivano l'interesse dei capitali prestati. Erano versate ai prestatori fino alla loro morte o alla morte dei loro eredi (rendite vitalizie doppie). Costituivano dunque una forma di investimento finanziario che ben presto fu assai ricercata dalla borghesia. Chiunque poteva contrarre questo genere di rendita, al punto che ogni citt aveva i suoi creditori sparsi in una regione talvolta vastissima. Per evitare le frodi, si promettevano premi a chi avesse comunicato il decesso dei beneficiari di quelle rendite, i quali, come si vede, assomigliavano molto ai moderni possessori di titoli del debito pubblico. A volte, l'amministrazione urbana incaricava funzionari di verificare il numero dei possessori di rendite ancora in vita. [[Anche le abbazie costituivano rendite vitalizie a favore dei loro creditori. Si veda per esempio, nel 1267, l'elenco delle pensiones que post vitas hominum ad ecclesiam revertentur, nel Livre de l'abb Guillaume de Ryckel, a cura di H. PIRENNE, p. 68. Sulle rendite vitalizie delle citt, vedere G. ESPINAS, Lesfinances de la commune de Douai, p. 321 sgg. (Parigi 1902).]] Alcune citt affidavano ai loro creditori la riscossione di parte delle imposte, che questi ultimi percepivano a titolo di rimborso fino alla completa estinzione del debito. In Italia, quest'uso era gi molto in voga attorno alla met del dodicesimo secolo. Nel 1164, Genova affida per la durata di undici anni, a una societ (un monte) composta da sette persone, alcune sue esattorie. Nel tredicesimo secolo, la citt aveva gi consolidato il proprio debito e riconosciuto ai suoi creditori il diritto di vendere i loro titoli a terzi. Da ci trae la sua origine la famosa casa di San Giorgio, che doveva avere uno sviluppo cos vigoroso nel quindicesimo secolo.

Bench insufficiente e incompleto, lo schizzo appena tracciato del credito e del commercio del denaro pu dare tuttavia un'idea dell'importanza e molteplicit delle loro forme sino alla fine del tredicesimo secolo. Senza di essi, la vita economica del Medioevo resterebbe incomprensibile. Ma, fuorch nelle grandi citt italiane, dove gi si profilano le fondamenta del credito e delle future istituzioni bancarie, al loro grado di perfezionamento non corrisponde un vigore equivalente. Si  osservato assai giustamente che in quest'epoca non  esistito un vero mercato del denaro nel senso moderno della parola. Ogni operazione di credito era insomma oggetto di un contratto determinato dalle circostanze, una convenzione privata tra un creditore e un debitore. [[BIGWOOD, Le commerce de l'argent, cit., t. I, p. 456.]] In complesso, il prestito commerciale non si differenziava ancora nettamente dal prestito di consumo.

La legislazione sull'usura

Bisogna forse attribuire queste insufficienze al divieto del prestito a interesse? Indubbiamente, questo divieto fu tanto pi d'intralcio in quanto pass dalla legislazione ecclesiastica a quella civile. Infatti, era pressoch impossibile farlo rispettare alla lettera. Fu rigorosamente applicato soltanto nei casi di "usura manifesta", ossia in caso di prestiti di consumo su pegno in cui era stato convenuto un interesse eccessivo. Il bisogno di credito era troppo forte e troppo generale perch si potesse pensare di scoraggiare i prestatori. Nel tredicesimo secolo, i canonisti cercarono di scoprire espedienti che permettessero di attenuare la rigidit del mutuum date nihil inde sperantes: [[W.ENDEMANN, Studien in die romanisch-kanonistischen Wirtschafts- und Rechtslehre, cit.; E. SCHREIBER, Die volkswirtschaftlichen Anschaunungen der Scholastik sei Thomas vonAquin (Jena 1913).]] si scopr che ogni anticipo di denaro che comportava, vuoi un'eventuale perdita (damnum emergens), vuoi un mancato guadagno (lucrum cessans), vuoi un rischio per il capitale (periculum sortis), giustificava un risarcimento ossia, in altri termini, un interesse. L'interesse divenne pertanto l'usura legittima, e si pu capire quanto la discriminazione fra questa usura tollerata e l'usura proibita fosse delicata e lasciasse spazio all'arbitrio dei giudici. Negli affari commerciali, la pratica corrente autorizzava il tasso d'interesse. Era di prammatica nelle fiere della Champagne e in generale nelle operazioni delle societ. Nel quattordicesimo secolo, il teologo Alvarus Pelagius ritiene che la proibizione dell'usura non debba applicarsi a queste ultime. [[E. LIPSON, Economie history of England, t. I, p. 530.]]

Ciononostante, le censure ecclesiastiche incombevano come una minaccia permanente su tutti coloro che si occupavano di credito. Spesso i debitori ricorrevano alla Chiesa per farsi sciogliere dall'obbligo di pagare gli interessi dei loro debiti. Insomma, ci si ingegnava in tutti i modi pur di dissimulare quei pericolosi interessi. Talora il prestatore li defalcava in anticipo dalla somma prestata, talora si camuffavano sotto forma di penalit di mora nel rimborso, talora il debitore riconosceva di aver ricevuto molto pi di quanto non avesse realmente avuto. A conti fatti, non sembra che la legislazione contro l'usura sia stata di ostacolo alla sua pratica, non pi di quanto il Volstead Act in America abbia impedito il consumo dell'alcool.  stato un elemento di disturbo, ma non una barriera. La Chiesa stessa fu regolarmente costretta a ricorrere ai denari di quegli stessi finanzieri di cui biasimava il comportamento; a loro il papato affidava la riscossione e l'amministrazione delle rendite che affluivano da tutti i luoghi della cristianit, eppure non poteva ignorare a quale genere di affari si consacrassero i suoi banchieri.

[[Bibliografia: L. GOLDSCHMIDT, Universalgeschichte des Handelsrechts, cit., Bibl. gen.; M. POSTAN, Credit in medieval trade, in "The economie history review", t. I (1928); R. GNESTAL, Le rle des monastres comme tablissements de crdit (Parigi 1901); L. DELISLE, Les oprations financires des Templiers (Parigi 1889); H. VAN WERVEKE, Le mortgage et son rle conomique en Fiandre et en Lotharingie, in "Revue belge de philol. et d'histoire", t. VIII (1929); G. BIGWOOD Les financiers d'Arras, ibid., t. ni (1924); R.L. REYNOLDS, The merchants of Arras, ibid., t. IX (1930); H. JENKINSON, A money-lender's bonds of the twelfth century, in Mlanges Poole (Londra 1927); G. BIGWOOD, Le regime juridique et conomique de l'argent dans la Belgique du Moyen Age (Bruxelles 1921-22, 2 voll., "Mm. Acad. Belgique"); S. L. PERUZZI, Storia del commercio e dei banchieri di Firenze (1200-1345) (Firenze 1868); A. SAPORI, La crisi delle compagnie mercantili dei Bardi e dei Peruzzi (Firenze 1926); ID., Una compagnia di Calimala ai primi del Trecento (Firenze 1932); A. CECCHERELLI, Le scritture commerciali nelle antiche aziende fiorentine (Firenze 1910); E.H. BYRNE, Commercial contraets ofthe Genoese in the Syrian trade ofthe XII century, in "The Quarterly Journal of Economics", t. XXXI (1916); A.E. SAYOUS, Les oprations du capitaliste et commergant marseillais Etienne de Manduel, entre 1200 et 1230, in "Revue desQuestions historiques", 1930; ID., Les transformations des mthodes commerciales dans l'Italie medievale, in "Annales d'histoire conomique et sociale", 1.1 (1929); ID., Dans l'Italie  l'interieur des terres: Sienne de 1221  1229, ivi, t. III (1931); ID., Les mthodes commerciales de Barcelone au XIIIe sicle, in "Estudi universitaris catalans", t. XVI (1932); ID., Les mandats de saint Louis sur son trsor, in "Revue historique", t. CLXVII (1931); F. ARENS, Wilhelm Servat von Cahors als Kaufmann zu London, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftgeschichte", t. XI (1913); W. E. RHODES, The Italian bankers in England and their loans to Edward i and Edward II, in Owens College Essays (Manchester 1902); W.SOMBART, Die Juden und das Wirtschaftsleben (Lipsia 1911); A. SAYOUS, Les Juifs ont-ils t les fondateurs du capitalisme moderne?, in "Revue conomique internationale", 1932; W.ENDEMANN, Studien in die romanisch-kanonistischen Wirtschafts- und Rechtslehre (Berlino 1874-1883, 2 voll.); F. SCHAUBE, Der Kampf gegen den Zinswucher, ungerechten Preis und unlauteren Handel (Friburgo 1905); H. PIRENNE, L'instruction des marchands au Moyen Age, in "Annales d'histoire conomique et sociale", t. I (1929); A. Schiaffini, // mercante genovese del dugento, nella rivista "A compagna", 1929; F. RORIG, Das lteste erhaltene deutsche Kaufmannbchlein, in Hansische Beitrge zur deutschen Wirtschaftsgeschichte (Breslavia 1928); F. KEUTGEN, Hansische handelsgesellschaften vornehmlich des XIV Jahrhunderts, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftgeschichte", t. IV (1906); J. KULISCHER, Warenhndler und Geldausleiher im Mittelalter, in Zeitschrift fr Volkswirtschaft, Sozialpolitik und Verwaltung, 1908.]]

V. Importazioni e esportazioni sino alla fine del tredicesimo secolo

I. GLI OGGETTI E LE DIREZIONI DEL GRANDE COMMERCIO

Per quanto possa apparire strano, il commercio del Medioevo si  sviluppato fin dalle origini sotto l'influsso, non tanto del commercio locale, quanto di quello d'esportazione. Soltanto quest'ultimo ha potuto far nascere quella classe di mercanti di professione che fu lo strumento essenziale della trasformazione economica dell'undicesimo e del dodicesimo secolo. Nelle due regioni dell'Europa in cui questa ebbe inizio, l'Italia del Nord e i Paesi Bassi, lo scenario  il medesimo. A dare impulso sono sempre i traffici a lungo raggio. [[Si veda sopra, p. 70 sgg.]]

Ci si rende conto subito di questa realt se si esaminano i prodotti che hanno alimentato quei traffici. Tutti presentano il carattere di prodotti di origine straniera, al punto che il commercio del Medioevo, ai primordi, assomiglia in qualche maniera al commercio coloniale.

Le spezie

Le spezie sono state i primi oggetti di questo commercio e al tempo stesso i prodotti che, sino al termine, hanno occupato ininterrottamente una posizione di primo piano. Esse fecero la ricchezza di Venezia, come pure di tutti i grandi porti del Mediterraneo occidentale. Nell'undicesimo secolo, non appena si riattiva la navigazione tra il Tirreno, l'Africa e gli scali del Levante, le spezie costituiscono il carico per eccellenza delle navi. La Siria, dove le carovane provenienti dall'Arabia, dall'India e dalla Cina le fanno affluire, non cesser di essere il principale obiettivo di questa navigazione, fino al giorno in cui la scoperta di nuove rotte marittime permetter ai Portoghesi di andare ad approvvigionarsi direttamente nei luoghi d'origine.

Tutto concorreva a dare alle spezie questa supremazia: la facilit del trasporto e i prezzi elevati che si potevano chiedere in cambio. Il commercio medievale  stato dunque all'inizio un commercio di derrate di lusso, ossia un commercio che procurava grandi profitti e richiedeva strutture relativamente poco costose. E questo carattere, come si vedr,  stato conservato per quasi tutta quest'epoca. Le spedizioni massicce di materie prime o di oggetti di consumo corrente, con l'enorme apparato di trasporto e le gigantesche accumulazioni di capitale che richiedono, sono rimaste estranee a questo commercio, e questo  certamente l'elemento di pi forte contrasto con il commercio dei tempi moderni. L'equipaggiamento di un porto medievale comporta modeste banchine di legno, provviste al massimo di una o due gru, dove attraccano navi da 2 a 600 tonnellate. Non serve di pi per la movimentazione, il carico e la spedizione delle poche migliaia di chilogrammi di pepe, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, zucchero di canna ecc., che costituiscono il prezioso carico delle navi.

Il commercio delle spezie nel Mediterraneo

I popoli occidentali che, dopo la fine dell'epoca merovingia, si erano disabituati all'uso delle spezie, le accolgono con interesse crescente. Esse riprendono ben presto il loro posto nell'alimentazione di tutti i ceti elevati della societ. A mano a mano che il commercio le esporta a nord delle Alpi, ne fa crescere la domanda.

Per quanto le loro spedizioni si moltiplichino, nessuna rischia di restare invenduta. Gli armatori medievali non hanno mai dovuto temere la catastrofe dell'accumulo di enormi giacenze, n il crollo rovinoso dei prezzi. Ogni nave, approdando al suo porto di destinazione, porta con s la certezza di utili copiosi. Ma quanti pericoli bisogna affrontare! Per cominciare, i naufragi sono frequentissimi. E poi la pirateria  praticata alla luce del sole con l'alacrit di una vera e propria industria. Infine, fra le citt italiane vige una guerra perenne, e ciascuna si ostina a voler annientare il commercio delle sue rivali per trarre profitto dalla loro rovina. Per tutto il Medioevo, esse si combattono nel Mediterraneo con altrettanto, se non maggior accanimento di quello mostrato dalla Spagna, dalla Francia e dall'Inghilterra, dal sedicesimo al diciottesimo secolo, nelle acque dell'Atlantico e del Pacifico. Genova e Pisa hanno appena fatto il loro esordio nel traffico del Levante, e gi Venezia non pensa ad altro che a cacciarle da un ambito in cui fino ad allora aveva dominato incontrastata. La fondazione dell'Impero latino di Costantinopoli, alla quale aveva lavorato con tanta energia e abilit, le d una temporanea supremazia sulle rivali. Ma la citt lagunare la perde dopo la restaurazione bizantina (1261) che in parte si deve proprio all'opera di Genova. Da allora, le due grandi citt mercantili si divideranno l'egemonia dell'Egeo senza cessare di sorvegliarsi e di nuocersi a vicenda. Quanto a Pisa, non  pi temibile dopo la disfatta navale che i Genovesi le hanno inflitto alla Meloria nel 1284.

Tuttavia, la durata e l'ostinazione di queste lotte non hanno ostacolato neppure per un istante i progressi nella prosperit dei contendenti, e non si potrebbe invocare prova pi significativa, non solo della loro energia, ma anche degli straordinari benefici che procurava un commercio cos astiosamente conteso.

Il commercio dei prodotti orientali

Le spezie, che hanno dato il via al traffico mediterraneo, evidentemente non l'hanno assorbito interamente. A mano a mano che si intensificano le relazioni tra l'Occidente e l'Oriente sia cristiano che musulmano, questo traffico si arricchisce di un numero sempre pi ingente, sia di prodotti naturali, sia di manufatti. A partire dall'inizio del tredicesimo secolo, le importazioni verso l'Europa consistono in riso, arance, albicocche, fichi, uva secca, profumi, medicamenti, tinture quali il brasile che viene dall'India, il carminio o l'allume. A ci si aggiunge il cotone, che i Veneziani chiamano col suo nome greco bombacinus; ma sono i Genovesi che, col nome arabo di cotone, lo hanno trasmesso a tutte le altre lingue. La seta grezza alimenta il commercio a partire dalla fine del dodicesimo secolo e, come il cotone, in quantit crescenti via via che si sviluppano, prima l'industria manifatturiera italiana, poi, ben presto, quella continentale. Stoffe di fabbricazione orientale, che saranno imitate in Occidente, contribuiscono al carico delle navi: damaschi di Damasco, baldacchini di Baghdad, mussole di Mossul, garze di Gaza. Il vocabolario delle lingue moderne  ancora farcito di parole di origine araba che vi sono state introdotte dal commercio orientale e che ne rammentano l'intensit e la variet. Baster citare espressioni come divano, dogana, bazzana, bazar, carciofo, spinaci, estragone, arancia, alcova, arsenale, darsena, materasso, caraffa, fardo, gabella, catrame, giara, giubba, magazzino, quintale, sciroppo, taffett, tara, tariffa e tante altre derivate dall'arabo e introdotte nelle lingue europee attraverso l'italiano.

Il commercio dei panni

Di rimando a tutte queste importazioni, che hanno diffuso nell'Europa occidentale un genere di vita pi confortevole e pi raffinato, gli Italiani rifornivano gli scali del Levante di legname da costruzione, di armi, e Venezia, almeno per un certo periodo, di schiavi. Ma le stoffe di lana conquistano presto il primo posto tra i beni esportati. In un primo tempo si trattava di fustagno tessuto in Italia, poi, a partire dalla seconda met del dodicesimo secolo, fu la volta dei panni di lana fiamminghi e della Francia settentrionale. Non c' dubbio che fu la frequentazione delle fiere della Champagne a far conoscere ai mercanti italiani la superiore qualit di quei tessuti e la possibilit di realizzare, grazie a essi, cospicui profitti. Il porto di Genova si prestava mirabilmente alle loro spedizioni verso l'Oriente. E queste merci hanno certamente contribuito in larga parte ai progressi cos rapidi dei traffici di questa citt. Gli atti notarili degli archivi genovesi ci rivelano che, gi prima dell'inizio del tredicesimo secolo, la citt esportava tessuti di Arras, Lilla, Gand, Ypres, Douai, Amiens, Beauvais, Cambrai, Tournai, Provins, Montreuil [[Si veda sopra, p. 64.]] ecc.

Come si vede, questo elenco comprende i nomi di parecchie citt francesi. Tuttavia, nel corso del tredicesimo secolo, la loro industria dovette cedere il passo a quella della Fiandra del Brabante. Questi due territori costituiscono da allora la regione tessile per eccellenza dell'Europa. [[L'apogeo della loro industria tessile deve essere situato all'inizio del quattordicesimo secolo. In quell'epoca, essa ha eclissato nel grande commercio, non solo l'industria tessile francese, ma anche quella inglese. In Inghilterra ci si lamenta che i Fiamminghi e i Brabantini acquistino nel regno il guado, i cardi e la terra da purgo a danno degli artigiani locali, lipson, Economie history of England, cit., t. I, p. 399.]] E la loro supremazia  spiegata dalla perfezione dei loro tessuti. Per la morbidezza, la sericit e la bellezza del colore, non avevano rivali. Erano prodotti di lusso nel vero senso della parola. Il loro successo commerciale fu la conseguenza degli elevati prezzi che si potevano spuntare. In campo tessile, essi ebbero lo stesso ruolo che le spezie ebbero in quello dell'alimentazione. I mercanti italiani, grazie ai loro capitali e alla superiorit della loro tecnica, nel tredicesimo secolo conquistarono il monopolio della loro esportazione verso il sud. Dopo il declino delle fiere della Champagne, le grandi compagnie commerciali della penisola insediarono a Bruges agenti incaricati di acquistare all'ingrosso panni fiamminghi e brabantini. Marchi di piombo erano apposti sulla merce al momento della spedizione, a certificazione del loro prezzo e della loro qualit. Firenze ne importava quantit considerevoli prima ancora che le stoffe avessero ricevuto l'ultima apprettatura, data entro le mura della citt grazie alla famosa arte di Calimala. [[A. SAPORI, Una compagnia di Calimala ai primi del Trecento, cit.; A. DOREN, Die Florentiner Wollentuchindustrie vom XIV bis zum XVI Jahrhundert (Stoccarda 1901).]]

Il porto di Bruges

Cos, le industrie fiamminga e brabantina assumevano a distanza un ruolo essenziale nel traffico mediterraneo, traffico che veniva a trovarsi in costanti rapporti con Bruges. Questa citt ne mutu un carattere che sarebbe vano cercare in altre citt dell'Europa medievale. Si commette un errore quando la si chiama, come spesso si fa, la Venezia del Nord, perch Venezia non godette mai dell'importanza internazionale che costituisce l'originalit del grande porto fiammingo. La potenza di Venezia si fondava essenzialmente sulla navigazione: non doveva nulla all'estero; soltanto i Tedeschi, con l'omonimo Fondaco, potevano vantarvi un insediamento permanente, la cui attivit si limitava per all'acquisto dei prodotti importati dalle navi veneziane. Al contrario Bruges, in questo straordinariamente simile a ci che sarebbe diventata Anversa nel corso del sedicesimo secolo, viveva innanzitutto della sua clientela esotica. La stragrande maggioranza delle navi che frequentavano il suo porto apparteneva ad armatori stranieri: i suoi abitanti contribuivano in minima parte al commercio attivo. Si accontentavano di fare da intermediari tra i mercanti che da ogni paese affluivano nella citt. Fin dal tredicesimo secolo, Veneziani, Fiorentini, Catalani, Spagnoli, Baionesi, Bretoni, Anseatici vi possedevano logge o agenzie commerciali. Furono loro a generare il movimento di quel grande consesso di uomini d'affari, che aveva raccolto l'eredit delle fiere della Champagne come punto di contatto tra il commercio del Nord e quello del Sud, con la differenza che questo contatto, da periodico che era stato nelle fiere, qui divenne permanente.

Soltanto a partire dalla prima met del quattordicesimo secolo, Genova e Venezia avviarono relazioni marittime dirette con il porto di Bruges. Fino ad allora, quel porto aveva comunicato con l'Italia e con il sud della Francia soltanto via terra. Da sempre, al contrario, si era orientata verso di esso la navigazione settentrionale. I marinai scandinavi avevano abbandonato Tiel in suo favore, e quando, nel corso del dodicesimo secolo, dovettero cedere ai Tedeschi l'egemonia del Mare del Nord e del Baltico, la recrudescenza dell'attivit commerciale che ne risult diede un nuovo impulso alla fortuna del grande porto naturale fiammingo. [[A. BUGGE, Der Untergang der norwegischen Schiffahrt im Mittelalter, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. XII (1914), p. 92 sgg.]]  molto probabile che la creazione dell'avamporto di Damme prima del 1180, e poi, prima del 1293, quello della Chiusa (Sluis) alla foce dello Zwin, non si spieghino solo con il progressivo interramento delle acque di Bruges, ma anche con la sostituzione delle leggere barche senza ponte degli Scandinavi con le pesanti coggen anseatiche, che richiedevano ancoraggi pi profondi e la cui crescente affluenza esigeva sempre maggiori spazi. Al loro avvento si deve far risalire il definitivo declino della marina mercantile fiamminga che, a dire il vero, non era mai stata particolarmente rilevante, e la cui scomparsa confer definitivamente al commercio di Bruges il suo carattere passivo.

La Hansa teutonica

Il fiorire dell'industria tessile nel bacino della Schelda  stato, per gli Anseatici come per gli Italiani, la causa principale del loro insediamento a Bruges. Ma i vantaggi che i primi trovavano nella possibilit di un contatto ravvicinato e costante con i secondi fin presto con l'aumentare la forza di attrazione della citt. I conti di Fiandra non mancarono di testimoniare nei confronti di quegli stranieri una interessata benevolenza. Nel 1252, su richiesta dei mercanti di Lubecca che agivano a nome di parecchie citt dell'Impero, la contessa Margherita disciplin la riscossione del teloneo all'avamporto di Damme. Nella seconda met del tredicesimo secolo, l'agenzia commerciale che gli Anseatici o, per impiegare l'espressione fiamminga, gli Oosterlingen avevano fondato a Bruges era diventata e doveva restare, sino alla fine del Medioevo, la pi importante fra tutte quelle situate fuori del territorio tedesco.

L'Hansa teutonica ha occupato, nel nord d'Europa, una posizione che  doveroso paragonare a quella che i grandi porti italiani occuparono nel bacino del Mediterraneo. Come questi ultimi, essa fece da tramite fra l'Europa occidentale e l'Oriente. Ma quale contrasto tra l'Oriente della Hansa e quello dell'Italia! Nel secondo caso, il mondo bizantino e il mondo musulmano fornivano tutti i prodotti di una natura incomparabile e di un'industria perfezionatasi nel corso di civilt millenarie. Nel primo, a offrirsi allo sfruttamento erano regioni che in parte, almeno le pi vicine, erano ancora in via di colonizzazione, mentre le pi lontane non si erano ancora spogliate della loro primitiva barbarie. Si aggiunga a questo il rigore del clima settentrionale, una terra ancora in gran parte ricoperta di foreste, un mare reso inaccessibile dai ghiacci per tutto l'inverno.

Lungo tutte le coste del Baltico, le citt erano sorte come funghi a mano a mano che l'avanzata tedesca si spingeva sempre pi al di l dell'Elba. Sotto il vigoroso impulso di Lubecca, fondata nel 1158 sulle rive della Trave, esse avevano preso possesso delle isole e degli estuari dei fiumi. Verso il 1160, nell'isola di Gotland, strappata agli Scandinavi, sorgeva Wisby. Rostock veniva fondata attorno al 1218, Stralsunda e Danzica verso il 1230, Wismar verso il 1269; Riga nasceva all'inizio del tredicesimo secolo, quindi, tra il 1224 e il 1250, Dorpat e infine, una ventina d'anni pi tardi, la lontana Reval (Tallinn). Dunque, la borghesia mercantile si stabilisce sulle rive dei paesi slavi, lituani e lettoni prima ancora che la loro conquista sia compiuta. I cavalieri teutonici non hanno ancora occupato tutta la Prussia, n fondato Koenigsberg, e gi essa ha gettato le basi di Elbing. E nello stesso periodo mette radici anche sulle coste svedesi. Si stabilisce a Stoccolma e si impossessa delle peschiere di aringhe della penisola di Schonen.

Fra tutti quegli avamposti spinti in territori appena sottomessi e in riva a un mare da cui era stato necessario cacciare gli Scandinavi, si imponeva un'intesa per la sicurezza di tutti. Grazie all'iniziativa di Lubecca che, attorno al 1230, conclude un trattato di amicizia e di libero scambio con Amburgo, le giovani citt baltiche si raccolgono in una lega alla quale aderiscono subito i porti del Mare del Nord e che fu chiamata Hansa, come le associazioni mercantili. Questa confederazione di citt marittime tedesche, in netta antitesi con i rapporti di perenne belligeranza delle citt italiane del Mediterraneo, assicur loro su tutte le acque del Nord un primato che avrebbero conservato sino alla fine del Medioevo. Grazie alla loro intesa, riuscirono a tener testa vittoriosamente agli attacchi che i re di Danimarca diressero contro di loro e a favorire di comune accordo i loro progressi economici all'estero.

Il commercio anseatico

Le basi operative in Occidente erano lo Stalhof di Londra in Inghilterra, creato attorno alla met del dodicesimo secolo, e in Fiandra l'agenzia di Bruges. In Oriente, gli Anseatici ne possedevano un'altra a Novgorod, grazie alla quale assorbivano tutto il commercio della Russia. Il Weser, l'Elba, l'Oder consentivano ai loro traffici di penetrare nella Germania continentale. Attraverso la Vistola, controllavano la Polonia e spingevano la loro sfera di influenza fino ai confini dei paesi balcanici. D'altra parte, la grande via commerciale che un tempo aveva messo in contatto il Baltico con Costantinopoli e Baghdad tramite la Russia si era chiusa dopo l'insediamento dei Peceneghi sulle rive del Mar Nero e del Caspio avvenuto nel dodicesimo secolo, evento che fin per assicurare al Mediterraneo il monopolio delle relazioni con l'Oriente bizantino e musulmano.

L'esportazione degli Anseatici consisteva ovviamente, ed  un altro elemento di nettissima differenziazione con quella dei porti italiani, in prodotti naturali, gli unici che i territori puramente agricoli del loro hinterland potessero fornire al commercio. Erano in primo luogo il grano della Prussia, le pelli e il miele della Russia, il legname da costruzione, il catrame, il pesce essiccato e le aringhe salate delle peschiere di Schonen. Ma a ci si aggiungevano, come carico di ritorno, le lane che le loro navi andavano a prendere in Inghilterra e quel sale di Bourgneuf o "sale della baia" (Baie Salz) che caricavano nel golfo di Guascogna, da cui importavano anche partite di vino francese.

Tutto questo traffico gravitava attorno a Bruges che, trovandosi a met strada tra il Baltico e il golfo di Guascogna, costituiva la tappa centrale del commercio anseatico. L le spezie venute dall'Italia e le stoffe tessute nella Fiandra e nel Brabante si offrivano agli armatori tedeschi, i quali le diffondevano fino agli estremi confini raggiunti dal loro commercio, Novgorod e il sud della Polonia; in tutte le citt marittime, quelle stoffe riempivano le botteghe dei Gewandschneider per l'abbigliamento della ricca borghesia locale.

Il volume del traffico anseatico probabilmente raggiungeva, se addirittura non superava, quello del commercio mediterraneo. Ma i capitali da esso utilizzati erano indubbiamente meno ingenti. Il valore delle mercanzie esportate non consentiva i lucrosi profitti derivanti dalla vendita delle spezie; bisognava smerciare molto per ricevere in cambio assai poco. Non ci si stupisca dunque di non incontrare nelle citt della Hansa quei potenti banchieri che hanno dato all'Italia del Medioevo il dominio finanziario dell'Europa. Fra case commerciali come quelle dei Bardi o dei Peruzzi e onesti negozianti quali per esempio un Wittenborg a Lubecca, un Geldersen ad Amburgo o un Tlner a Rostock, c' un abisso. Il contrasto non  meno forte fra la tecnica commerciale perfezionata che si constata da una parte e la semplicit degli affari che si concludono dall'altra.

Il commercio della Germania continentale

Nessun'altra regione della Germania raggiunse il grado di vitalit economica della Hansa. Nel tredicesimo secolo, le citt marittime presero decisamente il sopravvento sulle citt renane, avamposti della civilt urbana nell'Impero. Colonia, che ancora sotto gli Hohenstaufen era il grande mercato della Germania,  eclissata da Lubecca a partire dal 1250 circa. Tuttavia, il grande fiume che la bagna vi mantiene, come avviene a Utrecht a valle, a Magonza, Spira, Worms, Strasburgo e Basilea a monte, un'attivit alimentata dal transito dall'Italia verso i Paesi Bassi, di cui esso costituisce una delle vie principali. Inoltre, i vigneti del Reno e della Mosella mantengono un'esportazione considerevole; l'industria si mantiene vivace in tutti i centri principali, senza per andare oltre i limiti di un'industria regionale.

Quanto alla Germania del Sud, se  vero che  in contatto tramite Venezia con il commercio mediterraneo,  ancora ben lungi dalla prosperit che conoscer alla fine del Medioevo. Il Fondaco dei Tedeschi, che i suoi mercanti istituirono nella citt lagunare, non pu essere paragonato in alcun modo alla potente agenzia anseatica di Bruges. Lo sfruttamento delle miniere del Tirolo e della Boemia  ancora agli inizi. Il sale del Salzkammergut e quello di Lneburg sono oggetto di un commercio incapace, di sostenere la concorrenza del sale di Bourgneuf, importato ovunque grazie alla navigazione marittima. Il magnifico sbocco che il Danubio apre sul Mar Nero rimane inutilizzato. Questo fiume serve a stento al transito fra la Baviera e l'Austria, attraverso Augusta, Ratisbona e Vienna. Il modesto sviluppo dell'Ungheria e, al di l di questo paese, i continui disordini che scuotono le regioni balcaniche scoraggiano ogni traffico sul suo corso inferiore. D'altronde, l'estrema frammentazione politica della Germania, la debolezza degli imperatori, la rivalit delle dinastie sono particolarmente sfavorevoli allo sviluppo dell'attivit economica. A ci in Germania non si pu porre rimedio, come in Italia, con i benefici di una civilt avanzata e di una situazione geografica che consente ovunque alla terraferma di comunicare facilmente con il mare.

Il commercio dell'Inghilterra.

L'Inghilterra, la sola in Europa a possedere un governo nazionale la cui autorit si esercita da un capo all'altro del paese senza incappare nell'ostacolo di una feudalit primaria, ha conosciuto un'amministrazione economica superiore a quella di tutti gli Stati del continente. Eppure, n la sua industria n il suo commercio approfittano di una condizione tanto favorevole. Fino alla met del quattordicesimo secolo, essa presenta lo scenario di un paese essenzialmente agricolo. Eccezion fatta per Londra, il cui porto  sempre stato largamente frequentato dai mercanti continentali a partire dall'undicesimo secolo, tutte le sue citt, prima del regno di Edoardo secondo, si sono accontentate di una produzione limitata dai bisogni della loro borghesia e da quelli della campagna circostante. Se si esclude Stratford per una cinquantina d'anni nel tredicesimo secolo, esse non hanno lavorato l'ottima lana fornita dal regno al di l del quantitativo necessario al proprio consumo e a quello della clientela locale. Indubbiamente, la ragione di un fatto apparentemente cos strano deve essere ricercata nello straordinario sviluppo mostrato fin dall'inizio del Medioevo dall'industria tessile fiamminga. Superati dai loro vicini dei Paesi Bassi, gli Inglesi si sono accontentati di rifornirli di materia prima. Sono stati per loro ci che la repubblica Argentina e l'Australia sono ai giorni nostri per l'industria tessile europea e americana. Invece di entrare in concorrenza con i Fiamminghi, si sono adoperati per rendere sempre pi intensa la produzione di quelle lane che andavano incontro a una sicura vendita. I monasteri cistercensi della grande isola divennero allevatori di pecore per eccellenza. Il commercio della lana fece la fortuna delle fiere di Saint-Yves sull'Ouse, di Saint Gilles a Winchester, di Stourbridge, di Saint Botolph a Boston, di Westminster, di Northampton e di Bristol, ma al tempo stesso forn alla corona buona parte delle sue entrate e anim sempre pi il movimento dei porti.7

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, tuttavia, l'importanza della marineria inglese fu di gran lunga inferiore a quella dell'esportazione della sua lana. Fin dall'inizio, quest'ultima fu effettuata da imbarcazioni provenienti dal continente e, a partire dal tredicesimo secolo, divenne quasi monopolio della Hansa teutonica. Visibilmente i re d'Inghilterra, prima della fine del Medioevo, non fecero alcun tentativo per promuovere la navigazione dei loro sudditi. [[Nel 1381, un decreto regio aveva riservato alle sole navi inglesi la navigazione nel regno. Ma si rivel subito inapplicabile, e si dovette ricorrere come in precedenza alla marineria della Hansa. Ciononostante, bisogna considerare l'innovazione del 1381 come il punto di partenza di un nuovo orientamento che preannunciava l'intervento economico dello Stato. Si veda in proposito F. R. SALTER, in "The economie history Review", 1931, p. 93]] Accettarono deliberatamente di vederli ridotti a un commercio passivo e si mostrarono quanto mai ansiosi di attirare presso di s i mercanti stranieri con ogni sorta di privilegi. Evidentemente, la loro condotta fu determinata soprattutto dall'interesse del loro tesoro, alimentato dalle tasse prelevate sul traffico delle fiere e dai prestiti contratti dalla corona presso i capitalisti stabilitisi a Londra. Dal tredicesimo secolo in poi, gli Italiani si insediarono numerosi in citt, dove si dedicavano sia al commercio del denaro, sia a quello della lana, che rivendevano nella Fiandra oppure spedivano direttamente verso i centri tessili al di l delle Alpi, in particolar modo verso Firenze.

Il commercio della Francia.

La fisionomia economica della Francia  molto pi complessa di quella dell'Inghilterra. Il nome Francia, in verit, non corrisponde affatto a un'entit economica unitaria prima della fine del Medioevo. Designa un certo numero di regioni giustapposte e che non hanno fra loro rapporti pi intensi di quanto ciascuna non ne abbia con l'estero. Nel Sud, i porti della Provenza, Montpellier, Aigues-Mortes, Narbona e soprattutto Marsiglia prendono parte al commercio mediterraneo, e nel corso del tredicesimo secolo praticano attivamente l'esportazione delle stoffe di Fiandra e l'importazione delle spezie. Il fallimento delle crociate di san Luigi e soprattutto la concorrenza genovese minarono sensibilmente, verso la fine del secolo, una prosperit destinata a riapparire soltanto nel diciassettesimo secolo. E cos, l'influsso di Marsiglia non oltrepass pi la Francia meridionale. Il suo declino fu pressoch contemporaneo a quello delle fiere della Champagne che, all'inizio del dodicesimo secolo, avevano costituito, come si  visto, il grande centro d'affari d'Europa. Parigi approfitt ampiamente di questa decadenza. Divenne allora, con Bruges, la sede principale delle aziende italiane che commerciavano a nord delle Alpi. Esse vi introdussero l'industria della seta e vi si dedicarono soprattutto all'attivit bancaria. Ma, Parigi  ben lontana dal recitare, nella storia economica del Medioevo, un ruolo paragonabile al prestigio della civilt e alla supremazia politica della Francia a partire dal regno di Filippo Augusto. Citt internazionale per la sua universit, non lo fu mai per il commercio e per l'industria. I soli stranieri che attir furono gli Italiani e i mercanti di tessuti dei Paesi Bassi, e se la sua popolazione aument rapidamente, fu soprattutto grazie alla presenza della corte e ai progressi dell'accentramento politico. Le 282 professioni [[Questo insieme di 282 diverse professioni si desume dall'elenco fornito da G. GAGNIEZ, tudes sur l'industrie et la classe industrielle  Paris au XIIIe et au XIVe sicle, p. 7 sgg. (Parigi 1877), depennando i sinonimi, le menzioni delle donne e dei domestici.]] che vi erano rappresentate alla fine del tredicesimo secolo erano esercitate da modesti artigiani, le cui piccole botteghe facevano fronte ai molteplici bisogni della grande citt, senza tentare di vendere altrove i loro prodotti. Esaminata dal punto di vista industriale, la Francia, a differenza dell'Italia e dei Paesi Bassi, non  un paese d'esportazione. Se i suoi architetti e i suoi scultori ne diffusero l'arte in tutta l'Europa, essa intervenne nel commercio internazionale solo grazie all'abbondanza delle sue ricchezze naturali.

Il vino e il sale di Francia.

Fra queste ricchezze, il vino occupa indiscutibilmente il primo posto. Stupisce e dispiace al tempo stesso che non si siano ancora studiate in una maniera degna della loro importanza le caratteristiche della vinicoltura e del commercio vinicolo francesi. [[In mancanza di studi francesi, si possono consultare: A. L. SIMON, The history of the wine trade in England (Londra 1906); Z. W. SNELLER, Wijnvaart en Wijnhandel tusschen Frankrijk en de Noordelijke nedelanden in de tweede helft der XVe eeuw, in "Bijdragen voor Vader. Gescheidenis" (1924).]]La funzione che questo prodotto ebbe nell'alimentazione dei paesi privi di vigneti sembra essere stata assai pi significativa nel Medioevo che ai nostri giorni. In Inghilterra, in Germania e nei Paesi Bassi soprattutto, era la bevanda usuale dei ceti ricchi. A Gand, una keure del tredicesimo secolo contrappone all'uomo comune il borghese qui in hospitio suo vinum bibere solet. [[WARNKOENING-GHELDOLF, Histoire de la Fiandre ecc., t. III, p. 284.]] Dal momento che i vini italiani non si prestavano all'esportazione e la produzione di quelli del Reno e della Mosella era troppo limitata per consentirne una vasta diffusione, i vini francesi godettero a partire dal tredicesimo secolo di un'indubbia supremazia nel traffico internazionale dei paesi del Nord. Quelli della valle della Senna e quelli di Borgogna si propagarono, a quanto pare, quasi esclusivamente tramite le navi di Rouen. Ma grazie alla loro abbondanza, alla loro qualit superiore e alla facilit di trasporto assicurata dalla vicinanza al mare, quelli del Bordolese riscossero fin dall'inizio della rinascita economica del dodicesimo secolo un successo sempre crescente. Dalla rada di Olron e dal porto di La Rochelle (donde il nome di vini di La Rochelle con cui erano noti in ambito commerciale), i battelli guasconi, bretoni, inglesi e soprattutto, dalla met del quattordicesimo secolo, le navi della Hansa li trasportavano verso il Mare del Nord e fino alle estreme propaggini del Baltico. I prodotti penetravano poi nell'interno grazie alla navigazione fluviale. A Liegi, all'inizio del quattordicesimo secolo, arrivavano in quantit tali che si vendevano pi a buon mercato dei vini tedeschi, malgrado la maggiore distanza. [[HOCSEM, Gesta episcoporum leodiensium, a cura di G. Kurth, p. 252.]] L'Inghilterra, cui la Guascogna come  noto fu soggetta fino alla met del quindicesimo secolo, assicurava loro uno sbocco perenne. Il loro commercio diede luogo a fortune considerevoli, e la camera dei Lords annovera ancor oggi famiglie che devono proprio al vino l'origine della loro ascesa sociale. [[Per esempio, quella dei duchi di Bedford. Cfr. G. SCOTT-THOMSON, Two centuries of family history (Londra 1930).]]

La navigazione sviluppatasi sotto l'impulso dell'esportazione dei vini di Bordeaux fu talmente importante che dalle sue consuetudini si pu dire sia scaturito il diritto marittimo dell'Europa del Nord. Si sa che i "ruoli di Olron", in cui verso la fine del dodicesimo secolo furono messi per iscritto i "giudizi" relativi alle navi che trasportavano vino, furono assai presto tradotti in fiammingo a Damme, e da qui si diffusero in Inghilterra e perfino nel Baltico (Wisbysches Seerecht). [[TH. KIESSELBACH, Der Ursprung der Rles d'Olron und des Seerechts van Damme, in "Hansische Geschichtsblatter", 1906, p. 1 sgg.]]

Grazie al felice concorso delle condizioni geografiche, le saline di Bourgneuf sono tutte vicine a La Rochelle, e cos le navi potevano approvvigionarsi contemporaneamente di vino e di sale. Nel corso del quattordicesimo secolo, la navigazione anseatica import quantit sempre pi ingenti di "sale della baia", a mano a mano che si sviluppava la pesca delle aringhe sulle coste di Schonen. Nella stessa Germania, il sale francese fece presto una concorrenza vittoriosa al sale di Luneburg e a quello di Salisburgo. [[A. AGATS, Der hansische Baienhandel (Heidelberg 1908). Cfr. H. HAUSER, Le sei dans l'histoire, in "Revue conomique internationale" (1927).]]

Oltre al vino e al sale, la Francia esportava anche i cereali dell'Artois e della Normandia. Il guado, che  stato chiamato l'indaco del Medioevo, era coltivato in Piccardia, dove il suo commercio si concentrava ad Amiens, e nella Linguadoca dove contribu largamente alla prosperit di Tolosa. L'industria tessile fiamminga da una parte, quella dell'Italia dall'altra assicuravano una costante domanda di questo prodotto.

A un esame generale, la Francia medievale presenta dunque un carattere abbastanza analogo alla Francia di oggi. La sua industria fa fronte ai bisogni interni e, se si eccettuano pochi prodotti di lusso, come gli smalti di Limoges, contribuisce in misura assai ridotta al traffico europeo.  vero che l'industria tessile del Nord francese  stata abbastanza attiva finch  durata la fortuna delle fiere della Champagne. Ma dopo il loro declino, nel grande commercio essa cede il passo a quella della Fiandra e del Brabante. Tournai all'estremo nord del regno e Valenciennes, che del resto fa parte dell'Impero, rimangono in verit centri tessili di prima importanza, ma la loro produzione gravita attorno a Bruges ed entrambe appartengono per cos dire alla sfera economica dei Paesi Bassi. A costituire la ricchezza della Francia sono in primo luogo l'abbondanza, la variet e la grande qualit dei prodotti della sua terra. Grazie soprattutto al suo vino, che accanto alle spezie figurava in tutte le tavole opulente, la Francia  stata con l'Italia la fornitrice dell'alimentazione di lusso dell'Europa.

Bisogna tuttavia osservare che, a differenza dell'Italia, la Francia non ha esportato direttamente i prodotti che forniva al commercio. Eccezion fatta per le navi di Marsiglia e per i porti provenzali, che hanno preso parte attivamente al traffico mediterraneo, questo paese non ha avuto una flotta mercantile nel vero senso della parola. Ha lasciato quasi interamente agli stranieri, Baschi, Bretoni, Spagnoli e Anseatici, la navigazione delle coste del golfo di Guascogna, della Manica e del Mare del Nord. Tuttavia, se non ha conosciuto grandi fortune, n commerciali n industriali, in compenso, fino alla catastrofe della guerra dei Cento Anni, ha goduto di un benessere e, per cos dire, di una stabilit economica che sarebbe vano cercare altrove e che non furono certamente estranei allo splendore raggiunto dalla sua civilt nel tredicesimo secolo. [[Secondo F. LOT, L'tat des paroisses et desfeux de 1328, in "Bibliothque de l'cole des Chartes", t. XC (1929), p. 405, la popolazione della Francia, entro i confini odierni, avrebbe raggiunto nel 1328 la cifra relativamente considerevole di 23-24 milioni di anime.]]

Il commercio della Spagna

Le monarchie spagnole hanno assunto nella storia economica un posto sempre maggiore a mano a mano che hanno provocato l'arretramento dei loro conquistatori arabi. In Aragona, Barcellona si fa conoscere gi nel dodicesimo secolo per lo spirito d'iniziativa e l'audacia dei suoi marinai. Grazie agli Ebrei, che vi sono rimasti dopo la reconquista, essa possiede capitali a sufficienza per la navigazione, e ha ormai fatto propria la tecnica commerciale italiana. Come i Veneziani degli inizi, ha praticato innanzitutto il commercio degli schiavi, rifornito in abbondanza dai prigionieri mori fatti durante la guerra contro l'Islam. L'intervento dei re d'Aragona in Sicilia diede naturalmente un rinnovato impulso ai suoi rapporti con questo paese. [[Si veda lo studio di A. E. Sayous citato nella nota 36 del capitolo IV.]] Le avventurose spedizioni dei Catalani in Grecia e nelle isole dell'Egeo, un po' pi tardi, intensificarono anch'esse la navigazione spagnola verso l'Oriente, dove i mercanti di Barcellona praticavano sia la guerra che il commercio. A partire dall'inizio del quattordicesimo secolo, le loro navi si avventurarono oltre lo stretto di Gibilterra. A Bruges incrociavano le navi galiziane e portoghesi, dedite al cabotaggio lungo le coste atlantiche e le cui esportazioni consistevano soprattutto in metalli e in quelle lane di Spagna che, alla fine del Medioevo, dovevano sostituirsi alle lane inglesi nell'industria tessile dei Paesi Bassi.

Preponderanza dei prodotti naturali nel commercio

Se si esaminano nel loro insieme gli oggetti del grande commercio medievale, si osserva che i prodotti dell'industria sono assai minoritari rispetto alle derrate agricole e alimentari: spezie, vino, grano, sale, pesce e lana. Soltanto l'industria tessile, in un primo momento quella dei Paesi Bassi, pi tardi anche quella di Firenze, diede luogo a un'esportazione in grande stile. I tessuti di seta e le stoffe di lusso fabbricate in Italia ebbero insomma un'espansione abbastanza limitata. Quasi tutti i rami dell'industria: vasellame, mobilia, calzature, abbigliamento, utensili e arnesi d'ogni sorta sono rimasti confinati entro le mura urbane, sono stati monopolizzati dagli artigiani delle citt e non si sono diffusi al di l dei ristretti limiti che circoscrivevano i mercati locali.

La metallurgia e le miniere

Bisogna evidentemente segnalare qualche eccezione. In Germania, a Hildesheim, a Norimberga, nella valle della Mosa, a Huy e soprattutto a Dinant, la lavorazione dei metalli si  sviluppata al punto di contribuire al commercio generale. Soprattutto gli oggetti di rame e ottone di Dinant, noti all'epoca sotto il nome di dinanderies, ottoname, hanno goduto di una rinomanza europea. Resta nondimeno vero che la metallurgia del Medioevo, e si tratta forse dell'aspetto di maggiore contrasto con l'economia moderna, ha conosciuto uno sfruttamento alquanto rudimentale. I minatori del Tirolo, della Boemia e della Carinzia si rivelano semplici contadini che si impegnano a scavare in comune una "montagna" facendo uso dei sistemi pi primitivi. Bisogner attendere il quindicesimo secolo per vedere i capitalisti delle citt vicine prendere le redini di quelle attivit e rendere pi intensa l'estrazione, che in ogni caso rester un fenomeno di scarsa rilevanza. A questo modesto livello dell'industria metallurgica corrisponde un livello ancora pi modesto dell'industria estrattiva del carbon fossile. Esso fu tuttavia utilizzato nella periferia di Liegi gi verso la fine del dodicesimo secolo, e nel secolo seguente i minatori liegesi avevano acquisito una notevole abilit nell'arte di scavare gallerie sotterranee, pozzi interni e di drenare l'acqua delle miniere di carbone. Ma per secoli, nelle regioni in cui abbondava, la terra nigra sarebbe servita solo per usi domestici. [[In assenza di uno studio serio sulle origini dell'industria estrattiva del carbone nel Medioevo, si consultino le notizie fornite da J. A. NEF, The rise ofthe British coal industry, 2 voll. (Londra 1932).]] Soltanto nel diciottesimo secolo la sua applicazione nella fusione del ferro aprir una nuova era nella storia economica.

Superiorit della tecnica commerciale in Italia

Nel corso del tredicesimo secolo, tutta l'Europa, dal Mediterraneo al Baltico e dall'Atlantico alla Russia, si  aperta al grande commercio. Dai suoi due centri principali, i Paesi Bassi a nord e l'Italia a sud, esso ha guadagnato le coste, da cui  progressivamente penetrato all'interno del continente. Se si pensa a tutte le difficolt che dovette vincere - condizioni deplorevoli della circolazione, tecnica precaria dei mezzi di trasporto, insicurezza generale, organizzazione lacunosa del regime monetario - non si potr non ammirare l'ampiezza dei risultati ottenuti, i quali sono tanto pi notevoli in quanto le pubbliche autorit non li hanno minimamente facilitati, se non per la protezione, ispirata peraltro da considerazioni fiscali, che concessero ai mercanti.

I progressi compiuti nel campo del commercio internazionale trovano dunque spiegazione soltanto nell'energia, nello spirito d'iniziativa e nell'ingegnosit della classe mercantile. Non c' dubbio che gli Italiani, i quali, sotto questo aspetto, sono stati gli iniziatori dell'Europa, abbiano appreso molto dai Bizantini e dai Musulmani, la cui civilt pi progredita ha esercitato su di essi un influsso analogo a quello dell'Egitto e della Persia sulla Grecia antica. E come i Greci, ai quali somigliano anche per la violenza delle lotte intestine, gli Italiani non hanno tardato ad assimilare e a sviluppare spontaneamente ci che avevano in un primo tempo imitato. Sono stati i promotori delle societ commerciali, gli inventori del credito, i ripristinatori della moneta. La diffusione dei loro metodi economici nell'Europa del Nord  tanto evidente quanto lo sarebbe stata nel quindicesimo e nel sedicesimo secolo quella dell'Umanesimo.

Il volume del commercio medievale

Per concludere, sarebbe auspicabile poter valutare con una certa precisione il volume di questo commercio internazionale di cui abbiamo cercato di delineare i tratti essenziali. [[Vedere in proposito le osservazioni di KULISCHER, Allgemeine Wirtschaftsgeschi-chte des Mittelalters und der Neuzeit, cit., t. I, p. 263 sgg.]] Sfortunatamente, la carenza delle nostre informazioni  tale da scoraggiare qualunque tentativo di stima. Prendere poi come termine di paragone l'epoca contemporanea equivale a un ragionamento assurdo. Nessun accostamento  possibile tra il commercio mondiale del nostro tempo, munito di tutte le risorse che moltiplicano costantemente a suo profitto le scoperte della scienza, e quello del Medioevo, limitato all'occidente dell'Europa e ridotto all'uso di strumenti rudimentali. La clientela del primo comporta centinaia di milioni di uomini, mentre quella del secondo ne prevedeva poche decine, e la stazza di una nave del ventesimo secolo equivale da sola alla stazza di tutta una flotta veneziana o genovese del tredicesimo secolo. Non  ammissibile neppure una valutazione comparata tra l'importanza del traffico medievale e quella delle epoche successive al quindicesimo secolo. Lo scarto non  enorme, ma resta pur sempre considerevole, non fosse altro che a seguito della scoperta delle Indie e dell'America. Si  ipotizzato che il commercio del Medioevo stia a quello del sedicesimo o del diciassettesimo secolo in un rapporto di 1 a 5. Ma in assenza di cifre esatte, questa  solo una formula priva di significato. Sarebbe invece necessario conoscere le statistiche di quel commercio.

E cos, lo ripetiamo, qualunque tentativo di stabilire la verit, sia pure con una certa approssimazione,  impossibile. Accontentiamoci di affermare che esso doveva corrispondere a un'attivit economica la cui entit  attestata da porti come quelli di Venezia, di Genova e di Bruges, dalle colonie italiane del Levante, dalla navigazione delle citt della Hansa, dalla vigorosa fioritura delle fiere della Champagne.

[[Bibliografia: si vedano gli studi di W. HEYD e di A. SCHUBE citati nella bibliografia generale, e quelli di R. HPKE e di R. L. REYNOLDS citati a p. 54 n. 9, H. SIMONSFELD, Der Fondaco dei Tedeschi in Venedig und die deutsch-venetianischen Handelsbeziehungen (Stoccarda 1887, 2 voli.); W. STEIN, Beitrdge zur Geschichte der deutschen Hanse (Giessen 1900); E. DAENELL, Geschichte der deuschen Hanse in der zweiten Hlfte des quattordicesimo Jahrhunderts (Lipsia 1897); ID., Die Bltezeit der deutschen Hanse (Berlino 1905-1906, 2 voli.); G.A. KIESSELBACH, Die wirtschaftlichen Grundlagen der deutschen Hanse und die Handelsstellung Hamburgs bis in die zweite Hlfte des XIV Jahrhunderts (Berlino 1907); P. A. MEILINK, De nederlandsche hanzesteden tot het laatste kwartaal der XIVe eeuw (L'Aia 1912); F. RRIG, Hansische beitrdge zur deutschen Wirtschaftsgeschichte, cit.; ID., La Hanse, in "Annales d'histoire conomique et sociale", t. II (1930); AD. ARNDT, Zur geschichte und Theorie des Bergregals und der Bergbaufreiheit (Halle 19162); L. BLANCARD, Documents indits sur le commerce de Marseille au Moyen Age (Marsiglia 1884-1885, 2 voll.); A. GERMAIN, Histoire du commerce de Montpellier (Montpellier 1861, 2 voll.); E. PORT, Essai sur l'histoire du commerce maritime de Narbonne (Parigi 1852); DE FRVILLE, Mmoire sur le commerce maritime de Rouen (Rouen 1857, 2 voll.); L. MIROT, La colonie lucquoise  Paris, du XIII au quindicesimo sicle, in "Bibliothque de l'cole des Chartes" (1927-1928); Z. W. SNELLER, De ontwikkeing van den handel tusschen Noordnederland en Frankrijk tot het midden der XV eeuw, in "Bijdragen voor Vaderl. Geschiedenis" (1929); AD. SCHAUBE, Die Wollausfuhr Englands vom Jahre 1273, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. VI (1908); E.E. Power, The English wool trade in the reign of Edward IV, in "The Cambridge historical journal", t. II (1926).]]

2. IL CARATTERE CAPITALISTICO DEL GRANDE COMMERCIO.

Obiezioni contro l'esistenza del capitalismo medievale

Gli economisti che hanno teorizzato la scarsa rilevanza del commercio medievale osservandolo attraverso un cannocchiale rovesciato, vale a dire dal punto di vista del xx secolo, hanno addotto a favore della loro tesi l'assenza di una classe di mercanti capitalisti in Europa prima del Rinascimento; tutt'al pi potrebbero attenuare la rigidit della loro affermazione tenendo conto di qualche grossa impresa commerciale italiana, ma si tratterebbe solo di un'eccezione che conferma la regola generale. Si  arrivati a dire che il prototipo del mercante del Medioevo  il piccolo commerciante, preoccupato unicamente di provvedere al proprio sostentamento ed esente da ogni idea di profitto o, se si preferisce, da ogni idea di arricchimento.  indubbio che la piccola borghesia delle citt comprendesse un gran numero di dettaglianti di questo genere. Ma ridurre alla loro misura gli esportatori e i banchieri di cui si  descritto l'operato significa farne una vera e propria caricatura. Per negare l'importanza e l'influenza avute dal capitalismo commerciale fin dagli inizi della rinascita economica, bisogna essere accecati da una teoria preconcetta al punto di non riuscire pi a scorgere la realt.

D'altra parte,  certo che il capitalismo, e il grande commercio che ne  stato la causa e l'effetto al tempo stesso, non si manifestano in tutti i paesi nella stessa epoca e non si sono sviluppati ovunque con lo stesso vigore. Sotto questo aspetto, la Germania d'oltre Reno  sicuramente in ritardo rispetto all'Europa occidentale e in particolar modo rispetto all'Italia. E si deve certamente alla sottovalutazione di questi fatti se tanti studiosi tedeschi hanno imprudentemente generalizzato a tutti i popoli conclusioni valide, sia pure in parte, solo per quanto hanno osservato nel passato della loro nazione. L'interesse creatosi attorno ai loro lavori ne ha imposto le conclusioni finch non ci si  accorti che, per correggerne gli eccessi, bastava applicarne i metodi ai paesi in cui i progressi sono stati pi rapidi che in Germania e presso i quali l'economia medievale si  manifestata nel modo pi completo.

Il capitale, risultato del commercio a lungo raggio

Le nostre fonti, per quanto insufficienti, non ci consentono di nutrire dubbi sull'affermazione del capitalismo nel corso del dodicesimo secolo. [[Cfr. sopra, p. 74 sgg.]] Indiscutibilmente, il commercio a lungo raggio ha fin da allora dato origine a fortune considerevoli. Si  citato in precedenza l'esempio di Godrico. Lo spirito che lo anima , nel significato pi autentico della parola, lo spirito capitalistico di ogni tempo. Egli ragiona, calcola, e il solo scopo che si propone  l'accumulazione dei profitti. [[I passi seguenti del Libellus citato nella nota 7 del capitolo li lo provano fino all'evidenza: "Sic puerilibus annis simpliciter domi transactis, coepit adolescentior prudentiores vitae vias excolere et documenta saecularis providentiae sollicite et exercitate perdiscere. Unde non agriculturae delegit exercitia colere, sed potius quae sagacioris animi sunt rudimento studuit arripiendo exercere. Hinc est quod mercatoris aemulatus studium coepit mercimonii frequentare negotium et primitus in minoribus rebus quidem et rebus pretii inferioris coepit lucrandi officia discere; postmodum vero paulatim ad majoris pretii emolumento adolescentiae suae ingenia promovere (p. 25)... Unde et mercandi gratta frequenter in Daciam ibat et aliquoties in Flandriam navigli remige pervolabat; et dum oportunitas juvabat, littora marina circuiens, multoties ad Scotorum fines deveniebat. In quibus singulis terrarum finibus aliqua rara et ideo pretiosiora reperiens, ad alias secum regiones transtulit, in quibus ea maxime ignota fuisse persensit, quae apud indigenas desiderabiliora super aurum existiterant; et ideo pr his quaeque alia, aliis terrarum incolis concupiscibilia, libentius et studiosissime commutando comparabat. De quibus singulis negotiando plurimum profecerat et maximas opum divitias in sudore vultus sui sibi perquisierat, quia hic multo venundabat quod abili ex parvi pretii sumptibus congregaverat" (pp. 29-30). ("Cos, trascorsi modestamente in famiglia gli anni dell'infanzia, crescendo incominci a interessarsi agli aspetti pratici della vita, e mise particolare attenzione per capire a fondo le manifestazioni della provvidenza terrena. Perci prefer non esercitare il mestiere del contadino, ma piuttosto mettere in pratica, afferrandole a volo, quelle che per uno spirito avveduto sono le nozioni basilari. Da allora, con la passione di un vero mercante, prese a frequentare gli esercizi commerciali e incominci a imparare le regole del profitto, dapprima in faccende minori e cose di pi basso prezzo, per poi in seguito estendere a poco a poco le sue giovanili attitudini a guadagni maggiori (p. 25)...]] Non sono proprio queste le peculiarit di quel capitalismo di cui certa scuola fa cos gran mistero, ma che pure si ritrova in tutte le epoche, identico in fondo - ancorch diverso dall'una all'altra per il suo grado di sviluppo - in quanto corrispondente alla naturale propensione dell'uomo per la ricchezza? E sicuramente Godrico non fu un'eccezione. Il caso che ci ha tramandato la storia di questo scozzese avrebbe potuto tramandarci quella di un veneziano o di un genovese e mostrarci, in un ambiente di gran lunga pi propizio alla loro espansione, l'impiego di quelle medesime facolt. L'interesse della figura di Godrico  tutto nella sua psicologia, che  quella di tutti i mercanti avventurieri del suo tempo (come si constata nella sua stessa biografia). Egli ci permette di conoscere il tipo di quei nuovi ricchi che il commercio ha procreato per cominciare sulle coste dei mari e quindi diffuso di pari passo con la sua penetrazione nel continente. Se ne potrebbe citare un gran numero tanto in Italia quanto nella Fiandra prima della fine del dodicesimo secolo, [[Cfr. sopra p. 61 e 136.]] e non occorre altro per renderci conto dell'importanza gi allora acquisita dal capitalismo commerciale, se si pensa che dei suoi rappresentanti conosciamo solo rari nantes.

Entit degli utili commerciali.

Si  gi detto che, in gran parte, questi capitalisti provengono dalla massa di sradicati e di miserabili che, non appena il traffico si  rianimato, hanno cercato di affermarvisi senz'altro sostegno che la loro energia, la loro intelligenza, il loro spirito di avventura e, senza alcun dubbio, anche la loro mancanza di scrupoli. Con l'aiuto della sorte, molti di loro hanno fatto fortuna, come dovevano farla pi tardi tanti colonizzatori e filibustieri del sedicesimo e del diciassettesimo secolo. Non si pu immaginare niente di pi diverso di questi avventurieri dai piccoli dettaglianti dei mercati locali. Le gilde e le hanse del Medioevo in cui i primi si raggruppano non hanno altro scopo se non quello di provvedere alle necessit del traffico a lunga distanza. E non c' dubbio che, fin dall'inizio, i profitti di questo genere di traffici siano stati ingentissimi. Si rammenti quanto  stato detto in precedenza sui beni che si trasportavano. Poche centinaia di chilogrammi di spezie, poche dozzine di pezze di stoffa pregiata assicuravano una vendita altamente remunerativa, tanto pi che essa non subiva alcuna concorrenza e non esisteva ancora un prezzo di mercato. Inoltre, nei primi tempi, l'offerta fu certamente sempre inferiore alla domanda. In simili condizioni, n le spese di trasporto n gli innumerevoli diritti di pedaggio che i mercanti dovevano pagare potevano, per quanto esosi possiamo immaginarli, impedire la realizzazione di guadagni considerevoli. Per arricchirsi, bastava dunque mettersi in societ con compagni fortemente determinati, spingersi con loro in regioni dove ci si poteva procurare a buon mercato i prodotti da esportare e infine portarli nei luoghi di vendita. Le carestie che regnavano allo stato endemico, ora in una regione, ora in un'altra, fornivano d'altra parte la certezza di incassare molto in cambio di poco. [[F. CURSCHMANN, Hungersnte im Mittelalter, p. 132 sgg. (Lipsia 1900).]] Chi muore di fame non si mette a discutere sul prezzo di un sacco di frumento, e i mercanti non si fecero scrupolo di speculare su questo genere di miserie. [[Si veda, nel testo citato nella precedente nota 22, il passo relativo alle derrate desiderabiliora super aurum.]] Fin dall'inizio del dodicesimo secolo, le fonti non lasciano dubbi sui loro accaparramenti di grano in tempo di carestia.

Origine dei primi investimenti di capitali mercantili

Per trarre profitto dalle occasioni cos abbondanti offerte dal commercio di quel tempo, bastava insomma volerlo con energia e intelligenza. Niente ci autorizza a credere che i precursori dei grandi mercanti del Medioevo abbiano iniziato la loro carriera con un patrimonio personale. Bisogna rinunciare a vedere in loro dei proprietari terrieri che rischiavano le loro rendite nei traffici, oppure vendevano la terra per utilizzarne l'introito come capitale iniziale. Per la maggior parte, essi dovettero racimolare i primi denari offrendosi come marinai, come scaricatori o come aiutanti delle carovane mercantili. Altri avranno fatto ricorso al credito e preso in prestito un po' di denaro da qualche monastero o da qualche signore delle loro parti. Altri possono aver iniziato come mercenari e quindi impiegato nel commercio ci che bottini o saccheggi avevano loro procurato. La storia delle grandi fortune moderne fornisce fin troppi esempi del ruolo avuto dalla sorte nella loro formazione perch non ci si senta in diritto di supporre che lo stesso sia avvenuto in un'epoca in cui la vita sociale era ancora pi favorevole all'intervento del caso. Si pensi per esempio a quante risorse le fortunate spedizioni di pirateria dovettero procurare agli antenati degli armatori di Pisa e Genova. Infine, un ruolo primario nell'accumulazione primitiva dei capitali commerciali deve essere riconosciuto alle associazioni. Nelle gilde e nelle hanse, gli acquisti si facevano in comune e, nei porti, il noleggio delle navi era intrapreso da parecchi "compartecipanti". Comunque se per un verso dobbiamo rinunciare a conoscere con esattezza il punto di partenza dei primi mercanti di professione, almeno sappiamo con certezza che il loro arricchimento fu molto rapido.

Neil'undicesimo secolo, parecchi di loro hanno gi realizzato profitti abbastanza cospicui da poter prestare grosse somme ai principi, edificare a proprie spese chiese nella loro citt, riscattare i telonei dai signori locali. In un gran numero di comuni, essi pagano di tasca loro l'insediamento e la sistemazione della nascente borghesia. La loro corporazione vi svolge in un certo senso il ruolo di amministrazione ufficiosa. A Saint-Omer, la gilda, col consenso del castellano (1072-1083), si fa carico di una parte delle spese necessarie per la pavimentazione delle strade e la costruzione della cinta muraria. [[G. ESPINAS e H. PIRENNE, Les coutumes de la gilde marchande de Saint-Omer, in Le Moyen Age, 1901.]] Altrove, per esempio a Lilla, a Audenarde, a Tournai, a Bruges, essa interviene nell'organizzazione delle finanze municipali. [[H. PIRENNE, Les priodes de l'histoire sociale du capitalisme, p. 282 sgg.]]

Del resto, gli utili realizzati dai mercanti non sono impiegati interamente nel traffico delle merci. Insieme a quest'ultimo, molti praticano anche il commercio del denaro.  inutile ribadire qui quanto  stato detto sulle operazioni finanziarie, alle quali i pi ricchi mercanti si dedicano a partire dal dodicesimo secolo, tanto in Italia quanto nei Paesi Bassi, e che ce li mostrano creditori, per anticipi considerevoli, di re e principi feudali.

Investimenti fondiari degli utili commerciali

Accanto a queste forme di impiego, i grandi mercanti investono in terre, di tutti gli investimenti il pi sicuro, le loro sovrabbondanti riserve di denaro. Nel corso del dodicesimo e del tredicesimo secolo, hanno acquisito la maggior parte del suolo urbano. [[Si veda p. 107, e inoltre H. PIRENNE, Les villes du Moyen Age, cit., p. 168 sgg.]] Il costante aumento della popolazione, convertendo i loro terreni agricoli in suolo edificabilc, porta le loro rendite fondiarie a un livello tale che parecchi di loro, a partire dalla seconda met del tredicesimo secolo, rinunciano alla pratica del commercio e si trasformano in possidenti (otiosi, huiseux, lediggangers). E cos, non solo il capitale mobiliare non ha avuto origine dalla propriet terriera, ma  stato al contrario lo strumento delle prime fortune fondiarie della borghesia. [[G. DES MAREZ, La propriet fondere dans les villes du Moyen Age, p. 44 sgg. Cfr. in G. ESPINAS, La vie urbaine de Douai au Moyen Age, t. ni, p. 78 e t. iv, p. 4, l'indice delle case acquistate in citt dai due mercanti di stoffe Jehans de France e Jakemes li Blons.]]

Commercio all'ingrosso e commercio al dettaglio

Come sempre accade, i nuovi ricchi non hanno tardato a costituirsi in gruppi chiusi. Gli statuti dell'hansa fiamminga di Londra (antecedenti al 1187) proibiscono l'ingresso nella compagnia a tutti i dettaglianti, e anche a "chi ha le unghie blu", [[H. PIRENNE, La Hanse flamande de Londres, p. 81.]] ossia agli operai dell'industria tessile. L'accesso al grande commercio  ormai controllato dai gruppi che se ne sono accaparrati il monopolio. Nelle citt,  concentrato nelle mani di un patriziato opulento e orgoglioso che pretende di escluderne il "volgo", confinato nell'artigianato o nel piccolo commercio. In tutte le regioni che hanno capeggiato il movimento economico, il contrasto fra piccolo e grande commercio  evidentissimo. E il carattere capitalistico di quest'ultimo  incontestabile. [[Nei documenti italiani del tredicesimo secolo, la parola capitale  di uso corrente per indicare il denaro investito negli affari.]] Che altro sono, infatti, se non dei capitalisti, quegli importatori di lana che riforniscono di materia prima le citt fiamminghe o brabantine, quei mercanti di stoffe che vendono in un sol colpo centinaia di pezze, quegli armatori veneziani, genovesi o pisani che trafficano negli scali del Levante, quelle ditte lombarde o fiorentine le cui succursali, sparse in tutta Europa, vi praticano sia il commercio che l'attivit bancaria? [[Sulla strabiliante fortuna degli Zaccaria di Genova nel tredicesimo secolo, si veda bratianu, Recherches sur le commerce gnos dans la mer Noire au XIIIe sicle, cit., p. 138 sgg.]] Indubbiamente, non c' una distinzione assoluta tra commercio all'ingrosso e commercio al dettaglio. Molti mercanti praticano l'uno e l'altro. Specialmente in Germania, i Gewandschneider, che importano i tessuti fiamminghi, li rivendono anche a un tanto all'auna nelle loro botteghe, [[Si vedano i libri contabili citati a p. 138.]]e a Firenze molti membri dell'arte di Calimala fanno lo stesso. [[A. SAPORI. Una compagnia di Calimala, cit.]] Sicuramente la specializzazione commerciale non  ancora estremamente accentuata. Il mercante importa, secondo le circostanze, qualunque derrata gli si offra, purch possa consentirgli un profitto sufficientemente allettante. Ma tutto ci prova soltanto che il capitalismo commerciale si  adattato alle condizioni impostegli dalla situazione dei mercati e dallo stato sociale del tempo.

[[Bibliografia: G. VON BELOW, Grosshndler und Kleinhndler im deutschen Mittelalter, in Probleme der Wirtschaftsgeschichte (Tubinga 19262); F. KEUTGEN, Der Grosshandel im Mittelalter, in "Hansische Geschichtsbltter" (1901); H. Sieveking, Die kapitalische Entwicklung in den italianischen Stdten des Mittelalters, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. VII (1909); J. Strieder, Studien zur Geschichte kapitalistischer Organisationsformen (Monaco 19252); G. LUZZATO, Piccoli e grandi mercati nelle citt italiane del Rinascimento, in Volume commemorativo in onore del prof. Giuseppe Prato (Torino 1930); W. SOMBART, Kapitalismus, cfr. bibl. gen.; H. PIRENNE, Les tapes de l'histoire sociale du capitalisme, in "Bulletin de la Classe des Lettres de l'Acadmie royale de Belgique", 1914.]]

VI. L'economia urbana e la regolamentazione dell'industria

I. LE CITT COME CENTRI ECONOMICI. L'APPROVVIGIONAMENTO URBANO

Carattere economico delle citt medievali

Fino a tutto il quindicesimo secolo, le citt sono state gli unici centri di commercio e industria, al punto di non lasciare il minimo margine al resto del territorio. Tra esse e le campagne esiste una rigida divisione del lavoro: le seconde praticano esclusivamente l'agricoltura, le prime il commercio e le arti manuali.

L'importanza delle citt  stata dunque proporzionale all'estensione del loro raggio d'influenza economica. Le eccezioni alla regola sono assai rare. A tale riguardo si potrebbero citare soltanto Roma, Parigi e Londra, citt alle quali la sede del capo della Chiesa nella prima, quella del sovrano di una grande monarchia nelle altre due hanno attribuito un ascendente ben superiore a quello che avrebbero avuto senza simili circostanze. Lo Stato era ancora troppo poco centralizzato, i governi e l'amministrazione troppo poco sedentari perch il Medioevo abbia potuto conoscere agglomerati urbani sul genere delle capitali moderne o delle citt dell'antichit. Fu gi tanto se qualche citt vescovile dovette alla sua qualit di capoluogo di una diocesi un vantaggio che ne intensific l'attivit, senza tuttavia provocarla. Non c' luogo in cui un istituto ecclesiastico sia stato sufficiente al fiorire della vita municipale. Le localit in cui la borghesia non  andata oltre il sovvenzionamento di una cattedrale o di un monastero sono rimaste alla stregua di borgate di secondo piano. Basti qui rammentare gli esempi di Fulda o di Corbie in Germania, di Stavelet o di Throuanne nei Paesi Bassi, di Ely in Inghilterra, di Luxeuil, di Vzelay e di tante altre cittadine del sud della Francia.

Il clero e la nobilt nelle citt

D'altra parte,  sufficientemente noto che il clero costituisce nella citt medievale un elemento estraneo. I suoi privilegi lo escludono dalla partecipazione ai privilegi urbani. In seno alla popolazione commerciale e industriale che lo circonda, la sua funzione, dal punto di vista economico,  quella di semplice consumatore.

Quanto alla nobilt, soltanto nelle regioni mediterranee, in Italia, nel sud della Francia e in Spagna, una parte dei suoi membri risiede nelle citt. Ci deve essere attribuito in primo luogo alla conservazione in questi paesi delle tradizioni e, in una certa misura, dell'impronta municipale che l'Impero romano vi aveva cos profondamente lasciato. La loro nobilt non aveva mai completamente abbandonato, neanche nell'epoca della loro piena decadenza, la sede delle antiche citt. Essa continu ad abitarvi quando la vita urbana si rianim. Al di sopra dei tetti delle case borghesi, innalz quelle torri che danno ancora un aspetto cos pittoresco a tanti vecchi borghi della Toscana. Spesso prese addirittura interesse agli affari dei mercanti e vi invest parte delle sue rendite.

A Venezia e a Genova, vediamo la nobilt collaborare diffusamente con il commercio marittimo.  inutile ricordare il ruolo preponderante che essa ebbe nelle lotte politiche e sociali delle citt della penisola. Nel nord dell'Europa, al contrario, i nobili abbandonarono quasi completamente le citt per stabilirsi nei loro castelli di campagna. Soltanto eccezionalmente ci si imbatte qua e l in una famiglia di cavalieri, isolata e quasi smarrita in mezzo alla societ borghese. Bisogner attendere la fine del Medioevo per vedere l'aristocrazia, divenuta meno battagliera e pi avida di comodit, cominciare a farsi costruire nelle citt lussuosi palazzi.

Densit della popolazione urbana

 dunque assodato che la citt medievale  essenzialmente opera dei borghesi. Essa esiste soltanto per loro e grazie a loro, che ne hanno creato le istituzioni e organizzato l'economia nel proprio esclusivo interesse.  ovvio che questa economia fosse pi o meno sviluppata a seconda che la popolazione per cui operava fosse pi o meno numerosa, pi o meno intensamente impegnata nell'attivit commerciale e industriale. Troppo spesso si  avuto il torto di descriverla come se fosse stata ovunque la stessa, di ricondurla interamente a una tipologia unica, come se l'organizzazione di un borgo semirurale o anche quella di una citt di secondo piano come Francoforte sul Meno si confacesse a potenti metropoli sul genere di Venezia, di Firenze o di Bruges. Indubbiamente la Stadtwirtschaft, che una certa scuola tedesca ha elaborato con tanta sagacia e tanta sapienza, corrisponde per certi aspetti alla realt, ma ne trascura tanti altri, al punto che  impossibile accoglierla senza apportarle importantissime correzioni. Anche in questo caso, questi autori hanno tenuto troppo presente la Germania e creduto di poter estendere arbitrariamente a tutta l'Europa risultati validi solo per una parte delle regioni situate a est del Reno. Per farsi un'idea adeguata dell'economia urbana, conviene al contrario osservarla negli ambienti in cui germogli pi vigorosamente.

La prima necessit che si imponeva a questa economia era evidentemente quella di assicurare l'alimentazione della popolazione. Sarebbe auspicabile poter valutare con una certa esattezza questa popolazione. Purtroppo bisogna rinunciarvi. Non possediamo nessuna notizia statistica anteriore al quindicesimo secolo, e anche quelle di questo secolo che sono giunte fino a noi sono troppo esigue e ben lontane dalla chiarezza desiderabile. Nondimeno, le ricerche minuziose e capillari che da esse hanno tratto origine ci autorizzano ad affermare che le citt del Medioevo erano scarsamente popolate.

Per quanto possa apparire strano,  stato appurato che nel 1450 Norimberga aveva solo 20.165 abitanti; Francoforte, nel 1440, solo 8719; Basilea, verso il 1450, circa 8000; Friburgo in Svizzera, nel 1444, appena 5200; Strasburgo, attorno al 1475, 26.198; Lovanio e Bruxelles nella met del quindicesimo secolo ne avevano, rispettivamente, circa 25.000 e 40.000.

Siamo dunque ben lontani dalle cifre fantastiche che per lungo tempo sono state sostenute contro ogni verosimiglianza. Infatti, a meno che non si pretenda che dal dodicesimo al quindicesimo secolo l'Europa abbia potuto sfamare tanti uomini quanti quelli dell'Europa del ventesimo secolo, si converr senza difficolt che la sua popolazione urbana non possa essere messa a confronto con la popolazione urbana dei nostri giorni. I dati troppo spesso divulgati sulla base di notizie venerabili quanto a et, ma prive di qualunque attendibilit numerica, non resistono alla critica.

Con un intervallo di undici anni (1247-1258), due diversi documenti attribuiscono a Ypres una popolazione di 200.000 e di 40.000 abitanti! Ora,  gi tanto se quella popolazione pot raggiungere la met della seconda cifra. Censimenti assolutamente sicuri ci dicono che la citt contava 10.736 anime nel 1412. Ma essa attraversava una cos profonda decadenza in quell'epoca, che si  in diritto di supporre che, al tempo della sua piena prosperit industriale, cio alla fine del tredicesimo secolo, dovesse avere circa 20.000 abitanti. Gand, dove lavoravano circa 4000 tessitori, nel 1346 deve aver avuto approssimativamente 50.000 abitanti, se si ammette, come  verosimile, l'ipotesi che i tessitori con le loro famiglie costituissero un quarto della popolazione globale. [[G. ESPINAS e H. PIRENNE, Recueil de documenti relatifs  l'histoire de l'industrie drapire en Fiandre, t. II, p. 637.]] Bruges aveva certamente un'importanza non inferiore. In Italia, Venezia, indubbiamente la pi grande citt dell'Occidente, non pu essere rimasta al di sotto dei 100.000 abitanti, e probabilmente non superava di molto citt come Firenze, Milano e Genova. [[Secondo R. DAVIDSOHON, Forschungen zur Geschichte von Florenz, t. II, 2a parte, p. 171, Firenze avrebbe avuto nel 1280 circa 45.000 abitanti, e circa 90.000 nel 1339. Secondo F. LOT, L'tat des paroisses et des feux, cit., p. 300, all'inizio del quattordicesimo secolo nessuna citt di Francia, tranne Parigi, raggiungeva i 100.000 abitanti. Quanto a Parigi, bisognerebbe ipotizzare circa 200.000 anime, se la cifra di 61.000 focolari attribuita a questa citt  esatta.]] A conti fatti,  abbastanza probabile che la popolazione dei maggiori agglomerati urbani raggiungesse solo raramente, all'inizio del quattordicesimo secolo, la cifra massima di 50.000-100.000 abitanti, che una citt di 20.000 abitanti fosse gi considerata grande e che, nella maggioranza dei casi, il numero degli abitanti oscillasse tra i 5000 e i 10.000.

Crescita della popolazione urbana fino all'inizio del quattordicesimo secolo.

Se si prende l'inizio del quattordicesimo secolo come punto d'arrivo,  perch sembra che esso segni quasi ovunque un momento di arresto nella crescita demografica delle citt. Fino a quel momento, la crescita era stata costante. Indiscutibilmente, il popolamento dei primi centri della vita borghese fu rapidissimo. A provarlo basta il continuo ampliamento delle cinte municipali. Quella di Gand, per esempio, fu successivamente estesa in cinque occasioni, nel 1163, nel 1213, nel 1254, nel 1269 e nel 1299, allo scopo di inglobare i sobborghi che erano proliferati attorno a essa. E certamente si contava su ulteriori progressi futuri, dato che gli ultimi bastioni costruiti cingevano una superfide abbastanza estesa da consentire per lungo tempo l'insediamento di nuovi quartieri; tuttavia, quei nuovi quartieri non furono mai edificati... La situazione demografica si era stabilizzata. Bisogner attendere il sedicesimo secolo per assistere a un nuovo aumento della popolazione.

Per nutrirsi, le citt dovettero ricorrere sia alle campagne circostanti, sia al grande commercio. Difatti, esse non potevano far fronte alla propria alimentazione se non in una misura talmente modesta da poter essere considerata trascurabile. Soltanto le piccole localit dotate di franchigie municipali nella seconda met del Medioevo, e che in gran parte conservarono un carattere semirurale, potevano sopravvivere senza un aiuto esterno. Ma sarebbe assolutamente erroneo assimilarle agli agglomerati mercantili che furono la culla della borghesia. Fin dalle loro origini, questi ultimi furono costretti a importare i propri mezzi di sussistenza. Quand'anche si volesse contestare questa verit fin troppo evidente, sarebbe vano invocare la circostanza che, anche nell'epoca del loro pieno sviluppo, vi si incontrino stalle e porcili. In effetti, la loro presenza potrebbe essere segnalata in tutte le citt sino alla fine del diciottesimo secolo, e non si pu dire che siano scomparsi definitivamente in quelle dei nostri giorni. Queste strutture erano destinate a fornire un sostentamento supplementare ai loro proprietari, non certo a provvedere al vettovagliamento pubblico.

I fornitori della borghesia erano innanzitutto i contadini dei dintorni. Non appena la formazione dei primi comuni urbani offr uno sbocco ai loro prodotti, che fino ad allora avevano avuto come unici sfoghi i piccoli mercati locali delle citt e dei borghi, la stagnazione economica delle campagne ebbe termine. Fra queste e le citt nascenti si annodarono necessariamente relazioni che imponevano al contempo i bisogni di queste e l'interesse di quelle. La campagna divenne fornitrice della citt che circondava. A mano a mano che la citt, crescendo, aumentava la sua domanda, la campagna si organizz per soddisfarla e per rispondere con un aumento di produzione alle esigenze di un consumo sempre pi intenso.

La politica alimentare delle borghesie

Le amministrazioni municipali si videro subito costrette a disciplinare l'importazione dei viveri. Dovevano fare opera di vigilanza non solo sul loro arrivo, ma anche sui rischi di accaparramento e sul rincaro arbitrario dei prezzi. Per assicurare ai borghesi un sostentamento abbondante e pi a buon mercato possibile, fecero ricorso principalmente a due strumenti: la pubblicit delle transazioni e la soppressione di ogni intermediario tra il produttore e il consumatore. Mirarono a mettere direttamente di fronte, sotto il controllo di tutti, il venditore campagnolo e il compratore cittadino. Bandi e ordinanze, di cui purtroppo conserviamo ben poco, erano stati promulgati fin dal dodicesimo secolo, e, a partire dal tredicesimo, abbondano i documenti che, con le loro regole minuziose, ci permettono di cogliere nel vivo i sistemi impiegati per raggiungere lo scopo: divieto di comprare i viveri prima ancora che il contadino abbia raggiunto la citt, obbligo di portare direttamente al mercato tutte le derrate e di lasciarvele esposte fino a una certa ora senza poterle vendere a compratori che non fossero borghesi; divieto per i macellai di conservare la carne in cantina o ai fornai di procurarsi pi grano di quello necessario "per la propria infornata"; infine, divieto a ogni borghese di acquistare al di l dei bisogni propri e della propria famiglia. Si prendono le pi minuziose precauzioni per prevenire ogni aumento artificiale dei prezzi degli alimenti. Spesso si fa ricorso all'istituzione di un prezzo massimo; il peso del pane  messo in relazione con il valore del grano; il controllo dei mercati  affidato a funzionari comunali, il cui numero diviene sempre pi elevato. Il regime protezionistico borghese non combatte solo gli abusi della speculazione e l'accaparramento, ma previene anche le frodi e le truffe. Tutte le derrate sono minuziosamente ispezionate, e si confiscano o si distruggono - senza escludere altre punizioni, che talora arrivano fino al bando - tutte quelle che non sono di qualit irreprensibile o, per impiegare la bella espressione che si trova nei testi, tutte quelle che non sono "leali".

Queste norme, il cui numero si potrebbe facilmente moltiplicare all'infinito, sono dettate, come si vede, dall'intento di controllare e dal principio che lo scambio dovesse essere diretto a tutto vantaggio del consumatore. [[Naturalmente, esisteva un certo numero, pi o meno grande, di dettaglianti, sia per le derrate alimentari, sia per gli oggetti di consumo introdotti dal commercio. Lo scambio diretto  dunque un principio che comporta numerose eccezioni. Si vedano per esempio le ricerche di B. MENDL, Breslau zu Beginn des XV Jahrhunderts, in "Zeitschrift des Vereins fr die Geschichte Schlesiens" (1929).]] Questo principio vi si esprime cos frequentemente e vi si manifesta sotto tante forme che qualcuno ha voluto farne, non senza una certa esagerazione d'altronde, il carattere essenziale dell'economia urbana. In ogni caso,  certo che essa vi ha fatto ampio ricorso per realizzare il "bene comune" della borghesia. Questo ideale cui ha sempre teso e in favore del quale non teme di ricorrere alle misure pi autoritarie, limita impietosamente la libert personale, in breve instaura, nel campo dell'alimentazione, una regolamentazione quasi altrettanto dispotica e inquisitoria di quella applicata, come si vedr pi avanti, alla piccola industria.

L'approvvigionamento delle citt e il commercio

Non bisogna pensare che l'approvvigionamento delle citt abbia coinvolto solo le campagne circostanti. Il quadro appena tracciato sarebbe incompleto se non si chiarisse il contributo dato dal commercio. Difatti, per le grandi citt - e una citt di 20.000 abitanti deve gi essere considerata una grande citt - una parte considerevole dei mezzi di sostentamento proveniva da questo canale. A questo doveva certamente pensare Guido di Dampierre quando, nel 1297, constatava che "la Fiandra non pu bastare a se stessa, se non le arriva nulla dall'esterno". [[H. PIRENNE, Histoire de Belgique, t. I, 5a ed., p. 263.]] Del resto, un gran numero di derrate doveva giocoforza essere importato, per esempio le spezie, o nell'entroterra il pesce di mare, oppure il vino nel Nord. Non si poteva dunque fare a meno dell'intervento dei mercanti, i quali si approvvigionavano all'ingrosso, sia nelle fiere, sia direttamente nei luoghi di produzione. In tempi di penuria o di carestia, soltanto grazie alle loro importazioni le citt, private delle risorse dei loro dintorni, riuscivano comunque a sfamare la popolazione.

A queste importazioni non era pi applicabile la regolamentazione sopra descritta, che non pu dunque ritenersi valida per tutta l'economia urbana. Fatta per il mercato comunale e capace di dominarlo perch esso funzionava sotto il suo controllo, questa regolamentazione non poteva costringere il grande commercio, che fatalmente finiva per sfuggirle. Riusciva a impedire a un panettiere di accumulare segretamente nel suo granaio qualche sacco di frumento per rivenderlo poi al primo rincaro, a individuare chi comprava direttamente dal contadino prima che la merce fosse entrata in citt, o a vanificare le manovre di intermediari conniventi con qualche contadino, ma restava impotente di fronte al mercante all'ingrosso che faceva sbarcare sui moli della citt il carico di parecchie navi piene di segale, di frumento o di botti di vino. Quale influenza si poteva esercitare in questo caso sul livello dei prezzi, e come bisognava regolarsi per sottoporre anche le vendite all'ingrosso a un regime ideato per le vendite al minuto?

I sensali

Questa regolamentazione si trova palesemente a fronteggiare un fenomeno economico cui non  assolutamente adatta. Non appena l'azione del capitale si manifesta, la elude, perch  al riparo dai suoi controlli. Pu soltanto far partecipare in qualche misura la borghesia ai benefici degli importatori e pagando a questi i servigi che le rendono. In quanto straniero, infatti, il mercante di fuori deve necessariamente ricorrere alla popolazione locale. Ha bisogno di un intermediario per vendere o per comprare da persone che non conosce.

In un primo tempo, egli prese probabilmente come guida e come aiutante il locandiere che gli dava alloggio. A questa usanza deve certamente farsi risalire l'istituzione dei sensali. Ci che era imposto dalle circostanze fin per diventare un obbligo legale. Il mercante si vide costretto a fare affari con la borghesia locale soltanto tramite un sensale ufficiale. A quanto pare, in questo campo come in altri,  stata Venezia a dare l'esempio. Fin dal dodicesimo secolo vi operano, con la denominazione di "sensales" mutuata da Bisanzio, dei veri e propri mediatori di professione. Nel tredicesimo secolo, questi agenti appaiono un po' ovunque: si chiamano makelaeren nella Fiandra, Unterkufer in Germania, brokers in Inghilterra. [[L. GOLDSCHMIDT, Universalgeschichte des Handelsrechts, cit., p. 230 sgg.]]In certi casi, essi conservano perfino il loro appellativo primitivo di albergatori (Gasteri). In tutte le citt, percepiscono provvigioni cos lucrative che molti di loro finiscono per accumulare fortune consistenti e occupano posti di primo piano nell'alta borghesia.

Esclusione degli stranieri dal commercio al minuto

Contro l'invasione dei capitalisti stranieri, fu presa un'ulteriore precauzione: la loro esclusione dal commercio al minuto. Quest'ultimo resta inviolabile monopolio della borghesia locale,  il settore che essa riserva per s e in cui si difende contro ogni concorrenza. La legislazione comunale imponeva dunque al grande commercio le figure degli intermediari che rifiutava al piccolo. L'interesse stesso della borghesia spiega questa apparente contraddizione. Se da una parte il risultato era un rincaro dei prodotti importati, dall'altra si favoriva il commercio locale. D'altronde bisogna ribadire, se ve ne fosse bisogno, che l'intervento dei sensali e la proibizione della vendita al dettaglio si applicava soltanto ai forestieri. I grandi mercanti della citt ne erano dispensati.

[[Bibliografia: cfr. nota 1 del capitolo li; G. ESPINAS, La vie urbaine de Douai au Moyen Age (Parigi 1913, 4 voll.); W.S. HUNGER, De levensmiddelenvoorziening der Hollandsche steden in de middeleeuwen (Amsterdam 1916); J.G.. VAN DILLEN, Het economisch karakter der middeleeuwesche stad (Amsterdam 1914); P. Sander, Die reichsstdtische Haushaltung Nurnbergs, 1431-1440 (Lipsia 1902, 2 voll.); K. BCHER, Die Bevlkerung von Frankfurt am Main im XIV und XV Jahrhundert (Tubinga 1886); J. JASTROW, Die Volkszahl deutscher Stadte zu Ende des Mittelalters (Berlino 1886); H. PIRENNE, Les dnombrements de la population d'Ypres au XVe sicle, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. I (1903); J. CUVELIER, Les dnombrements de foyers en Brabant, XIVe-XVIe sicle (Bruxelles 1912); G. PARDI, Disegno della storia demografica di Firenze, in "Archivio storico italiano" (1915); inoltre, la bibliografia di KULISCHER, Allgemeine Wirtschaftsgeschichte des Mittelalters und der Neuzeit, cit, t. i, pp. 164-65.]]

2. L'INDUSTRIA URBANA.

Clientela dell'industria urbana

I caratteri constatati nell'ambito dell'alimentazione si ritrovano, ma con variet e ingegnosit di gran lunga superiori, nell'organizzazione dell'industria. Anche in questo caso, la normativa  diversa secondo che si tratti di ingrosso o di dettaglio. Non  la stessa per gli artigiani che riforniscono il mercato locale e per quelli che lavorano per l'esportazione. Cominceremo con l'occuparci dei primi.

Grande o piccola che sia, ogni citt possiede un numero e una variet di artigiani proporzionali alla sua importanza, poich non c' popolazione urbana che possa fare a meno dei manufatti necessari al soddisfacimento dei propri bisogni. Se le produzioni di lusso esistono solo negli agglomerati pi consistenti, in compenso si incontrano ovunque gli artigiani indispensabili all'esistenza giornaliera: fornai, macellai, sarti, fabbri, falegnami, maestri vasai o ramai ecc. Come il feudo, nell'epoca agricola del Medioevo, si sforzava di produrre al suo interno tutte le specie di cereali, cos ogni citt provvede alle necessit correnti dei suoi abitanti e di quelli delle campagne circostanti. Essa smercia i suoi prodotti nel territorio stesso da cui ricava il nutrimento. I contadini che la approvvigionano con le loro derrate, in cambio si riforniscono in citt di prodotti industriali. La clientela dei piccoli opifici urbani  dunque composta, sia dalla borghesia locale, sia dalla popolazione rurale circostante.

La legislazione industriale  necessariamente pi complicata della legislazione in materia alimentare. Questa doveva limitarsi a considerare il borghese un semplice consumatore, mentre la prima deve vederlo anche nella veste di produttore. Bisogna perci istituire una disciplina che protegga tanto l'artigiano che fabbrica e vende, quanto il cliente che compra. In tutti i paesi si  pervenuti a tale risultato con un'organizzazione che, al di l delle differenze di dettaglio, si fonda ovunque sui medesimi princpi: quella delle corporazioni di mestieri.

Malgrado la variet dei nomi che la designano, officium o ministerium in latino, mtier o jurande in francese, arte in italiano, ambacht o nering in olandese, Amt, Innung, Zunft o Handwerk in tedesco, craftgild o mistery in inglese, questa istituzione si rivela dappertutto identica nella sua essenza, perch ovunque risponde alle stesse necessit fondamentali. In essa l'economia urbana ha trovato la sua espressione pi generale e pi caratteristica.

Origine delle corporazioni di mestieri

Si  molto discusso e si discute ancora sull'origine delle corporazioni. Conformandosi alla tendenza degli eruditi dall'inizio del diciannovesimo  secolo, questa origine  stata ricercata in primo luogo nei collegia e nelle artes che, sotto l'Impero romano, raggruppavano gli artigiani delle citt. Si  ipotizzato che tali istituzioni fossero sopravvissute alle invasioni germaniche e che la rinascita economica del dodicesimo secolo le avesse fatte semplicemente rifiorire. Tuttavia non  stata fornita nessuna prova di questa sopravvivenza a nord delle Alpi, e d'altra parte ci che sappiamo sulla completa eclissi della vita municipale a partire dal nono secolo non la rende accettabile. Soltanto in quelle regioni d'Italia rimaste durante l'alto Medioevo sotto l'amministrazione bizantina, alcune tracce degli antichi collegia si sono in qualche misura conservate. Ma questo fenomeno  troppo localizzato e di importanza troppo secondaria perch sia valida l'ipotesi che ne sia derivata un'istituzione cos generalizzata come quella delle corporazioni di mestieri.

Il tentativo di trovarne le radici nel diritto signorile (Hofrecht) non ha avuto maggior successo.  verissimo che nei latifondi, durante e dopo l'epoca carolingia, si trovano artigiani di vario genere reclutati tra i servi del signore e che lavorano al suo servizio sotto dei capi preposti alla loro sorveglianza. [[Cfr. sopra, p. 85.]] Purtroppo, si  tentato invano di dimostrare che all'epoca della formazione delle citt questi artigiani domestici avessero ricevuto l'autorizzazione a lavorare per il pubblico, che a costoro si fossero associati uomini liberi e che, a poco a poco, questi raggruppamenti in un primo momento servili fossero diventati corporazioni autonome.

La maggior parte dei moderni considera a ragione la libera associazione come la soluzione pi verosimile di questo problema. Difatti, si vedono i lavoratori urbani costituire, a partire dalla fine dell'undicesimo secolo, confraternite (fraternitates, caritates) nelle quali si aggregano secondo le professioni esercitate. Certamente avranno tenuto conto dei modelli delle gilde mercantili e delle associazioni religiose formatesi attorno alle chiese e ai monasteri. I primi gruppi di artigiani si distinguono in effetti per le loro inclinazioni pie e caritatevoli. Ma essi devono aver risposto al tempo stesso al bisogno di protezione economica. La necessit di stringersi gli uni agli altri per resistere alla concorrenza dei nuovi venuti era troppo urgente per non essersi imposta fin dai primordi della vita industriale.

Per quanto sia stata importante, l'associazione non  stata sufficiente alla costituzione dei mestieri. Accanto a essa, una parte importantissima hanno avuto i pubblici poteri. Il carattere regolametitare che aveva dominato tutta la legislazione economica dell'Impero romano non si era dissolto con la sua caduta. Lo si ravvisa abbastanza nettamente, anche durante l'epoca agricola del Medioevo, nel controllo esercitato dai re o dai feudatari sui pesi e sulle misure, sulla moneta, sul teloneo e sui mercati. Quando gli artigiani cominciarono a concentrarsi nelle citt nascenti, i castellani o i balivi che vi erano insediati pretesero ovviamente di sottometterli alla loro autorit. Ne sappiamo abbastanza per poter affermare che, dalla prima met dell'undicesimo secolo, costoro detengono certi diritti di vigilanza sulla vendita delle derrate e sull'esercizio di varie professioni. Nelle citt diocesane, i vescovi si preoccupano inoltre di far regnare i princpi della morale cattolica, princpi che impongono ai venditori uno justum pretium che non pu essere superato senza cadere in peccato.

Era fatale che questa prima disciplina industriale fosse progressivamente assorbita e quindi completata dall'autorit comunale in occasione della formazione delle prime costituzioni urbane. Nella Fiandra, a partire dalla seconda met del dodicesimo secolo, gli scabini promulgano bandi che non si limitano alle derrate alimentari, ma riguardano anche tutte le altre merci (in pane et vino et caeteris mercibus) e conseguentemente anche i prodotti industriali. Tuttavia, era evidentemente impossibile legiferare sui prodotti senza legiferare sui produttori. Per assicurare la buona qualit dei primi, non c'era altro mezzo che vigilare sui secondi. Sotto questo aspetto, niente era pi efficace che aggregarli in gruppi professionali sottoposti al controllo dell'autorit cittadina. Alla naturale inclinazione che induceva gli artigiani all'associazione, si un pertanto l'interesse del controllo amministrativo. Si pu affermare che alla met del dodicesimo secolo la suddivisione degli artigiani cittadini in corpi professionali, riconosciuti o istituiti dall'autorit locale, fosse gi un fatto compiuto in un gran numero di citt. Dal momento che, gi in tale epoca, tale fenomeno si verifica in localit insignificanti come Pontoise (1162), Hagenau (1164), Hochfelden e Swindratzheim (prima del 1164), [[F. KEUTGEN, Urkunden zur stadtischen Verfassungsgeschichte, p. 136,  23 (Berlino 1899).]] esso non pu non essersi manifestato precedentemente negli agglomerati pi importanti. D'altronde, possediamo un certo numero di documenti che consente di stabilire con assoluta certezza l'antichit delle corporazioni di mestieri: nel 1099 i tessitori a Magonza, nel 1106 i pescivendoli a Worms, nel 1128 i ciabattini a Wrtzburg, nel 1149 i fabbricanti di trapunte a Colonia costituiscono associazioni ufficiali. A Rouen, all'inizio del dodicesimo secolo, i conciatori formano una gilda alla quale devono necessariamente affiliarsi tutti coloro che vogliono praticare la loro professione. In Inghilterra, l'istituzione di craftgilds  menzionata sotto il regno di Enrico I (1100-1135) a Oxford, Huntington, Wunchester, Londra, Lincoln, e non tarda a diffondersi in tutte le altre citt.

Monopolio industriale dei mestieri

Da quanto detto si pu dunque arguire che, a partire dall'undicesimo secolo, le autorit pubbliche hanno disciplinato il regime industriale delle citt mediante la ripartizione degli artigiani in tanti gruppi quante erano le distinte professioni da sorvegliare. Ciascun raggruppamento ha ottenuto il diritto di riservare ai propri membri l'esercizio esclusivo del mestiere cui si dedica. Si tratta dunque di organismi essenzialmente privilegiati, ma assolutamente estranei all'idea di libera impresa. Essi hanno piuttosto come fondamento l'esclusivismo e il protezionismo. Il loro monopolio  designato in Inghilterra con il termine gild, in Germania con quelli di Zunftwang e Innung.

Non si pu dubitare che quest'affiliazione obbligatoria degli artigiani abbia avuto come scopo primario l'interesse degli artigiani stessi. Per proteggere il consumatore contro le frodi e le falsificazioni era sufficiente la disciplina dell'attivit industriale e la vigilanza sulla vendita. Il monopolio professionale assicurato alle corporazioni era semmai un pericolo per i compratori, che un siffatto regime lasciava in un certo qual modo alla merc delle associazioni artigiane. Ma per i produttori, esso presentava l'inestimabile vantaggio di liberarli da ogni concorrenza, perci tale monopolio deve essere indubbiamente considerato una concessione delle autorit legali alle loro richieste.

Le associazioni volontarie formate dagli artigiani a partire dalla fine dell'undicesimo secolo non possedevano in effetti alcun titolo giuridico che le autorizzasse a vietare l'esercizio dell'artigianato al di fuori di esse. Contro i non affiliati non avevano altri mezzi che il boicottaggio, vale a dire la forza bruta, arma precaria e insufficiente. Ben presto esse dovettero dunque sollecitare la concessione del diritto di costringere tutti gli artigiani a entrare nelle loro file o a chiudere bottega. I pubblici poteri esaudirono il loro desiderio senza fare difficolt. Ci tornava a vantaggio della pace pubblica, e anche il controllo dell'attivit sarebbe stato agevolato. Spesso, in cambio della preziosa concessione del monopolio, le corporazioni furono sottoposte a contributi. In Inghilterra, le craftgilds pagavano alla corona un diritto annuale per il monopolio di cui godevano, e con lo stesso motivo si spiegano indubbiamente le tasse imposte a vari mestieri nelle citt della Francia, della Germania e dei Paesi Bassi.

L'origine delle corporazioni di mestieri deve essere dunque attribuita a due fattori: il potere legale e l'associazione volontaria. Il primo interviene nell'interesse del pubblico, ossia dei consumatori; il secondo  conseguenza della libera iniziativa degli stessi artigiani, vale a dire dei produttori. In principio, queste due tendenze sono perci divergenti. Si conciliano nel momento in cui le autorit riconoscono ufficialmente alle associazioni di lavoratori il carattere di sindacati obbligatori. [[TIENNE BOILEAU, Le livre des mtiers, a cura di S. Depping, p. 1 (Parigi 1837), indica in questi termini i motivi che lo hanno indotto a raccogliere la normativa dei mestieri di Parigi: "Pour ce que nous avons veu  Paris en nostre tans mout de plais, de contens par la delloial envie qui est mre de plais et defferene convoitise qui gaste soy meme et par le non sens as Jones et as poi sachrans, entre le estranges gens et ceus de la ville, qui aucun mestier usent et hantent, por la raison de ce qu 'il avoient vendu as estranges aucunes choses qui n'estoient pas si bones ne si loiaus que elles deussent..." ("Perch a causa della perfida invidia che  madre di liti e di sfrenata cupidigia che corrompe anche se stessi e a causa della sventatezza dei giovani e degli ignoranti, nel nostro tempo a Parigi abbiamo veduto molte querele e contese tra i forestieri e i cittadini che conoscono e praticano un mestiere, per il motivo che avevano venduto ai forestieri delle cose che non erano cos buone e cos schiette come avrebbero dovuto...").]]

Nella sua essenza, il mestiere medievale pu essere definito come una corporazione industriale che gode del beneficio di praticare esclusivamente una determinata professione, secondo norme sancite dall'autorit pubblica.

Sarebbe un gravissimo errore considerare il diritto ad amministrarsi da s come inerente la natura stessa dei mestieri. In molte citt, essi non si sono mai opposti alla tutela del potere municipale, e sono rimasti semplici organismi funzionanti sotto il suo controllo. [[Si veda per esempio J. BlLLIOUD, De la confrrie  la corporation: les classes industrielles en Provence aux XIVe, XV et XVIe sicles (Marsiglia 1929). L'industria era sottoposta ad analoga sorveglianza da parte dei consuls cittadini.]] In questo senso, la parola tedesca Amt, che significa funzione, corrisponde perfettamente al loro carattere. In un centro estremamente attivo come Norimberga, per esempio, non hanno mai cessato di essere strettamente sottomessi al Rath (consiglio municipale) che rifiut loro perfino il diritto di riunirsi senza la sua autorizzazione e arriv al punto di voler controllare la loro corrispondenza con gli artigiani delle citt straniere.

Tendenza delle corporazioni all'autonomia

In compenso, la tendenza corporativa appare fortissima nella maggior parte delle citt dell'Europa occidentale. Nei Paesi Bassi, nel nord della Francia, sulle rive del Reno, in Italia, ossia nelle regioni in cui la vita urbana si  sviluppata prima e pi completamente, le associazioni di artigiani rivendicano un'autonomia che spesso li mette in contrasto non solo con il potere, ma anche gli uni con gli altri. Dalla prima met del tredicesimo secolo, essi reclamano il diritto di amministrarsi da s, di riunirsi per deliberare sui propri interessi, di possedere una campana e un sigillo, di intervenire anche nel governo, accanto ai ricchi mercanti nelle cui mani  accentrato. I loro tentativi appaiono cos temibili che a Rouen, gi nel 1189, le confraternite di artigiani sono proibite, e lo stesso avviene, per limitarsi a pochi esempi, a Dinant nel 1255, nella maggior parte delle citt fiamminghe e a Tournai nel 1280, a Bruxelles nel 1290 ecc. Tuttavia l'opposizione incontrata non riesce ad abbatterle. Nel corso del quattordicesimo secolo, riusciranno a ottenere, non dappertutto a dire il vero, il diritto di nominare autonomamente i propri decani e i propri giurati, di essere riconosciute come organi politici e di condividere il potere con l'alta borghesia.

Protezione del produttore

Se, dal punto di vista dell'autonomia interna e dell'influenza politica, le corporazioni hanno conosciuto differenze considerevoli secondo le regioni e le citt, per la loro organizzazione economica si assomigliano in tutta Europa: l'organizzazione, nei suoi tratti fondamentali,  ovunque la stessa. In essa si manifesta nella maniera pi vigorosa lo spirito protezionistico tipico dell'economia urbana del Medioevo. Il suo scopo essenziale  proteggere l'artigiano non solo contro la concorrenza esterna, ma anche contro quella dei suoi confratelli. La corporazione riserva ai suoi affiliati l'esclusiva del mercato cittadino, chiuso ai prodotti stranieri, e al contempo vigila perch nessun membro della professione abbia modo di arricchirsi a discapito degli altri. Per questo le norme impongono, con crescente meticolosit, le procedure di una tecnica rigorosamente uguale per tutti, fissano le ore di lavoro, impongono l'ammontare dei prezzi e dei salari, vietano ogni genere di pubblicit, determinano il numero degli utensili e quello degli operai negli opifici, istituiscono sorveglianti incaricati di ispezioni estremamente accurate e fiscali, si sforzano insomma di garantire a ciascuno la protezione e, nello stesso tempo, pari opportunit per quanto possibile. L'indipendenza del singolo  cos salvaguardata a spese della rigida subordinazione del gruppo. Il privilegio e il monopolio della corporazione hanno come contropartita l'annientamento di ogni iniziativa. Nessuno pu permettersi di nuocere agli altri con sistemi che lo metterebbero in grado di produrre pi rapidamente e pi a buon mercato. Il progresso tecnico  considerato una forma di slealt. L'ideale  la stabilit delle condizioni nella stabilit dell'attivit svolta.

Protezione del consumatore

La disciplina imposta all'artigiano mira naturalmente ad assicurare ai manufatti una qualit impeccabile. In tal senso, essa  applicata a tutto vantaggio del consumatore. L'economia regolamentata delle citt rende la falsificazione impossibile o, quanto meno, difficile e pericolosa, tanto in materia di artigianato quanto in materia di alimentazione. Si rimane stupiti della severit delle punizioni che colpiscono le frodi o anche semplici negligenze. L'artigiano  sottoposto al costante controllo non soltanto dei sorveglianti municipali, i quali hanno la facolt di entrare di giorno e di notte nella sua bottega, ma anche del pubblico, sotto il cui sguardo  costretto a lavorare vicino alla finestra.

La gerarchia degli artigiani

I membri di ogni corporazione sono divisi in categorie, le une subordinate alle altre: i maestri, gli apprendisti (Lehrlingen) e i lavoranti (Knechten, servingmen). I maestri costituiscono la classe dominante, da cui dipendono le altre due. Sono capi di piccole botteghe, proprietari della materia prima e degli utensili. Il prodotto fabbricato appartiene dunque a loro, e tutti gli utili della vendita restano nelle loro mani. Al loro fianco, gli apprendisti imparano il mestiere sotto la loro guida, perch nessuno pu essere ammesso all'esercizio della professione senza aver prima dimostrato di averne le capacit. I lavoranti, infine, sono lavoratori retribuiti che hanno compiuto il loro apprendistato, ma non sono ancora riusciti a elevarsi al rango di maestri. Il numero dei maestri infatti  ristretto, perch deve essere proporzionale alle esigenze del mercato locale; inoltre l'acquisizione di tale qualifica  subordinata a certe condizioni (pagamento di un diritto, nascita legittima, affiliazione alla borghesia) che la rendono di difficile conseguimento. La clientela di ogni laboratorio artigiano  limitata agli abitanti della citt e della periferia. Ogni laboratorio  al tempo stesso una bottega dove il compratore si trova direttamente in presenza del produttore. In questo caso come in quello del commercio al dettaglio dei generi alimentari, il ruolo dell'intermediario si riduce al minimo indispensabile.

Il maestro artigiano  dunque, nella piena accezione del termine, un piccolo imprenditore indipendente. Il suo capitale consiste semplicemente nella sua casa e negli strumenti indispensabili alla sua professione. Il suo personale, strettamente limitato dalla normativa, si compone di uno o due apprendisti e di altri lavoranti il cui numero raramente supera questa cifra. Se per caso qualche maestro entra in possesso, tramite matrimonio o per via ereditaria, di una fortuna superiore a quella dei suoi simili, gli sar impossibile aumentare il volume dei suoi affari a loro danno, poich il regime vigente non lascia spazio alla concorrenza. Ma la disparit patrimoniale deve essere stata quanto mai rara in mezzo a questi piccoli borghesi. Per tutti o quasi, l'organizzazione economica comporta un ugual genere di vita e le stesse modiche risorse. Questa organizzazione assicura una certa condizione ma al tempo stesso impedisce di elevarsi. Tutto sommato, potrebbe essere definita "acapitalistica".

Gli artigiani che lavorano prodotti di esportazione

Lo spettacolo dell'industria urbana non  per ovunque quello appena descritto. In molte citt, nella fattispecie in quelle pi sviluppate, bisogna distinguere, accanto agli artigiani-imprenditori che vivono del mercato locale, un secondo gruppo alquanto differente dai primi: quello degli artigiani dediti all'esportazione. Invece di limitarsi a produrre per la ristretta clientela della citt e dei suoi dintorni, questi ultimi, di fatto, sono fornitori dei mercanti all'ingrosso che praticano il commercio internazionale. Da loro ricevono le materie prime, le lavorano, e sempre a loro, per finire, le riconsegnano sotto forma di oggetti fabbricati. Nei confronti dei propri committenti, appaiono dunque alla stregua di semplici salariati.

Questa, per esempio,  a Lucca la situazione degli operai della seta, [[Sul carattere capitalistico dell'industria lucchese, F.L.M. EDLER prepara uno studio il cui sunto  apparso "for private circulation", negli "Abstracts of theses" dell'Universit di Chicago: "Humanistic series", t. VIII (1929-1930); per quello dell'industria di Dinant, vedere H. PIRENNE, Les marchands-batteurs de Dinant au XIVe et au XVe sicle, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. II (1904), p. 442 sgg.]]a Dinant quella dei battirame, a Gand, a Ypres, a Douai, a Bruxelles, a Lovanio, a Firenze, insomma in tutti i centri di quell'industria tessile che  stata la grande industria per eccellenza del Medioevo, quella dei tessitori, dei follatori e dei tintori. Indubbiamente, tutti questi lavoratori come gli altri artigiani sono suddivisi in corporazioni. Ma se la forma di tali raggruppamenti  analoga, non bisogna ingannarsi sulla natura dei loro membri.

Nelle corporazioni dell'industria locale, quelle di fornai, fabbri, ciabattini ecc., gli utensili e la materia prima appartengono al lavoratore, come pure il prodotto che quest'ultimo vende direttamente ai suoi clienti. Nella grande industria, al contrario, capitale e lavoro sono dissociati. L'operaio lontano dal mercato conosce soltanto l'imprenditore che lo paga, e soltanto grazie all'intermediazione di quest'ultimo i frutti del suo lavoro, dopo essere transitati per molte mani, saranno finalmente venduti negli scali del Levante o nelle fiere di Novgorod. Lo scambio diretto, nel quale troppo spesso ci si compiace di ravvisare il carattere essenziale dell'economia urbana, in questo caso  completamente assente.

Gli operai che lavorano per l'esportazione si differenziano dai piccoli artigiani urbani anche per consistenza numerica. Il mercato sempre pi vasto del commercio internazionale richiede lavoratori via via pi numerosi. Alla met del quattordicesimo secolo, Gand aveva al suo interno pi di 4000 tessitori e ben oltre 1200 follatori: cifre enormi, se si pensa che la citt allora non contava certamente pi di 50.000 abitanti. L'equilibrio che le normali citt medievali presentano tra le diverse professioni  in questo caso completamente sovvertito a favore di una di esse, e ci si trova di fronte a una situazione analoga a quella dei centri manifatturieri del nostro tempo. A provarlo basta il fatto seguente. A Ypres, nel 1431, ossia in un'epoca in cui l'industria tessile  in pieno declino, essa comprende ancora il 51,6% del complesso delle attivit artigianali, mentre, alla stessa data, a Francoforte sul Meno, citt di industria locale, interviene nella misura del 16%.

Condizione sociale degli operai dell'esportazione

Le masse operaie delle grandi citt industriali vivevano un'esistenza alla merc delle crisi economiche e della disoccupazione. Se la materia prima cessava di affluire a seguito di una guerra o di un divieto di importazione, i tessitori restavano inoperosi e folle di disoccupati riempivano le strade, oppure si disperdevano mendicando il pane nelle campagne. Al di fuori di questi periodi di involontaria miseria, la condizione dei maestri proprietari o affittuari di botteghe era soddisfacente, ma lo stesso non si pu dire per i lavoranti loro dipendenti. Nella maggior parte dei casi, questi ultimi abitavano nei vicoli, in camere affittate a settimana, e non possedevano altro che i loro indumenti. Andavano di citt in citt per offrire i propri servigi ai padroni. Il luned mattina, si ritrovavano nelle piazze, attorno alle chiese, nell'ansiosa attesa di un maestro che li ingaggiasse per otto giorni. La giornata lavorativa cominciava all'alba per finire all'imbrunire. La paga era distribuita il sabato sera e, bench i regolamenti municipali prescrivessero che fosse versata in denaro, gli abusi del trucksystem erano numerosi. E cos, gli operai della grande industria formavano una classe a parte in mezzo agli altri artigiani e assomigliavano non poco ai moderni proletari. Li si poteva riconoscere dalle loro "unghie blu", dai vestiti, dalla rozzezza dei modi. Non si temeva di trattarli duramente, perch si sapeva che il posto di coloro che fossero stati messi al bando non sarebbe rimasto a lungo vacante. Non ci si sorprenda dunque di vederli organizzare degli scioperi gi verso la met del tredicesimo secolo. Il pi antico che si conosca  segnalato a Douai nel 1245 col nome di takehan. [[G. ESPINAS e H. PIRENNE, Recueil de documents relatifs  l'histoire de l'industrie drapire en Fiandre, cit., t. II, p. 22.]]. Nel 1274, i tessitori e i follatori di Gand arrivarono al punto di abbandonare in massa la citt per rifugiarsi nel Brabante, dove d'altra parte gli scabinati, tempestivamente avvertiti di quella spaccatura nella plebe operaia, rifiutarono di accoglierli. [[Ivi, p. 379 sgg.]] Nei Paesi Bassi, a partire dal 1242 si assiste alla creazione di leghe fra citt che stipulano patti per l'estradizione degli operai fuggiaschi, sospetti o colpevoli di cospirazione. Ogni tentativo di sollevazione comporta il bando o la pena di morte.

I grandi padroni

I lavoratori delle industrie di esportazione differivano dai salariati dei nostri giorni per un aspetto essenziale. Anzich essere riuniti in grandi opifici, erano dispersi in una moltitudine di piccoli laboratori tessili. Il maestro tessitore o il maestro follatore, proprietario o pi spesso affittuario degli strumenti di lavoro, era insomma un lavoratore a domicilio che operava per conto di un grande mercante capitalista. Il controllo esercitato dal potere cittadino sulla pratica dei mestieri, fintantoch il potere fu nelle mani dell'alta borghesia, forniva scarse garanzie agli operai, perch era proprio fra i capitalisti che venivano scelte le autorit cittadine. Basta sfogliare gli atti di successione del ricco industriale tessile di Douai Jehan Boine Broke [[All'articolo di G. ESPINAS su questo personaggio citato in questo capitolo alla nota 7, si aggiunga G. ESPINAS e H. PIRENNE, Additions au recueil de documents relatifs  l'histoire de l'industrie drapire en Fiandre, in "Bulletin de la Commission royale d'histoire de Belgique", t. xeni (1929), p. 55 sgg.]] (morto nel 1285-86) per constatare fin dove si spingeva ancora lo sfruttamento degli artigiani della grande industria all'inizio del quattordicesimo secolo. Spremuti dai datori di lavoro, i maestri erano costretti a spremere a loro volta gli apprendisti e i lavoranti. La preponderanza del capitale, cui l'economia cittadina era riuscita a sottrarre le attivit artigianali minori, gravava con tutto il suo peso su coloro che producevano per il commercio all'ingrosso, che era per l'appunto dominato dal capitale.

[[Bibliografia: L.M.. HARTMANN, Zur Geschichte der Znfte im frhen Mittelalter, in "Zeitschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. III (1895); R. eberstadt, Der Ursprung des Zunftwesens (Lipsia 19152); G. VON BELOW, Handwerk und Hofrecht, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. XII (1914); F. Keutgen, Aemter und Znfte (Jena 1903); G. SEELIGER, Handwerk und Hofrecht, in "Historische Vierteljahrschrift", t. XVI (1913); per la bibliografia tedesca, cfr. KULISCHER, Allgemeine Wirtschaftsgeschichte des Mittelalters und der Neuzeit, cit., t. I, p. 165; G. DES MAREZ, La premire tape de laformation corporative. L'entraide, in "Bulletin de la Classe des Lettres de l'Acadmie royale de Belgique" (1921); E. MARTIN saintlon, Histoire des corporations des mtiers (Parigi 19223); G. FAGNIEZ, tudes sur l'industrie et la classe industriale  Paris au XIIIe et au XIVe sicle (Parigi 1877); P. BOISONNADE, tude sur Vorganisation du travail en Poitou (Parigi 1899); G. DES MAREZ, L'organisation du travail  Bruxelles au XVe sicle (Bruxelles 1904, "Mm. Acad. de Belgique"); LIPSON, Economie History of England, cit. in bibl. gen.; A. DOREN, Das Florentiner Zunftwesen vom XIV bis zum XVI Jahrhundert (Stoccarda-Berlino 1908); id., Die Florentiner Wollentuchindustrie (Stoccarda 1901); E. RODACANACHI, Les corporations ouvrires  Rome (Parigi 1894, 2 voli.); H. PIRENNE, Les anciennes dmocraties des Pays-Bas, p. 33 n. 1 (Parigi 1910); G. ESPINAS e H. PIRENNE, Recueil de documents relatifs  l'histoire de l'industrie drapire en Fiandre (Bruxelles 1906-1924, 4 voll.); G. ESPINAS, Jehan Boine Broke, bourgeois et drapier douaisien, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. II (1904); ID., L'industrie drapire dans la Fiandre franaise au Moyen Age (Parigi 1926); E. COORNAERT, Un centre industriel d'autrefois. La draperie-sayetterie d'Hondschoote, XIV-XVII sicles (Parigi 1930); id., L'industrie de la laine  Bergues-Saint Winoc (Parigi 1930); N.W. POSTHNUMUS, De geschiedenis van de Leidsche lakenindustrie, t. I (L'Aia 1908); broglio dajan, Die Venetianer Seidenindustrie und ihre Organisation bis zum Ausgang des Mittelalters (Stoccarda 1893); E. WEGE, Die Znfte als Trger wirtschaftlicher Kollektivmassnahmen (Stoccarda 1932); F. RRIG, Mittelalterliche Weltwirtschaft (Jena 1933).]]

SETIMO. Le trasformazioni del quattordicesimo e del quindicesimo secolo.

1. CATASTROFI E DISORDINI SOCIALI.

Caratteri economici del quattordicesimo e del quindicesimo secolo

L'inizio del quattordicesimo secolo pu essere considerato la fine del periodo di espansione dell'economia medievale. Fino ad allora, i progressi sono stati continui in tutti i campi. L'affrancamento delle classi rurali  andato di pari passo con il dissodamento, la bonifica e il popolamento di regioni incolte o deserte, e con la colonizzazione germanica dei territori al di l dell'Elba. Lo sviluppo dell'industria e del commercio hanno profondamente trasformato l'aspetto e l'esistenza stessa della societ. Mentre il Mediterraneo e il Mar Nero da una parte, il Mare del Nord e il Baltico dall'altra divenivano vie d'intensissime correnti di traffico, mentre porti e agenzie commerciali si moltiplicavano lungo le loro coste e nelle loro isole, il continente europeo si ricopriva di citt da cui si irradiava in ogni direzione la giovane attivit della borghesia. Sotto l'influsso di questa nuova vita, la circolazione monetaria si perfezionava, il credito si sviluppava nelle forme pi diverse e la sua espansione favoriva quella del capitale. Infine, l'incremento della popolazione costituiva un inconfutabile indizio di salute e di vigore della societ [[L'aspetto pi essenziale per una piena comprensione della storia economica del Medioevo  la conoscenza della densit della popolazione europea in quell'epoca. Purtroppo, i dati di cui disponiamo ci consentono di fare solo congetture, e sono pertanto di scarsa utilit. Il recente lavoro di M. F. LOT, L'tat des paroisses et des feux de 1328, in pertanto di scarsa utilit. Il recente lavoro di m.F. LOT, L'tat des paroisses et des feux de 1328, in "Bibliothque de l'cole des Chartes", t. XC (1929), secondo il quale la popolazione della Francia, entro i confini attuali, sarebbe ammontata a quella data a 23 o 24 milioni di anime, comporta troppe ipotesi, tanto sul numero di focolari quanto sul coefficiente da applicare a questi ultimi, per essere veramente convincente. Soltanto a partire dal quindicesimo secolo si comincia a disporre di documenti dai quali  possibile ricavare qualche dato statistico pi attendibile. Ma, veri e propri censimenti si dispongono solo per poche citt (si veda la nota 1 del capitolo VI). La popolazione attestata da tali censimenti, scarsissima se paragonata a quella dei nostri giorni, rende verosimile una modesta densit della popolazione rurale. Per il territorio complessivo del ducato di Brabante, J. Cuvelier ha avanzato l'ipotesi assai plausibile, grazie alle indicazioni quanto mai precise che ci sono state tramandate sui censimenti dei "focolari" di quella regione, che nel 1437 il numero totale degli abitanti fosse di circa 450.000. Oggi, nella stessa regione, ammonta a circa 2 milioni e mezzo, il che vuol dire che nel frattempo la popolazione  quintuplicata ( J. CUVALIER, Les dnombrements de foyers en Brabant, XIVe-XVie sicle, cit., p. CCCXXVII). Ma bisogna essere cauti prima di generalizzare un fatto simile e prima di affermare che la popolazione totale dell'Europa alla fine del Medioevo sia stata cinque volte inferiore a quella dell'Europa contemporanea. Per quanto mi riguarda, sono propenso a credere che non sia neppure giunta a tanto.]].

Stabilizzazione dell'attivit economica

Tuttavia, di quanto si  finora descritto, nei primi anni del quattordicesimo secolo si pu constatare non certo la decadenza, ma quanto meno lo stallo. Se l'economia non arretra, cessa di avanzare. L'Europa vive per cos dire delle posizioni acquisite; il fronte economico si consolida.  vero che proprio in quel periodo paesi rimasti in qualche modo esclusi dal movimento generale, come la Polonia e soprattutto la Boemia, cominciano a parteciparvi pi attivamente. Ma il loro tardivo risveglio non ha indotto conseguenze abbastanza importanti da influenzare sensibilmente il mondo occidentale nel suo complesso. Se osserviamo da vicino questo mondo, appare chiaro come esso entri in un periodo di conservazione pi che di creazione, e nel quale il malcontento sociale sembra testimoniare al contempo il desiderio e l'incapacit di migliorare una situazione che non corrisponde pi interamente ai bisogni degli uomini.

La prova di questa interruzione della crescita economica si coglie innanzitutto nel fatto che il commercio internazionale cessa di espandere la sua sfera di influenza. Non superer pi, prima dell'epoca delle grandi scoperte geografiche della met del quindicesimo secolo, i limiti estremi cui lo spinsero a sud la navigazione italiana e a nord quella dell'Hansa, ossia gli scali dell'Egeo e del Mar Nero da una parte e la fiera russa di Novgorod dall'altra. In quest'area, l'attivit resta indubbiamente intensa. Sotto certi aspetti, si potrebbe perfino dire che sia aumentata. In effetti, le relazioni marittime di Genova e di Venezia con Bruges e Londra attraverso lo stretto di Gibilterra risalgono al 1314, e nel 1370 la vittoria dell'Hansa su Valdemaro di Danimarca sembra averne assicurato definitivamente il predominio nel Baltico. Resta nondimeno vero che si vive soprattutto del passato, senza cercare di spingersi oltre. Nel continente lo spettacolo  il medesimo. La colonizzazione tedesca verso est si ferma, come esausta, alle frontiere della Lituania e della Lettonia. Non fa pi progressi n in Boemia, n in Polonia, n in Ungheria. Nella Fiandra e nel Brabante, l'industria tessile conserva ancora, senza tuttavia aumentarla, la sua tradizionale prosperit fin verso la met del secolo, quindi conosce una rapida flessione. In Italia, la maggior parte delle grandi banche che hanno a lungo dominato il commercio del denaro precipitano verso clamorosi fallimenti; nel 1327 quella degli Scali, nel 1341 quella dei Bonaccorsi, degli Usani, dei Corsini e molte altre, nel 1343 quella dei Bardi, dei Peruzzi, degli Acciaiuoli. La decadenza delle fiere della Champagne si pu far risalire ai primi anni del secolo. [[A. SAPORI, La crisi delle compagnie mercantili dei Bardi e dei Peruzzi (Firenze 1926); E. JORDAN, La faillite des Buonsignori, in Mlanges P. Fabre (Parigi 1902).]] Nello stesso tempo anche la popolazione cessa di crescere, e il suo arresto costituisce il sintomo pi significativo dello stato di una societ ormai stabilizzata e di un'evoluzione che ha raggiunto il suo punto massimo. [[In mancanza di studi sufficientemente numerosi e precisi sulla demografia medievale, in questa sede dobbiamo accontentarci di offrire un'impressione d'insieme.  chiaro che essa si fonda pertanto su una notevole approssimazione. In generale, si pu considerare che la peste nera segni non solo una pausa, ma anche un'inversione di tendenza nella dinamica demografica. Tuttavia, gi prima di quella catastrofe, quest'ultima aveva raggiunto quasi ovunque un punto morto nell'Europa occidentale. Al contrario, la prima met del quattordicesimo secolo ha visto compiersi un sensibilissimo sviluppo demografico dei paesi slavi dell'Europa orientale, soprattutto dellaBoemia.]]

La carestia del 1315 e la peste nera

Va per osservato che, se nel quattordicesimo secolo l'espansione segna una battuta d'arresto, ne sono in gran parte responsabili le catastrofi che si sono verificate in quell'epoca. La terribile carestia che prostr l'Europa intera dal 1315 al 1317 caus, a quanto sembra, disastri superiori a tutte quelle che l'avevano preceduta. Le cifre relative alla citt di Ypres, che per caso sono giunte fino a noi, ci consentono di valutarne la portata. Dall'inizio di maggio alla met di ottobre del 1316, sappiamo che il magistrato comunale vi fece seppellire 2794 cadaveri, numero enorme se si pensa che la popolazione dell'intera citt non superava i 20.000 abitanti. Trent'anni dopo, un disastro nuovo e ancora pi spaventoso, la peste nera, si abbatteva sul mondo appena rimessosi da quella prima calamit. Di tutte le epidemie menzionate nella storia dell'umanit, essa fu indiscutibilmente la pi atroce. Si stima che dal 1347 al 1350 abbia provocato la scomparsa di circa un terzo della popolazione europea; fu seguita da un lungo periodo di alto costo della vita sui cui effetti avremo modo di tornare pi avanti. [[A ci si devono la comparsa nel 1350 dello Statute of labourers in Inghilterra, e in Francia dell'ordinanza regia del 1351, atti che disciplinavano i salari allo scopo di far abbassare i prezzi. Si veda R. VIVIER, La grande ordonnance de fvrier 1351: les mesures anticorporatives et la libert du travati, in "Revue historique", t. CXXXVIII (1921), p. 201 sgg.]]

A queste calamit dovute alla natura, la politica ne aggiunse altre ugualmente crudeli. L'Italia, per tutto il secolo,  straziata da lotte civili. La Germania  in preda a un'anarchia politica permanente. La guerra dei Cento Anni, infine e soprattutto, conduce alla rovina la Francia e strema l'Inghilterra. Dunque anche le circostanze fanno sentire fortemente il loro peso nella vita economica. Il numero dei consumatori subisce una drastica contrazione e il mercato perde una parte del suo potere di assorbimento.

Indiscutibilmente queste disgrazie hanno contribuito a esacerbare quei disordini sociali che creano un cos netto contrasto tra il quattordicesimo secolo e quello precedente, ma la causa principale deve essere ricercata nella stessa organizzazione economica. Si  arrivati al punto che il suo funzionamento  tale da provocare un malcontento sia tra la popolazione urbana che tra quella rurale.

L'affrancamento dei contadini, per quanto fosse stato generalizzato nel corso dell'epoca precedente, aveva nondimeno lasciato sopravvivere tracce pi o meno profonde di condizione servile. In molti paesi, le corv continuavano a gravare duramente sui contadini e la scomparsa del regime feudale le rendeva ancora pi onerose. Il signore aveva infatti cessato di considerarsi il protettore degli uomini della sua terra. Nei confronti dei suoi fittavoli, la sua situazione non era pi quella di un capo ereditario la cui autorit si faceva accettare per via del suo stesso carattere patriarcale; si era trasformata in quella di un proprietario terriero e di un percettore di tributi. [[Su tutto questo si veda M. BLOCH, Les caractres originaux de l'histoire rurale franaise, p. 112 sgg.]] Le terre un tempo incolte dei possedimenti feudali erano ormai tutte occupate, non si fondavano pi nuove citt e non c'era quindi pi motivo di dare ai servi una libert che, anzich essere vantaggiosa per il loro padrone, lo avrebbe al contrario privato dei canoni e dei servigi che continuava a esigere da essi. Poteva certo accadere che il bisogno di denaro spingesse i signori a vendere a caro prezzo lettere di franchigia o anche a liberare un intero villaggio mediante la cessione di una parte delle terre comunali. Resta comunque vero che, conclusasi l'epoca dei dissodamenti, il contadino non poteva pi sperare di migliorare la propria condizione migrando verso terre vergini. Ovunque si era conservata, la servit diventava tanto pi odiosa in quanto, vista ormai come fatto eccezionale e superato, era vissuta come una condizione degradante. I liberi coltivatori, d'altro canto, mordevano il freno sotto la giurisdizione delle corti fondiarie, da cui dipendevano i loro appezzamenti e che in un certo senso li tenevano ancora sotto il giogo dei signori di cui un tempo erano stati tributari. Dopo che i monaci, nel corso del tredicesimo secolo, avevano perso il fervore dei primi tempi e insieme a esso molto del loro prestigio, la decima continuava a essere pagata, ma non senza riluttanza. Le grandi fattorie costituite sulle riserve dominicali imponevano ai campagnoli la loro supremazia, per il pascolo delle loro greggi requisivano gran parte delle terre comuni, si arricchivano a loro danno e, tanto pi invadenti in quanto erano spesso nelle mani del balivo o del podest signorile, costringevano parecchi abitanti a entrare al loro servizio come braccianti agricoli. A tutti questi motivi di disagio si aggiungevano anche i mali prodotti dalla frequenza delle guerre. Soprattutto la guerra dei Cento Anni, durante la quale i mercenari continuavano a vivere a spese del paese anche dopo il loro congedo, trasform molte regioni della Francia in veri e propri deserti "dove non si sentivano pi cantare n galli n galline". [[Ivi, p.118.]]

Questa desolazione fu indubbiamente un fenomeno tipico della Francia. Sarebbe a dir poco errato credere che nel quattordicesimo secolo la situazione dei contadini fosse peggiorata anche nel resto dell'Europa. Il malcontento sociale di cui questa classe diede tante prove non aveva ovunque le stesse cause. Poteva derivare tanto dall'eccessiva miseria quanto dalla volont di porre fine a uno stato di cose tanto pi detestabile in quanto ci si sentiva ormai in grado di sovvertirlo. Se la Jacquerie, la sollevazione antifeudale dei contadini dell'le-de-France nel 1357, fu il sussulto di popolazioni esasperate dalla miseria e dall'odio nei confronti dei nobili che ne erano considerati responsabili, tutt'altre sembrano le cause della sommossa della Fiandra occidentale dal 1323 al 1328 e dell'insurrezione del 1381 in Inghilterra.

La rivolta della Fiandra marittima

La lunga durata della prima sarebbe gi sufficiente a dimostrare che non poteva essere opera di una plebe miserabile e debole. In realt, fu un vero e proprio tentativo di rivoluzione sociale diretto contro la nobilt, allo scopo di strapparle l'autorit giudiziaria e finanziaria. La dura imposizione fiscale istituita per pagare i pesanti risarcimenti cui la Fiandra era stata condannata a profitto del re di Francia, dopo la guerra aperta dalla battaglia di Courtrai, fece scoppiare sommosse che ben presto si trasformarono in una esplicita rivolta contro l'ordine costituito. Non si trattava pi soltanto di porre fine a degli abusi di potere. Lo spirito di indipendenza dei robusti contadini di quel territorio, discendenti degli "ospiti" che avevano reso coltivabili le sue terre paludose nel dodicesimo e nel tredicesimo secolo, nella lotta si inasprisce al punto di considerare tutti i ricchi e la Chiesa stessa loro nemici naturali. Bastava vivere della rendita del suolo per essere giudicati sospetti. [["Dicebant enim alicui diviti: Tu plus diligis dominos quam communitates de quibus vivis; et nulla alia causa in eo reperta, talem exponebant morti". ("E cos rivolti a un ricco dicevano: Tu ami pi i signori che le comunit che ti danno da vivere', e senza aver trovato in lui altra ragione, lo mettevano a morte"). Chronicon comitum Flandrensium, in Corpus Chron. Flandr., t. I, p. 202.]]I contadini rifiutavano di pagare la decima e chiedevano che il grano dei monasteri fosse distribuito al popolo. I preti non erano risparmiati dall'odio di classe che sollevava le masse. Uno dei capi del movimento avrebbe voluto, cos diceva, vedere fino all'ultimo prete sulla forca. Per un eccesso di crudelt, si obbligavano i nobili e i ricchi a mettere a morte i propri congiunti sotto gli occhi della folla. N durante la Jacquerie n durante l'insurrezione inglese del 1381 si sarebbero riviste violenze paragonabili a quelle che terrorizzarono allora la Fiandra occidentale. "La peste dell'insurrezione fu tale", dice un contemporaneo, "che gli uomini persero il gusto per la vita". Per farla finita con quei ribelli che "come bruti privi dei sensi e della ragione" minacciavano di sconvolgere l'ordine sociale, dovette scendere in campo il re di Francia in persona. I contadini gli andarono spavaldamente incontro e, pieni di fiducia in se stessi, gli diedero battaglia sulle pendici del monte di Cassel (23 agosto 1328). Fu uno scontro tanto breve quanto sanguinoso. La cavalleria massacr senza piet la plebaglia che aveva osato tenerle testa e che si era posta al di fuori della legge. Il re rifiut di dare ascolto ai baroni che lo sollecitavano a dare alle fiamme la Fiandra marittima e a farvi uccidere perfino le donne e i bambini: si accontent di confiscare i beni degli insorti che avevano combattuto contro di lui. La rivolta sociale, dopo un effimero trionfo, era stata schiacciata. Del resto, il radicalismo delle sue sentenze deve essere considerato solo l'esasperazione passeggera di un malcontento acuito dalle circostanze. Per spiegare l'ostinazione e la durata della rivolta, bisogna anche tenere conto del fatto che essa fu sostenuta e provocata dalle corporazioni di mestieri di Ypres e di Bruges, che fecero causa comune con essa e riuscirono momentaneamente a instillare lo spirito rivoluzionario urbano nelle classi rurali.

L'insurrezione inglese del 1381

Anche l'insurrezione inglese del 1381, come quella della Fiandra occidentale, fu opera congiunta delle popolazioni delle citt e di quelle delle campagne. Un altro elemento che la accomuna a quella fiamminga  che pu essere considerata un'esplosione violenta e passeggera del sentimento che oppone il lavoratore a colui che vive del suo lavoro. Le sue origini non vanno affatto ricercate nella miseria delle classi rurali. Essa non ebbe nulla in comune con la Jacquerie. La condizione del contadino inglese aveva conosciuto continui miglioramenti nel corso del tredicesimo secolo, grazie alla crescente sostituzione dei tributi in denaro alle antiche corv. In tutti i "manieri" sopravvivevano tuttavia vestigia pi o meno accentuate della servit, che i contadini mal sopportavano, tanto pi in quanto l'aumento dei prezzi e dei salari provocato dalla peste nera aveva elevato la loro situazione. Non ci sono prove che la loro sollevazione abbia avuto come causa un tentativo dei landlords di aumentare i canoni e le corv. Essa appare piuttosto un tentativo di far crollare, a vantaggio del popolo, ci che ancora resisteva del vecchio regime dei manors. Il misticismo dei Lollardi contribu sicuramente a suscitare nelle anime l'odio verso i gentlemen oppressori, che non esistevano "al tempo in cui Eva filava e Adamo lavorava i campi". Come era avvenuto cinquant'anni prima nella Fiandra, vaghe aspirazioni comuniste si fecero luce in seno agli insorti e conferirono alla crisi la parvenza di un movimento diretto contro la societ costituita. Del resto, il terrore provocato dalla rivolta fu di scarsa durata. Troppo grande era la disparit tra le forze conservatrici e i contadini che, sovreccitati dai loro rancori e nutriti di chimeriche speranze, si abbandonavano all'eterna illusione di un mondo fondato sulla giustizia e sull'uguaglianza. Nel giro di pochi mesi, tutto era rientrato nell'ordine. Era bastato che si fosse mostrato il re e che la cavalleria si fosse armata per venire a capo di un pericolo che aveva fatto molto chiasso ma non era stato effettivamente minaccioso.

In fondo, le insurrezioni rurali del quattordicesimo secolo dovettero la loro apparente gravit soltanto alla brutalit dei contadini. In s e per s, non avevano nessuna possibilit di riuscita. Se i ceti agricoli costituivano la stragrande maggioranza della societ, erano ancora incapaci di coalizzarsi in un'azione comune e ancora pi incapaci di progettare un mondo nuovo. A conti fatti, si tratt soltanto di sussulti locali e passeggeri, di accessi di collera privi di futuro. Tra i contadini che lavoravano la terra e la nobilt che la possedeva, il contrasto economico, pur essendo altrettanto reale di quello tra l'operaio e il capitalista urbano, era meno sensibile in virt delle stesse condizioni dell'esistenza rurale, che per innumerevoli motivi lega l'uomo alla terra e gli lascia nonostante tutto un grado di indipendenza personale ben superiore a quello del salariato della grande industria. Non sorprende dunque che le agitazioni urbane del quattordicesimo  secolo siano state in cos netto contrasto per accanimento, durata e risultati, con quelle della popolazione rurale.

Malumori contro le oligarchie urbane

Un fatto comune a tutta l'Europa occidentale  che l'alta borghesia si sia accaparrata fin dagli inizi l'amministrazione delle citt. Non poteva andare diversamente se si pensa che, poich la vita urbana si fondava essenzialmente sul commercio e sull'industria, era fatale che le classi che davano impulso a queste due attivit prendessero al contempo le redini del potere cittadino.

Nel corso del dodicesimo e del tredicesimo secolo, un patriziato scelto tra i mercanti pi influenti aveva cos esercitato ovunque il governo municipale. Questo governo era stato un governo di classe nel vero senso della parola. Per lungo tempo ne aveva presentato gli aspetti positivi: energia, chiarezza di vedute, dedizione agli interessi pubblici di cui ci si fa carico perch coincidono con gli interessi privati della classe. L'opera compiuta dall'amministrazione borghese  un'alta testimonianza dei suoi meriti. Sotto la sua direzione, la civilt urbana ha assunto le caratteristiche principali che l'avrebbero contraddistinta sino alla fine. Dal nulla ha creato l'amministrazione municipale, ha organizzato tutti i suoi servizi, ha istituito le finanze e il credito urbani, ha edificato o risistemato mercati, ha reperito le risorse necessarie per innalzare solide fortificazioni, per aprire scuole, insomma per far fronte a tutte le necessit della borghesia. Ma a poco a poco erano venuti alla luce i difetti di un sistema che abbandonava la regolamentazione economica della grande industria agli stessi soggetti che, vivendo dei suoi benefici, erano naturalmente indotti a minimizzare la parte dei lavoratori.

Si  gi visto in precedenza che nelle principali citt manifatturiere del mondo medievale, vale a dire nelle citt fiamminghe, gli operai tessili avevano cominciato a manifestare verso gli scabini patrizi un'ostilit di cui si pu cogliere un indizio innegabile nella comparsa dei primi scioperi. [[Vedere sopra, p. 192.]] Al loro malcontento si aggiungeva del resto quello di una parte sempre pi significativa della borghesia agiata. Difatti il regime patrizio, consolidandosi nel tempo, in molte citt aveva finito per trasformarsi in un'oligarchia plutocratica, che negava gelosamente l'accesso al potere a tutti coloro che non appartenevano alle poche famiglie che, sempre pi scopertamente, lo esercitavano nel proprio esclusivo interesse. Si accumulava cos contro il "magistrato" un'opposizione sociale rafforzata da un'opposizione politica. La prima, che evidentemente era la pi veemente, aveva dato il segnale di un conflitto che, attraverso sanguinose vicende, doveva protrarsi nel quindicesimo secolo.

La rivoluzione democratica

All'insurrezione delle corporazioni di mestieri contro il regime patrizio si  attribuito spesso il nome di rivoluzione democratica. L'espressione non  del tutto esatta, se per democrazia intendiamo ci che il termine designa ai nostri giorni. Gli insorti non pensavano affatto a fondare governi popolari. Il loro orizzonte non andava oltre le mura della citt: si limitava alla loro stessa corporazione. Ogni arte o mestiere, rivendicando una parte di potere, si preoccupava assai poco del prossimo. La sua azione era circoscritta dal pi assoluto particolarismo. Certo, poteva accadere che tutte le corporazioni di una citt si unissero contro il comune nemico rappresentato dallo scabinato oligarchico. Ma accadeva anche che, dopo la vittoria, finissero per scontrarsi fra loro. Non bisogna dimenticare infine che quei sedicenti democratici erano tutti membri di gruppi industriali che potevano contare sull'esorbitante privilegio del monopolio. La democrazia, nella loro accezione, era una democrazia di privilegiati.

Area di estensione delle agitazioni sociali

Non tutte le citt sono state messe in subbuglio dalle rivendicazioni delle corporazioni di mestieri. N Venezia, n le citt dell'Hansa, n le citt inglesi ne presentano tracce. Indubbiamente la ragione va ricercata nel fatto che in queste citt il governo dell'alta borghesia non degener in un'oligarchia chiusa ed egoistica. Gli uomini arricchitisi pi di recente grazie al commercio rinnovavano e ringiovanivano costantemente la classe dominante.

Ci spiega dunque perch i patrizi vi conservarono un potere che la loro attitudine per gli affari e per l'amministrazione urbana riuscirono a rendere accetto a tutti. Per secoli e secoli, l'aristocrazia veneziana diede mirabile esempio delle pi alte virt di patriottismo, di energia e di abilit, e, dal momento che la prosperit procurata alla repubblica si ripercuoteva su tutti, il popolo non progett mai di sottrarsi al giogo che la nobilt gli imponeva. A quanto pare, motivi analoghi hanno salvaguardato la supremazia del patriziato nelle citt dell'Hansa. In Inghilterra, la tutela esercitata dal potere regio sui comuni urbani era abbastanza forte per opporsi, se necessario, ai tentativi popolari. Lo stesso si pu dire per le citt francesi che, a partire dalla fine del tredicesimo secolo, subirono sempre pi l'autorit dei funzionari della corona, balivi o siniscalchi. Altrove, come per esempio nel Brabante, il principe territoriale si eresse a protettore dei grandi borghesi.

Ma fu soprattutto nelle grandi citt industriali dei Paesi Bassi, delle sponde del Reno e dell'Italia che si manifestarono le rivoluzioni municipali, di cui in questa sede non possiamo che tratteggiare gli aspetti principali, trascurando le innumerevoli variet dovute alla diversit delle circostanze, degli interessi e degli ambienti.

Il conflitto tra "popolo minuto" e "popolo grasso"

La causa primaria di questo conflitto deve essere ricercata negli abusi dell'amministrazione oligarchica. L dove il potere principesco era troppo debole, sia per difenderla sia per sottometterla al suo controllo, non restava altro mezzo che rovesciarla o, quanto meno, costringerla a condividere un potere di cui pretendeva di conservare il monopolio. Su questo punto tutti, ricchi e poveri, erano d'accordo: tanto i mercanti tenuti lontani dagli affari comunali quanto gli affiliati alle corporazioni e i salariati della grande industria.

Il movimento, scoppiato nella seconda met del tredicesimo secolo, dur fino al secolo successivo. A seguito di sommosse che, quasi sempre, si acuirono al punto di trasformarsi in lotte armate, il cosiddetto "popolo grasso" fu costretto a cedere al "popolo minuto" una parte pi o meno considerevole dell'amministrazione municipale. Poich la maggioranza della popolazione era ripartita tra le varie corporazioni di mestieri, la riforma consistette necessariamente nella compartecipazione di queste ultime al governo. In alcuni casi esse ottennero il diritto di disporre di alcuni seggi nello scabinato o nel consiglio municipale; in altri si costitu un nuovo corpo di magistrati, eletti in seno alla popolazione artigiana, che and ad affiancare quello preesistente; in altri ancora si dovette sottomettere all'approvazione dei loro delegati riuniti in assemblea generale tutte le misure concernenti le finanze e l'organizzazione politica del comune. Talora le corporazioni arrivarono addirittura a impadronirsi completamente di quel potere da cui il patriziato le aveva escluse per cos tanto tempo. A Liegi, per esempio, nel 1384, i patrizi, incapaci ormai di continuare una resistenza che durava da pi di un secolo, finirono per capitolare. Da allora, le corporazioni ebbero il dominio esclusivo della citt. Godevano dei diritti politici soltanto coloro che erano iscritti nei loro elenchi. Il consiglio, i cui giurati erano nominati annualmente da esse e sorvegliati dai loro "governatori", si ridusse a un semplice ingranaggio di cui le associazioni artigiane regolavano l'azione a piacimento. I due "borgomastri" scelti nell'ambito del consiglio erano gli esecutori delle loro volont, poich tutte le questioni importanti dovevano essere sottoposte alla discussione dei trentadue mestieri e risolte con delibere o sieultes votate a maggioranza.

Costituzioni analoghe, in cui le corporazioni risultano essere arbitre del governo municipale, si trovano anche a Utrecht e a Colonia.

Agitazione sociale degli operai dell'esportazione.

Ma ci che era possibile in citt in cui nessun'industria prevaleva decisamente sulle altre, non lo era l dove l'equilibrio era palesemente rotto a favore di una di esse. Nelle grandi citt manifatturiere della Fiandra, la preponderanza numerica dei tessitori e dei follatori, le cui corporazioni contavano parecchie migliaia di membri, non consentiva loro di accontentarsi del medesimo ruolo attribuito alle arti minori, che ne contavano poche decine. La loro aspirazione all'egemonia doveva essere tanto pi forte in quanto la loro condizione di salariati contrastava nettamente con quella degli artigiani del mercato locale. Per esse, la caduta del patriziato non era solo una questione politica, ma soprattutto una questione sociale. Dal suo rovesciamento si attendevano la fine della loro subordinazione economica, sperando che, dal giorno in cui il potere di disciplinare le condizioni del lavoro e il livello dei salari fosse passato nelle loro mani, la condizione precaria in cui li riduceva la loro professione avrebbe avuto termine. Molti si abbandonavano a vaghe fantasticherie egualitarie, in un mondo in cui "caskuns devroit avoir autant d'avoir li uns que li autres". [[L. VERRIEST, Le registre de la Loi de Tournai de 1342, in "Bulletin de la Commission royale d'histoire", t. LXXX (1911), p. 445.]] Erano stati loro che, in tutte le grandi citt, alla fine del tredicesimo secolo, avevano suonato il segnale della riscossa e sostenuto la lotta grandiosa che aveva assicurato, dopo la vittoria di Courtrai, la loro momentanea supremazia. Ma il loro predominio non aveva tardato a sollevare contro di essi il resto della popolazione cittadina. La divergenza o, per meglio dire, l'incompatibilit dei loro interessi con quelli dei mercanti e degli artigiani era troppo grande perch questi ultimi potessero accettare di restare subordinati agli operai della lana.

Riforma dei governi municipali

Contro questi salariati e questi proletari, i capitalisti del grande commercio, sensali o esportatori, si coalizzarono insieme ai piccoli imprenditori indipendenti dell'industria locale. Per accontentare tutti, si tent di instaurare governi municipali che vedessero la partecipazione di tutti i gruppi sociali pi rappresentativi della popolazione: la poorterie (alta borghesia), la massa delle arti minori e i lavoratori dell'industria tessile. Ma l'equilibrio che si sperava di istituire in questo modo non poteva essere e non fu mai un equilibrio stabile. Agli occhi dei tessitori e dei follatori si trattava di un raggiro, perch in fin dei conti li condannava a restare a vita in minoranza rispetto alle altre componenti del comune. Per far trionfare le loro rivendicazioni, non potevano che fare affidamento sulla forza, cosa che non mancarono di fare. Per tutto il quattordicesimo  secolo, li vediamo sollevarsi continuamente, impadronirsi del potere e cederlo soltanto quando, affamati da un blocco e decimati da un massacro, sono costretti a capitolare dinanzi alla coalizione dei loro avversari.

I conflitti sociali nella Fiandra

La situazione pi tragica  certamente quella delle citt fiamminghe, nelle quali gli odi sociali raggiungono il massimo furore. Negli anni 1330-1332, la "gente dabbene" di Ypres supplica il re di Francia di non far demolire la cinta muraria interna della citt, entro la quale essa risiede e che la protegge contro il "volgo". [["Il volgo della citt di Ypres incombe minaccioso fuori delle porte, innumere voli oltraggi, fatti orribili e cospirazioni hanno colpito i buoni della citt... e se le porte fossero rimosse, la gente dabbene della citt rischierebbe di essere massacrata di notte e derubata dei suoi averi". "Bulletin de la Commission royale d'histoire", 5a serie, t. VII (1897), p. 28.]] La storia di questa citt, come quelle di Gand e di Bruges, abbonda di lotte sanguinose che vedono i proletari dell'industria tessile alle prese con "quelli che hanno qualcosa da perdere". La lotta assume sempre pi l'aspetto di una guerra di classe tra ricchi e poveri. Ma si tratta solo di apparenze. Tra le masse operaie in rivolta, non riesce a stabilirsi un'intesa. I follatori, i cui salari i tessitori pretendono di fissare o, per meglio dire, di ridurre, considerano questi ultimi dei nemici e, per sottrarsi alla loro egemonia, sostengono la causa della "gente dabbene". Quanto ai piccoli artigiani, tutti hanno in abominio gli "orribili tessitori", [[Chronique rime des troubles de Fiandre en 1379-1380, a cura di H. PIRENNE, p. 38 (Gand 1902).]] che disturbano il loro lavoro, nuocciono ai loro affari e li terrorizzano con le loro aspirazioni comuniste, che del resto spaventano anche il principe e la nobilt. Ma l'esasperazione di questi eterni ribelli non conosce requie, essi sono indignati nel vedere che, a dispetto di tutti i loro sforzi e anche quando detengono il potere, la loro situazione non migliora. Incapaci di comprendere che la natura del grande commercio e dell'industria capitalista li condannava fatalmente all'incertezza del salario e alla miseria dovuta alle crisi e alla disoccupazione, si credevano vittime di quei ricchi per i quali lavoravano. Soltanto quando la rovina dell'industria tessile li costrinse a emigrare per cercare altrove i mezzi di sussistenza, cess la lotta di cui erano stati fino ad allora gli indomabili protagonisti.

Lo scenario che presentano i grandi centri manifatturieri della Fiandra  tutto sommato analogo in tutte le citt in cui l'industria d'esportazione prevale sulle arti locali. A Dinant, i ramai esercitano un'influenza preponderante quanto quella dei tessitori e dei follatori a Gand e a Ypres. Firenze, che  al tempo stesso una citt di banchieri e di tessitori, ha visto le masse operaie strappare a viva forza il potere alla classe capitalista. La rivolta dei Ciompi (1378-1382), suscitata e guidata dai lavoratori della lana,  l'analogo delle agitazioni rivoluzionarie che, nella stessa epoca, si verificano con sanguinose vicissitudini nel Nord. Non sarebbe azzardato dire che, sulle sponde della Schelda come su quelle dell'Arno, i rivoluzionari hanno tentato di imporre ai loro avversari la dittatura del proletariato.

Le associazioni di lavoranti artigiani

Il proletariato, verso la fine del secolo, comincia a comparire anche in seno alle associazioni delle arti minori, sebbene la loro organizzazione fosse tutta destinata a salvaguardare l'indipendenza economica dei loro affiliati. Tra i maestri artigiani e gli apprendisti o i lavoranti da essi dipendenti, i buoni rapporti erano durati cos a lungo che questi ultimi avevano potuto facilmente elevarsi a loro volta al rango di maestri. Ma dal giorno in cui, fermatasi l'ascesa demografica, i mestieri si erano visti costretti a stabilizzare, per cos dire, la loro produzione, diventare maestri si era fatto sempre pi difficile. La tendenza a riservare tale qualifica alle famiglie che gi la detenevano si era espressa con ogni sorta di misure: prolungamento dell'apprendistato, aumento delle tasse da pagare per ottenere il titolo di maestro, necessit del capolavoro come garanzia della capacit di coloro che vi aspiravano. Insomma, ogni corporazione artigiana si trasformava a poco a poco in una casta chiusa di padroni intenzionati a trasmettere ai propri figli o ai propri generi la clientela ormai immutabile delle proprie piccole botteghe.

Non ci si sorprenda dunque di veder crescere, a partire dalla met del quattordicesimo  secolo, fra gli apprendisti e soprattutto fra i lavoranti che vedono sfumare per sempre il loro sogno di migliorare la propria condizione, un malcontento che si manifesta con scioperi, con richieste di aumento dei salari e infine con la rivendicazione di partecipare accanto ai maestri al governo della corporazione. A Liegi, riferisce Jacques de Hemricourt (1333-1403), "quando... i mestieri si riuniscono per le loro questioni, i lavoranti e gli apprendisti hanno tanti voti nella seduta quanti ne hanno i maestri e i capi". [[J. DE HEMRICOURT, Le patron de la temporalit des vques de Lige, p. 56, t. in delle Oeuvres de J. De Hemricourt, pubbl. da C. De Borman, A. Bayot e E. Poncelet (Bruxelles 1931).]] Evidentemente il lavorante, un tempo aiutante del maestro, associato alla sua vita professionale, spesso destinato a entrare a far parte della sua famiglia col matrimonio e a succedergli, si trasforma a poco a poco in semplice salariato. La corporazione sperimenta a sua volta l'opposizione tra lavoro e capitale. Al carattere familiare che vi ha regnato per cos lungo tempo si sostituisce il conflitto tra datore di lavoro e lavoratore dipendente.

Tra questi lavoranti, l'identit degli interessi e delle rivendicazioni fa presto nascere associazioni di mutuo soccorso e di difesa che si diffondono in parecchie citt. Si tratta dei "compagnonnages" o dei Gesellenverbande, che si vedono comparire prima in Francia e poi in Germania, e il cui scopo  di fornire lavoro ai propri membri e proteggerli contro lo sfruttamento dei maestri. A queste organizzazioni d'assalto, i maestri rispondono dal canto loro con misure di difesa concordate fra citt. Nel 1383, i fabbri di Magonza, di Worms, di Spira, di Francoforte, di Aschaffenburg, di Bingen, di Oppenheim e di Kreuznach concludono un'alleanza contro i Knechten delle rispettive corporazioni che cominciano ad agitarsi. [[KULISCHER, Allgemeine Wirtschaftsgeschichte des Mittelalters und der Neuzeit, cit., t. I, p. 214.]]

Si manifesta cos in seno alle citt un antagonismo economico e sociale che, come dimostra la sua ampia diffusione,  generato da cause profonde e permanenti. Ma per quanta forza questo antagonismo potesse sviluppare, non poteva riuscire ad abbattere l'ordine costituito, troppo solido per essere messo in pericolo dagli artigiani e dagli operai. Soltanto episodicamente gli insorti delle citt tentarono di coinvolgere le campagne nella loro protesta. C'erano troppe differenze di mentalit, di bisogni e di interessi che li opponevano ai contadini perch potesse nascere un'intesa tra persone che in realt appartenevano a due mondi distinti. I tentativi rivoluzionari delle citt erano dunque destinati a un sicuro fallimento. I principi e la nobilt intervennero in appoggio di tutti coloro che erano oggetto di quelle minacce: grandi mercanti, possidenti dell'alta borghesia e maestri artigiani. Nel corso del quindicesimo secolo, l'ondata sollevatasi nel secolo precedente era destinata a ricadere su se stessa e a infrangersi contro la fatale coalizione di tutti gli interessi che era riuscita ad aggregare contro di s.

[[Bibliografia: H. S. LUCAS. The great European fantine of 1315, 1316 and 1317, in "Speculimi (Medieval Academy of America", 1930); F.A. Gasquet, The Black Death of 1348 and 1349 (Londra 1908); H. PIRENNE, Le soulvement de la Fiandre maritime de 1323-1328 (Bruxelles 1900); A. RVILLE, Le soulvement des travailleurs d'Angleterre en 1381 (Parigi 1898); ch. Oman, The great revolt of 1381 (Oxford 1906); E. POWELL, The rising in East Anglia in 1381 (Cambridge 1896); G. M. TREVELYAN, England in the age of Wycliffe (Londra 19003); S. LUCE, Histoire de la Jacquerie (Parigi 1859); G. FRANTZ, Die agrarischen Unruhen des ausgehenden Mittelalters (Marburgo 1930); H. DENIFLE, La dsolation des glises, monastres et hpitaux en France pendant la guerre de CentAns (Parigi 1898-1899, 2 voll.); G. SCHANZ, Zur Geschichte der deutschen Gesellenverbdnde (Lipsia 1877); . MARTIN SAINT-LON, Le compagnonnage (Parigi 1901); H. PIRENNE, Histoire de Belgique, t. II (Bruxelles 19223); G. SALVEMINI, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295 (Firenze 1899); E. FALLETTI-FOSSATI, Il tumulto dei Ciompi (Firenze 1882); L. MIROT, Les insurrections urbaines au dhut du rgne de Charles VI, 1380-1383 (Parigi 1906).]]

2. PROTEZIONISMO, CAPITALISMO E MERCANTILISMO.

Progressi del protezionismo urbano

L'epoca in cui le corporazioni di mestieri hanno dominato o influenzato il regime economico delle citt coincide con quella in cui il protezionismo urbano raggiunge il suo apogeo. Malgrado la divergenza dei loro interessi professionali, tutti i gruppi industriali concordavano nella volont di rafforzare il pi possibile il monopolio di cui ciascuno di essi godeva e di schiacciare ogni velleit e ogni possibilit di concorrenza. Il consumatore  ormai completamente sacrificato al produttore. Il fine da conseguire  l'aumento dei salari per gli operai dell'industria d'esportazione, il rincaro o quanto meno la stabilizzazione dei prezzi per gli artigiani del mercato locale. Dato che la visuale non va oltre le mura del comune, tutti immaginano che, per godere di una sicura prosperit, sia sufficiente chiudere la citt a qualunque intervento esterno. Il loro particolarismo si esaspera; non si  mai manifestata in modo tanto oltranzista la concezione che fa di ogni professione il dominio esclusivo di un corpo privilegiato. Ci che i membri delle corporazioni intendono per libert  in effetti il privilegio che garantisce la loro situazione. Ai loro occhi, non esiste altro diritto che il diritto acquisito. Per ogni gruppo, la nozione di "bene comune" fa posto a quella di "bene particolare". Le prove di un siffatto modo di ragionare abbondano. La pi significativa risiede probabilmente nelle restrizioni poste un po' ovunque all'acquisizione della cittadinanza. Evidentemente, ogni citt intende riservare ai suoi borghesi i vantaggi che essa assicura. Quanto pi questi borghesi sono privilegiati, tanto pi hanno riluttanza a condividere con altri la situazione di cui godono. Donde l'aumento costante delle tasse da pagare per ottenere la franchigia urbana e le condizioni sempre pi numerose - legittimit della nascita, certificato di origine, attestazione di buona condotta - che bisogna soddisfare per esserne degni. Ci spiega inoltre la tendenza sempre pi accentuata a fare per cos dire il vuoto industriale attorno alle mura della citt, onde meglio assicurare la supremazia economica di quest'ultima. Con il pretesto del privilegio, o meglio in virt di un privilegio strappato al principe con una sommossa o col denaro, al di fuori della cinta urbana  vietato aprire una bottega o un opificio. Stesso divieto di vendere in citt, fuorch in tempo di fiera, qualsiasi prodotto che non vi sia stato anche fabbricato. Sotto questo aspetto, il rigore cresce via via che si accentua il cosiddetto governo "democratico". A Gand, nel 1297,  ancora permesso introdurre tessuti fabbricati fuori citt, ma a condizione che siano follati nel comune; ma nel 1302 questa concessione  revocata e, a partire dal 1314, l'esercizio dell'industria tessile  proibito entro un raggio di cinque miglia dalle mura. E non si tratta di una vana minaccia. Per tutto il quattordicesimo  secolo, vere e proprie spedizioni armate battono i villaggi dei dintorni, distruggendo o confiscando i telai e le vasche da follatura che vengono scoperte. [[G. ESPINAS e H. PIRENNE, Recueil de documents relatifs  l'histoire de l'industrie drapire en Fiandre, t. II, p. 606 sgg.]] D'altra parte, ogni grande citt manifatturiera fa filare la lana, di cui si riserva cos esclusivamente la lavorazione, alle donne delle campagne circostanti. A Firenze come nella Fiandra, le contadine sono poste dunque al servizio dei laboratori cittadini e costrette a portare i filati in depositi all'uopo allestiti. La legge del pi forte si impone senza mezze misure. Le grandi citt si arrogano il diritto di vietare a quelle vicine la fabbricazione delle stoffe pi richieste. Basta accusarle di contraffazione per sbarazzarsi della loro concorrenza. Ypres, Gand e Bruges controllano l'industria di tutte le localit secondarie della contea in virt di presunti "privilegi" che nessuno ha mai appurato, ma di cui  sufficiente affermare l'esistenza. Il processo intentato da Poperinghe contro Ypres nel 1373 getta una cruda luce su questa situazione. Quando i tessitori del borgo invocano in loro favore "il diritto naturale che permette a ciascuno di guadagnarsi da vivere", quelli di Ypres si richiamano al "diritto urbano" che giustifica il loro monopolio. [[Ivi, t. in, p. 168 sgg.]]

Corporazioni e capitalisti

Nei confronti degli imprenditori capitalisti, l'atteggiamento delle corporazioni  naturalmente quello della pi sospettosa diffidenza. I grandi mercanti che dirigono l'industria tessile, costretti a iscriversi nelle corporazioni dei tessitori, si vedono sottomessi a una normativa che li riduce al rango di semplici maestri di bottega. Indubbiamente, la natura stessa della grande industria impone in tal caso a quella normativa limiti che non potrebbe superare senza provocare una immediata rovina.  impossibile impedire ai ricchi padroni di partecipare agli affari delle compagnie italiane o dei mercanti anseatici che, in tutte le citt fiamminghe, si sono sostituiti a loro tanto come importatori di lana quanto come esportatori di panni. La loro qualit di stranieri li protegge da una legislazione che pu colpire soltanto i cittadini. Ci non toglie tuttavia che, a poco a poco, messa in difficolt dal costante aumento dei salari, dalle pretese crescenti dei lavoratori, dalla permanente ostilit dei tessitori e dei follatori, dall'ostinato attaccamento a procedimenti tecnici la cui minima evoluzione sarebbe considerata una violazione dei privilegi, l'industria entra in una fase di declino. Attorno al 1350, alcuni operai cominciano a emigrare verso Firenze, sedotti indubbiamente dalle promesse degli "agenti" italiani, e soprattutto verso l'Inghilterra, dove i re approfittano abilmente della situazione per introdurre nel paese la fabbricazione dei tessuti di lana. [[Sull'emigrazione dei lavoratori fiamminghi e brabantini verso Firenze, cfr. A. DOREN, Deutsche Handwerker und Handwerkbruderschaften im mittelalterlichen Italien (Berlino 1903); M. Battistini, La confrrie de Sainte-Barbe des Flamands a Florence (Bruxelles 1931); A. GRUNZWEIG, Les soidisant statuts de la confrrie de Sainte-Barbe de Florence, in "Bulletin de la Commission royale d'histoire", t. XCVI (1932), pp. 333 sgg. Sull'emigrazione verso l'Inghilterra: E. Lipson, English economie history, t. I, pp. 309, 399; H. DE SAGHER, L'immigration des tisserands flamands Bet brabanqons en Angleterre sous Edouard in, in Mlanges Pirenne.]] La grande isola che, per cos lungo tempo, si era limitata ad approvvigionare la Fiandra di materia prima, comincia da allora a fare loro una concorrenza che, all'inizio del quindicesimo secolo, sar ormai irresistibile. Le stesse cause producono anche in Brabante analoghi effetti. Quando si comincer finalmente a prenderne coscienza, sar troppo tardi. Inutilmente Bruxelles autorizzer i mercanti all'ingrosso a non fare pi parte della corporazione dei tessitori. [[G. DES MAREZ, L'organisation du travail  Bruxelles, p. 484.]]

Il particolarismo urbano ha spinto le citt a intralciare il grande commercio, cos come esse hanno intralciato la grande industria. La decadenza delle fiere nel corso del quattordicesimo  secolo non  certo estranea all'avversione degli artigiani per un'istituzione cos incompatibile con il loro spirito di smodato protezionismo. D'altra parte, il diritto di scalo, in virt del quale molte citt impongono ai mercanti che le attraversano l'obbligo di scaricare la merce e di offrire le loro mercanzie in vendita alla cittadinanza prima di poter proseguire, ha costituito per il transito da un luogo all'altro un impedimento sulla cui gravit  inutile soffermarsi. Altrove, la corporazione dei battellieri pretende di esercitare il diritto esclusivo di rimorchiare tutte le imbarcazioni che risalgono o discendono i corsi d'acqua che portano in citt, a volte perfino quello di sbarcarne i carichi per trasportarli in seguito sulle proprie imbarcazioni. [[G. BIGWOOD Gand et la circulation des grains en Fiandre du XIVe au XVIIIe siecl, in "Vierteljahrschrift fr Sozial- und Wirtschaftsgeschichte", t. IV (1906), p. 397 sgg.]]

Indubbiamente esistono eccezioni alla regola. Dal momento che lo sviluppo delle citt non  stato ovunque ugualmente rapido e che la supremazia delle corporazioni non si  esercitata in tutte con la stessa intensit il protezionismo urbano comporta un'infinit di sfumature.  molto meno accentuato per esempio nella Germania del Sud, dove la grande industria e il grande commercio cominciano a fiorire soltanto nel corso del quattordicesimo  secolo, piuttosto che in regioni come i Paesi Bassi o la Germania renana, che hanno lunghi trascorsi economici. In Francia e in Inghilterra, il potere regio ha impedito che il protezionismo si sviluppasse in tutte le sue conseguenze. [[Si veda a p. 203. In Francia, l'ordinanza del 1351, per sopprimere le corporazioni, mira ad attenuare la loro azione sulla libert del lavoro allo scopo di far abbassare i prezzi.]] In Italia, infine, il potere del capitale era troppo forte perch a questa tendenza non fossero presto imposti dei limiti. Tutto ci che si pu dire, senza timore di esagerare,  che il quattordicesimo  secolo, se paragonato al secolo precedente, ha visto l'economia urbana spingere all'estremo lo spirito di esclusivismo locale intrinseco alla sua natura.

Forme nuove del commercio capitalistico

Ma per quanto la politica municipale sfruttasse e taglieggiasse a proprio vantaggio il grande commercio, non poteva tuttavia liberarsene, n del resto ne aveva l'intenzione poich, quanto pi una citt era ricca, popolosa e attiva, tanto pi quel commercio le era indispensabile. Non era proprio quel grande commercio a provvedere all'alimentazione dei cittadini e a rifornirla di quasi tutte le materie prime lavorate dalle corporazioni di artigiani? Per il suo tramite, il vino arrivava ai tavernieri, il pesce essiccato e le aringhe ai pescivendoli, lo zucchero, il pepe, la cannella e lo zenzero ai droghieri, le droghe farmaceutiche agli speziali, il cuoio ai calzolai, il piombo e lo stagno ai vasai, la lana ai tessitori, il sapone ai follatori, il guado, il pastello, l'allume, il brasile ai tintori ecc. Sempre per suo tramite si effettuava l'esportazione dei prodotti dell'industria urbana verso i mercati esteri. Di questa attivit cos molteplice ed essenziale, le citt potevano regolamentare solo le forme praticate all'interno delle loro mura. Ma la sua espansione territoriale, le risorse che la alimentavano, la circolazione, il credito, in breve tutta l'organizzazione economica di cui il grande traffico determinava il funzionamento restava fuori del loro controllo. In questo campo di cos vasta portata si manifestava esclusivamente l'intervento del capitalismo. Dominava, nella grande navigazione come nel trasporto via terra, in tutti gli affari di importazione e di esportazione. Si espandeva in tutta l'Europa, avvolgendo per cos dire le citt che interessava con la sua attivit, come il mare avvolge le isole con le sue onde.

Uno dei fenomeni pi interessanti del quattordicesimo  e del quindicesimo secolo  la rapida crescita delle grandi societ commerciali provviste di "filiali", di corrispondenti, di "agenti" nelle regioni pi disparate. L'esempio dato nel secolo precedente dalle potenti compagnie italiane si  ormai propagato a nord delle Alpi. Da esse si  appreso l'impiego dei capitali, l'uso dei libri contabili, i sistemi creditizi. Se queste compagnie continuano a controllare il commercio del denaro, trovano ormai un crescente numero di rivali nel commercio dei prodotti. Baster qui citare, in Germania, imprese commerciali come quella del lubecchese Hildebrand Veckinchusen, i cui affari si estendono da Bruges a Venezia e fino alle pi lontane sponde del Baltico, o la Grosse Ravensburger Gesellschaft, che ha corrispondenti in tutta l'Europa centrale, in Italia e in Spagna. La Francia e l'Inghilterra, la prima rovinata, la seconda interamente assorbita dalla guerra dei Cento Anni, non rivelano altrettanta energia nell'espansione capitalistica.

Ma l'Italia continua a primeggiare per la sua vitalit. Alle grandi societ andate rovinosamente in bancarotta attorno alla met del quattordicesimo  secolo ne succedono altre. La pi celebre, quella dei Medici, offrir nel quindicesimo secolo lo spettacolo di una potenza finanziaria che il mondo non aveva mai conosciuto prima di allora.

L'impulso capitalistico di questo ultimo scorcio del Medioevo si coglie da indizi che ne rivelano tutto il vigore. Il tasso di interesse, che generalmente si era mantenuto attorno al 12-14%, a partire dal quindicesimo secolo si abbassa fino al 5-10%. Il funzionamento del credito si perfeziona con novit quali l'accettazione delle tratte e il protesto. A Genova, la casa di San Giorgio, fondata nel 1407, si rivela la prima banca dei tempi moderni, e la sua attivit, per importanza e influenza sulla situazione finanziaria, pu essere paragonata a quella delle consociate inglesi del diciassettesimo e del diciottesimo secolo. [[KULISCHER, Allgemeine Wirtschaftsgeschichte des Mittelalters und der Neuzeit, cit., t. I, p. 347.]] Altre banche, quella dei Centurioni a Genova, quella dei Soranzo a Venezia, quella dei Medici a Firenze, che si occupano tanto di credito quanto di commercio vero e proprio, rivaleggiano con essa quanto meno per l'ampiezza dei capitali e l'estensione delle operazioni. [[Gli archivi del marchese Francesco Datini (m. 1410), conservati all'ospizio di Prato, vicino Firenze, e che comprendono oltre 100.000 lettere, costituenti la sua corrispondenza con i suoi "agenti" o i suoi clienti d'Italia, di Spagna, d'Africa, di Francia e d'Inghilterra, testimoniano con la loro massa il livello delle ditte italiane di quel tempo. G. LIVI, Dall'archivio di Francesco Datini (Firenze 1910).]]

Formazione di una nuova classe di capitalisti

Questo movimento  suscitato da una classe di uomini nuovi la cui comparsa  contemporanea alla trasformazione dell'economia urbana sotto l'influsso delle corporazioni di mestieri. Questa coincidenza non  certamente frutto del caso. Gli antichi patrizi delle citt, spodestati e disorientati dalle nuove condizioni che ormai si impongono alla vita economica, sono diventati con ben poche eccezioni una classe di possidenti che vivono delle rendite delle case e delle terre, al cui acquisto avevano sempre dedicato una parte dei loro proventi. Al loro posto, uomini nuovi costituiscono un ceto giovane di capitalisti che non deve fare i conti con la tradizione e accetta dunque senza difficolt i mutamenti sociali. Per la maggior parte, sono "intermediari", agenti commerciali, talvolta agiati artigiani la cui carriera  stata spianata dai progressi del credito, della speculazione e della circolazione. [[Vedere per esempio G. YVER, De Guadagnis, mercatoribus florentinis Lugduni commorantibus (Parigi 1902); M. jansen, Studien zur Fuggergeschichte. I. Die Anfnge der Fugger (Lipsia 1907); AH. JOHNSON, English nouveaux-riches in the XIV century, in "Transactions of the Royal historical Society", New series, XV, 63; E. COORNAERT, La Draperie-Sayetterie d'Hondschoote, pp. 362, 411, 445, osserva che "dal quindicesimo al sedicesimo secolo erano usciti da famiglie "povere" o "poverissime" artigiani tessitori e mercanti che occupavano i primi ranghi nella tessitura". A partire dal quattordicesimo  secolo, nei Paesi Bassi i primi nobili cominciano a occuparsi di affari commerciali. Cfr. A. DE CHERSTRET, Renaud de Schoenau, in Mmoires de l'Acadmie royale de Belgique (Bruxelles 1892). All'inizio del quindicesimo secolo, Henri de Borselen, signore di Veere, fa costruire parecchie navi che trafficano per suo conto, Z. W. SNELLER. sneller, Walcheren in de XV eeuw (Utrecht 1916).]] Ma anche molti di coloro che si sono arricchiti al servizio dei principi investono la loro fortuna negli affari.

I progressi dell'amministrazione, le crescenti spese comportate dalle truppe mercenarie e dall'uso delle armi da fuoco, hanno effettivamente costretto i re, come pure i grandi signori territoriali, a circondarsi di una corte di consiglieri e di funzionari d'ogni genere, ai quali sono affidati gli impieghi che la nobilt disprezza come indegni di s o che non  in grado di svolgere. Le finanze erano la loro occupazione principale e, a patto che riuscissero a procurare al tesoro del loro padrone le risorse di cui era costantemente a corto, tutti erano disposti a chiudere un occhio sui benefici che il conio delle monete, la redazione dei contratti con i fornitori degli eserciti, i banchieri e i prestatori d'ogni sorta che gravitavano attorno a loro davano a quei funzionari fin troppe occasioni di realizzare. Jacques Coeur  solo il pi brillante rappresentante di questa categoria di nuovi ricchi. Ma attorno a lui ve ne sono molti altri: come quel Guillaume de Duvenvoorde, uomo di fiducia del duca di Brabante, la cui ricchezza  stata il punto di partenza della fortuna del casato di Nassau, o come Nicolas Rotin o Pierre Bladelin, che dovettero la loro opulenza alle funzioni ricoperte presso il duca di Borgogna Filippo il Buono, come i Semblancay o i d'Orgemont alla corte del re di Francia, e molti altri ancora. [[J.CUVELIER, Les origines de la fortune de la maison d'Orange-Nassau, in Mmoires de VAcadmie royale de Belgique (1921); L. MIROT, Une grande famille parlamentaire au XIV et au XV sicle. Les d'Orgemont, leur origine, leur fortune, ecc. (Parigi 1913); A. spont, Seblancay. La bourgeoisie financire au dbut du XVI? sicle (Parigi 1895).]]

L'approvvigionamento delle corti dei sovrani, il cui lusso aumenta proporzionalmente alla loro potenza, e le forniture degli eserciti danno luogo agli affari pi vantaggiosi. Nel 1388, un mercante parigino, Nicolas Boullard, per 100.000 scudi ottiene la concessione dell'approvvigionamento delle truppe reclutate da Carlo vi per la spedizione in Gheldria. [[Chronique du religieux de Saint-Denys, a cura di Bellaguet, t. I, p. 533. Nel 1383, lo stesso mercante aveva gi fornito il grano necessario alle truppe regie. Ivi, p. 265.]] Il lucchese Dino Rapondi diventa il sovvenzionatore per eccellenza della corte di Borgogna. [[L. MIROT, tudes lucquois (Parigi 1930).]] Ovunque la situazione dei finanzieri fiorisce negli ambienti dei capi di governo e li rende bene accetti presso l'alta aristocrazia che, in cambio dei loro servigi, ne eleva il prestigio sociale.

I principi e i capitalisti

Indipendentemente dalla loro origine, i capitalisti del quattordicesimo  e del quindicesimo secolo sono tutti costretti a ricorrere ai principi. Tra gli uni e gli altri si stabilisce un'autentica solidariet di interessi. Da una parte, senza l'intervento costante dei finanzieri, i principi non potrebbero far fronte n alle loro spese pubbliche n a quelle private, ma dall'altra i grandi mercanti, i banchieri, gli armatori di navi contano sui principi per essere protetti dagli eccessi del particolarismo municipale, per reprimere le agitazioni urbane, assicurare la circolazione del loro denaro e delle loro merci. I disordini sociali e le tendenze comuniste, terrorizzando tutti quelli che "hanno qualcosa da perdere", li spingono verso il potere costituito come verso il loro solo rifugio. Gli stessi artigiani, minacciati dai loro dipendenti, vedono nel sovrano il loro tutore, poich egli  il tutore dell'ordine.

Il particolarismo urbano, odioso ai principi per motivi politici, non lo  di meno per motivi economici a tutti coloro che ne sono ostacolati nei loro affari o nei loro interessi. Nella Fiandra, le piccole citt implorano il conte di intervenire contro la tirannia delle grandi citt. Vederlo intervenire a favore dell'industria rurale  ancora pi significativo in quanto quest'ultima fino ad allora era stata spietatamente perseguitata. A partire dal regno di Louis de Male (1346-1384), si moltiplicano le concessioni che accordano il diritto di tessitura a un gran numero di villaggi o di signorie. Accanto alla fabbricazione privilegiata che, nei grandi centri manifatturieri, va in declino, si sviluppa cos la "nuova industria tessile", diversa dalla prima tanto per la sua tecnica quanto per le condizioni di lavoro. La lana spagnola rimpiazza la lana inglese, fattasi sempre pi rara da quando l'Inghilterra la trattiene per i suoi stessi tessitori, e la produzione non consiste pi in panni di lusso, ma in stoffe leggere e di basso prezzo. Inoltre, ed  l'aspetto pi importante, la libert si sostituisce al privilegio nel regime di lavoro. Le corporazioni dei mestieri non esistono o, se esistono, sono accessibili a tutti. Questa giovane industria rurale presenta dunque tutti i tratti di un'industria capitalistica. La rigidit della legislazione municipale fa posto a un sistema pi flessibile nel quale il lavoratore dipendente ha modo di negoziare con il datore di lavoro e di discutere l'ammontare del salario. Dell'economia urbana non sopravvive pi niente o quasi. Il capitale che essa ostacolava prelude, con l'industria rurale, alla potenza che esprimer nel corso del XVI secolo. [[H. PIRENNE, Une crise conomique au XVIe sicle. La draperie urbaine et la nouvelle draperie en Fiandre, in "Bulletin de la Classe des Lettres de l'Acadmie royale de Belgique" (1905); E. COONAERT, La Draperie-Sayetterie d'Hondschoote, cit. (cfr. n 24). Per l'Inghilterra si veda il controllo esercitato dai clothiers sull'industria tessile a partire dalla fine del quattordicesimo  secolo in E. LIPSON, English economie history, cit., p. 414 e sgg.]]

Lo stesso scenario si presenta nelle altre industrie nuove che fanno la loro comparsa nel quattordicesimo  secolo, come la fabbricazione degli arazzi e la tessitura del lino, e come le prime fabbriche di carta che si diffondono un po' ovunque nella stessa epoca. [[A. BLUM, Les premires fabriques de papier en Occidente in Comptes rendus des sances de l'Acadmie des Inscriptions, 1932.]]

Intervento dello Stato nella vita economica

Favorendo i progressi del capitalismo, re e principi non hanno agito soltanto in base a considerazioni finanziarie. La concezione dello Stato, che comincia a profilarsi a mano a mano che si accresce la loro potenza, li induce a considerarsi i tutori del "bene comune". Quello stesso quattordicesimo  secolo che ha visto il particolarismo urbano raggiungere il suo apogeo ci fa anche assistere all'entrata in scena del potere sovrano nella storia economica. Fino ad allora vi era intervenuto solo indirettamente o, per meglio dire, in funzione delle sue prerogative giudiziarie, finanziarie e militari. Se, in quanto custode della pace pubblica, il sovrano aveva protetto i mercanti, sfruttato il commercio mediante i pedaggi, posto l'embargo sulle navi nemiche in caso di guerra e promulgato interruzioni degli scambi, aveva anche abbandonato a se stessa l'attivit economica dei suoi sudditi. Su questa materia, soltanto le citt legiferavano ed emanavano norme. Ma da una parte la loro competenza era circoscritta entro i limiti delle loro periferie, dall'altra il loro particolarismo le metteva in crescente opposizione le une contro le altre e le rendeva manifestamente incapaci di misure che, favorendo l'interesse generale, avrebbero potuto ledere i loro interessi specifici. Soltanto i principi potevano arrivare a concepire un'economia territoriale che inglobasse le economie urbane e le sottomettesse al suo controllo. Indubbiamente, la fine del Medioevo  ancora ben lontana dal rivelare in tal senso un deciso orientamento e una consapevole politica dello scopo da perseguire. Il pi delle volte si colgono soltanto intenzioni intermittenti. Nondimeno esse sono tali da non lasciare dubbi sul fatto che, ovunque ne abbia la forza, lo Stato si impegna a poco a poco sulla via del mercantilismo. Evidentemente, questa parola non pu essere impiegata in quel contesto senza significative restrizioni. Ma, per quanto la concezione di un'economia nazionale sia ancora estranea ai governi della fine del quattordicesimo  secolo e della prima met del quindicesimo secolo,  certo tuttavia che la loro condotta indica il desiderio di proteggere l'industria e il commercio dei loro sudditi dalla concorrenza estera, e di introdurre qua e l nel proprio paese nuove forme di attivit. Sotto questo aspetto, i governi nazionali si sono certamente ispirati all'esempio delle citt. In fondo, la loro politica altro non  che una politica urbana estesa alle frontiere dello Stato. Della politica urbana presenta il carattere essenziale: il protezionismo. Inizia cos quell'evoluzione che a lungo andare, rompendo con l'internazionalismo medievale, pervader gli Stati, contrapponendo gli uni agli altri, di un particolarismo altrettanto esclusivo di quello espresso per secoli dalle citt.

Inizi di una politica mercantilistica.

I primi indizi di questa evoluzione si colgono in Inghilterra, ossia nel paese che gode dell'unit di governo pi forte in senso assoluto. Fin dalla prima met del quattordicesimo  secolo, Edoardo n pens di proibire l'importazione dei tessuti stranieri, a eccezione di quelli destinati alla nobilt. A partire dal 1331, Edoardo secondo cominci a chiamare nel regno i tessitori fiamminghi. Ancor pi significativa , nel 1381, la promulgazione di un atto che riserva la navigazione nel paese alle navi inglesi, remota anticipazione, del resto ancora inattuabile all'epoca, del celebre atto di navigazione di Cromwell. Questa tendenza precipita e si accentua nel quindicesimo secolo. Nel 1455,  proibita l'introduzione dei tessuti di seta esteri nell'interesse degli artigiani nazionali; nel 1463,  fatto divieto agli stranieri di importare la lana; nel 1464, infine, la proibizione dell'ingresso dei tessuti provenienti dal continente annuncia la politica risolutamente protezionistica e mercantilistica di Enrico settimo (1485-1509), il primo re moderno dell'Inghilterra, divenuta decisamente un paese in cui ormai l'industria prevale sull'agricoltura. [[E. LIPSON, English economie history, cit., p. 502. Sulla politica protezionistica di Edoardo IV (1461-1483), cfr. F.R. SALTER, The hanse, Cotogne and the crisis of 1468, in "The economie history review" (1931), p. 93 sgg.]]

Queste misure naturalmente provocarono rappresaglie nei Paesi Bassi, dove colpivano la manifattura pi importante. Il principe che aveva riunito sotto il suo scettro tutti quei territori, ossia il duca di Borgogna, Filippo il Buono (1419-1467), replica mettendo a sua volta al bando i prodotti tessili inglesi. Ma in un tipico territorio di transito come era il suo regno, la politica economica non poteva certo limitarsi al protezionismo puro. Il duca si sforz infatti di promuovere la giovane marineria olandese e di metterla in condizione di fare all'Hansa teutonica una concorrenza che trionfer nel secolo seguente. [[F. VOLLBEHER, Die Hollander und die deutsche Hanse (Lubecca 1930).]] Oltre a dare slancio alla navigazione e alla pesca olandesi, quest'ultima favorita nel 1380 dall'introduzione della conservazione in barile dell'aringa, Filippo il Buono promuove anche lo sviluppo del porto di Anversa che, da quel momento, strappa a Bruges il suo primato in attesa di diventare, cento anni dopo, la pi grande piazza commerciale del mondo.

Estenuata dalla guerra dei Cento Anni, la Francia dovr attendere il regno di Luigi undicesimo, che oper con l'energia e l'abilit che tutti sanno al suo risanamento economico, per sperimentare a sua volta gli effetti della politica regia. Mentre assicura una condizione di superiorit alla fiera di Lione rispetto a quella di Ginevra, preclude l'ingresso in Borgogna del sale della Franca Contea di Salins, cerca di introdurre nel regno l'allevamento del baco da seta e l'industria mineraria nel Delfinato, questo monarca pensa di organizzare presso la sua ambasciata di Londra una sorta di esposizione, perch gli Inglesi "verifichino di persona che i mercanti francesi sono capaci di rifornirli come quelli delle altre nazioni". [[DE MAULDE, Un essai d'exposition internationale en 1470, in Comptes rendus des sances de l'Acadmie des Inscriptions (1899). Sulla politica economica di Luigi undicesimo, consultare de la roncire, Premire guerre entre le protectionnisme et le libre-change, in "Revue des questions historiques", t. LVIII (1895); P. BOISSONNADE, Le socialisme d'Etat. L'industrie et les classes industrielles en France pendant les deux premiers sicles de l're moderne (1453-1651) (Parigi 1927).]]

L'anarchia politica della Germania non le permette, in assenza di un governo centrale, di imitare l'operato delle sue vicine occidentali. L'espansione capitalistica che si manifesta da allora nelle citt del Sud, a Norimberga e soprattutto ad Augusta, e determina la prosperit delle miniere del Tirolo e della Boemia, non deve nulla all'influenza dello Stato.

Quanto all'Italia, divisa tra i principi e le repubbliche che se ne disputano l'egemonia, ha continuato a ripartirsi in territori economici indipendenti, almeno due dei quali, Venezia e Genova, grazie ai loro insediamenti mercantili nel Levante e nel Mar Nero, erano autentiche potenze commerciali. D'altronde, la supremazia italiana sul resto dell'Europa resta cos schiacciante nel settore bancario e nelle industrie di lusso da durare, malgrado il frazionamento politico, fino al giorno in cui la scoperta di nuove vie verso le Indie dirotter il grande traffico marittimo e il grande commercio dalle coste del Mediterraneo a quelle dell'Atlantico.
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FINE.